Giuseppe Garibaldi.
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Memorie.
Parte 2.
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EDIZIONE DIPLOMATICA DALL'AUTOGRAFO DEFINITIVO A CURA DI ERNESTO NATHAN.
1907. SOCIET TIPOGRAFICO EDITRICE NAZIONALE, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Memorie. di Giuseppe Garibaldi.
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INDICE di questa Parte.
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SECONDO PERIODO.
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1. Viaggio in Italia.
2. A Milano.
3. A Como, Sesto Calende, Castelletto.
4. Ritorno in Lombardia
5. Inazione, e tedio.
6. Nello Stato Romano, ed arrivo in Roma.
7. Proclamazione della Repubblica, e marcia su Roma.
8. Difesa di Roma.
9. Ritirata.
10 Esiglio.
11. Ritorno alla vita politica
12. Nell'Italia Centrale.
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TERZO PERIODO.
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1. Campagna di Sicilia. Maggio 1860.
2. Il cinque Maggio.
3. Da Quarto a Marsala.
4. Calatafimi. 15 Maggio 1860.
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FINE Indice.
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SECONDO PERIODO.
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CAPITOLO 1.
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Viaggio in Italia.
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Sessantatr lasciammo le sponde del Plata per recarci sulla terra Italiana a combattere la guerra di redenzione - Giacch non solamente v'eran molti indizi di movimenti insurrezionali nella penisola - ma, in caso contrario, si era decisi di tentare la fortuna, e procurar di promoverli, sbarcando nelle coste boschive della Toscana, o dove la nostra presenza potesse essere pi accetta, ed adeguata -
Imbarcati sul brigantino Speranza, il di cui noleggiamento potemmo effetuare, grazie all'economie nostre, al generoso patriotismo di alcuni nostri conterranei, tra i quali si distinsero - G. Batta, Capurro, Gianello, Dellazoppa, Massera, G.ppe Avegno, e sopratutti l'eccellente nostro Stefano Antonini, su di cui pes la maggior parte del nolo, e le provviste tutte, necessarie al viaggio -
Noi marciavamo al conseguimento della brama, del desiderio di tutta la vita - quell'armi, gloriosamente brandite, alla difesa d'oppressi d'altre contrade, noi, volavamo ad offrirle alla veneranda patria nostra!
Oh! quell'idea, era soverchio compenso ai pericoli, disagi, patimenti - che incontrar si potevano sulla via, d'una vita intiera di tribolazioni.
I nostri cuori battevano di sublime palpito - E se la destra incallita alle pugne di lontane contrade, fu forte in difesa altrui, che non sar per l'Italia!
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Davanti a noi schiudevasi l'Eden della nostra immaginazione - E se l'idea di quanto rimaneva dietro a noi, non l'avesse offuscata alquanto - completta sarebbe stata la felicit nostra -
Dietro a noi rimaneva il popolo del nostro affetto - poich un ben caro popolo  l'Orientale! - E noi avevamo diviso per tanto tempo - le poche sue gioie ed i molti dolori - Ed ora, lo lasciavamo non vinto, non abbatutto nel sublime coraggio - ma in preda al pi malvagio dei concepimenti umani - alla diplomazia Francese!
Noi lasciavamo i nostri fratelli d'armi - senza aver combattutto l'ultima battaglia! Ed  ben doloroso, qualunque ne sia la cagione!
Quel popolo festante all'aspetto nostro - fiducioso e tranquillo sulla bravura dei nostri militi - dava in ogni occasione, segni manifesti del suo affetto e della sua gratitudine - E quella terra, che noi amavamo da figli, racchiudeva l'ossa di tanti nostri Italiani, generosamente caduti per redimerla!.....
Il 15 Aprile 1848, era la partenza - Usciti dal porto di Montevideo, con favorevole brezza - abbench minaccioso il tempo - erimo verso sera, tra la costa di Maldonado e l'isola di Lobos - Alla mattina del seguente giorno, appena le sommit della Sierra de las animas, si distinguevano - poi si sommersero e solo gli spazi dell'Atlantico - si offrivano alla vista nostra - e davanti a noi, la pi bella, la pi sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria -
Sessantatre, tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia - Egri due: Anzani affralita oltremodo, la salute, nelle sante crociate della causa dei popoli languiva sotto il peso di dolorosa consunzione - Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare - ma la fede, e le cure fraterne, valsero a depositarlo non sano, ma salvo sul lido Italiano - Anzani non doveva trovare in Italia, che una sepoltura, accanto a quella de' suoi parenti -
Fu il nostro viaggio, felicissimo e breve - Gli ozi della navigazione, si passavano per lo pi in trattenimenti proficui - Gli illiterati erano insegnati da chi sapeva - e non pochi, erano i ginnastici esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro Coccelli - era la preghiera di tutte le sere - Noi, lo cantavamo in crocchio sulla tolda della Speranza - Intuonato da Coccelli, era accompagnato - e ripetuto il coro, da sessanta voci, con entusiasmo sommo.
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Varcammo cos l'Oceano, incerti, sulle sorti d'Italia, altro non sapendo, oltre alle riforme promesse da Pio IX - Il punto indicato da approdare in Italia era la Toscana - ove si doveva sbarcare, comunque ne fosse stata la situazione politica - incontrando amici, o dovendo combattere nemici - Un aprodo in Santa Pola, nella costa di Spagna - modific le nostre risoluzioni - e fiss la met nostra: Nizza -
La malattia d'Anzani aggravavasi - I pochi viveri, adeguati alla sua situazione, erano esausti - bisognava aprodare la costa per provvedersene - Giungemmo in Santa Pola - Andato in terra il Capitano Gazzolo, comandante la Speranza - ritorn celeremente a bordo con notizie tali da far impazzire uomini assai meno esaltati di noi.
Palermo, Milano, Venezia, e le cento citt sorelle - avevano operato la portentosa rivoluzione - l'esercito Piemontese perseguiva l'Austriaco sbaragliato - e l'Italia tutta rispondeva all'appello all'armi come un sol uomo, e mandava i suoi contingenti di prodi alla guerra Santa -
Lascio pensare all'effetto prodotto su noi tutti - a tali notizie: era un correre sulla tolda della Speranza - abbracciandoci l'uno l'altro - fantasticando - piangendo di gioia!
Anzani balzava in piedi superando l'orrendo suo stato di distruzione - Sacchi, volea ad ogni costo esser tolto dal suo giaciglio - ed esser trasportato su coperta.
Alla vela! Alla vela! era il grido di tutti - e certamente, se non si fosse eseguito subito tal'atto, ne sarebbero risultati dei disordini - In un lampo fu salpata l'ancora - ed era il brigantino alla vela. Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, all'impazienza nostra - In pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia, e giungemmo alla vista dell'Italia - della terra promessa! non pi proscritti - non pi obligati di pugnare per scendere sul lido della patria nostra. E perci, cambiato il divisamento di approdare in Toscana. Nizza primo porto Italiano fu scelto, e vi sbarcammo verso il 23 di Giugno 1848. Nizza che i nostri odierni uomini grandi hanno venduto allo straniero come un cencio! Un cencio che non apparteneva al miserabile loro corredo!!!
Nelle sventure, per cui avevo passato nelle mia vita tempestosa, io avevo sempre sperato in giorni migliori. L, a Nizza v'era un complesso di felicit per me, come a nessun uomo  concesso di pretender maggiore - Troppa felicit veramente! ed ebbi un quasi pressentimento di sciagure non lontane -
Anita mia, ed i miei bimbi, partiti d'America, alcuni mesi prima, erano l, riuniti alla vecchia mia genitrice ch'io idolatravo, e che non vedevo da quattordici anni.
Parenti cari, e preziosi amici dell'infanzia - io, riabbraciavo giubilanti di vedermi, ed in un'epoca cos fortunata!
Quella popolazione di concittadini miei, s buona s esaltata dalla sorte sublime, che brillava sull'orizzonte dell'avvenire Italiano - e fiera del poco da me operato nel nuovo mondo!
Oh! certo - era la posizione mia invidiabile! Intenerito... io rammento quelle tante dolci emozioni! Che s presto..... e s dolorosamente dovean terminare!
Non giunti ancora all'entrata del porto - gi la cara mia consorte apparivami in una barchetta, tripudiando d'allegrezza - Una popolazione immensa mostravasi da tutte le parti - accorrendo al ricevimento del pugno di prodi, che disprezzando lontananza e pericoli - traversavano l'Oceano, per venir offrire il sangue loro alla patria.
Buoni, e valorosi compagni miei! Quanti di voi, dovean cadere sulla terra natale - coll'amara disperazione di non vederla redenta!
Eran pur belli, di virt, di bravura, di gloria..... quei giovani miei compagni!..... E se degni della loro missione, lo provarono sui campi delle patrie battaglie!..... Ove le loro ossa biancheggiano, forse insepolte, e senza un sasso che ricordi a codeste nuove generazioni, che fecero indipendenti dallo straniero - tanto valore e tanto sacrificio!
Montaldi, Ramorino, Peralta, Minuto, Carbone - sullo stesso sito ove cadeste, coi vostri fratelli di gloria - il prete ha innalzato un monumento agli sgherri del Bonaparte che fuggirono davanti a voi - e che soverchianti di numero poi, vi sgozzarono sotto le benedizioni dei traditori d'Italia!
In Nizza dovevansi attendere alcune formalit di quarantina ecc. ma tutto fu ovviato dalla voce del popolo, coscienzioso allora della propria onnipotenza - E per farsi un'idea dello stato, in cui si trovavano le nostre finanze - basta dire: che non potemmo pagare il pratico - un tal Cevasco - che ci pilot nel porto.
Ormeggiato il brigantino - provvisto allo sbarco d'Anzani,  e di Sacchi - scese tutta la gente nostra anelante di passeggiare sulla terra Italiana -
Io corsi ad abbracciare i miei bimbi - e colei, ch'io avevo afflitto tanto, coll'avventurosa mia vita - Povera madre! La pi calda delle mie brame fu certamente quella d'abbellire, e consolare i vostri ultimi giorni - La pi calda delle vostre - era, naturalmente di vedermi tranquillo accanto a voi - Ma come, si pu sperare in un periodo di quiete - e goder del bene di consolarvi nella cadente, e dolorosa vecchiaja, in questa terra di preti e di ladri!
Fu festa continua, i pochi giorni passati a Nizza - ma si combatteva sul Mincio - e l'ozio era per noi delitto quando i fratelli nostri pugnavano contro lo straniero.
Partimmo per Genova - ove, non men desioso di farci amorevole accoglienza, era quel bravo popolo. Un vapore spedito di l, doveva accelerare il nostro arrivo. Non trovandoci a Nizza, detto vapore, ci cerc invano sulle coste della Liguria. Noi erimo stati spinti verso la Corsica, dalle correnti, e piccoli venti contrari.
Giunsimo infine, e con noi alcuni giovani Nizzesi, che avean voluto accompagnarci, coll'entusiasmo proprio della loro et - e della fiamma di vita che bruciava allora tutte le animose popolazioni della penisola.
Il popolo di Genova, ci accolse, palpitante di gioia e di affetto; le autorit colla freddezza di coscienza mal sicura; e preludiarono in quella serie di smorfie, e temporeggiamenti - che ci accompagnarono nel nostro paese - ovunque ritrovavansi i patteggianti addetti alle idee di mezzo - trascinati al libero reggimento, pi dalla paura del popolo che dalla fede e dall'indole dell'anima per il miglioramento umano.
Anzani ch'io avevo lasciato presso mia madre - impaziente, e spinto dal proprio genio di fuoco - ci aveva preceduti in Genova, imbarcandosi col vapore; ad onta della spossatezza, e debilit, a cui lo avea ridotto la mortale sua malattia.
Qui comincia l'ostracismo, a cui mi condannarono gli amici di Mazzini (1848) - e che dura oggi - (1872), pi ostinato che mai - il di cui motivo o pretesto, fu senza dubbio - per voler io marciare coi miei compagni, sul campo di battaglia, allora sul Mincio e nel Tirolo; e ci perch era un esercito reggio, quello che stava alle mani cogli Austriaci.
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E si osservi: che i capi allora, che tormentavano il povero moribondo Anzani, chiedendoli mi ammonisse - sono gli stessi che formano oggi la falange dei servi pi fedeli alla monarchia!
Quando io intesi il mio amato fratello d'armi, di tante gloriose pugne - raccomandarmi: "di non abbandonare la causa del popolo"! io confesso: ne fui profondamente amareggiato - forse pi che non lo fui in questi giorni, nell'udirmi chiedere: "di dichiararmi apertamente Republicano"!
In pochi giorni cess di vivere quel veramente Grande Italiano, in casa dell'amico Gaetano Gallino - per cui l'Italia tutta avrebbe dovuto vestirsi a lutto - e s'egli, per fortuna nostra - fosse stato alla testa del nostro esercito - certo da molto, la penisola sarebbe sgombra da qualunque dominatore straniero.
Io certo, non ho conosciuto un uomo pi compito, pi onesto, e pi altamente militare d'Anzani.
La salma dell'illustre guerriero, traversava modestamente la Liguria e la Lombardia, per esser sepolta nella tomba dei suoi padri in Alzate, luogo della sua nascita.
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CAPITOLO 2.
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A Milano.
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Il proposito nostro: dalla partenza d'America, era stato di servire l'Italia, e combattere i nemici di lei, comunque fossero i colori politici, che guidassero i nostri alla guerra d'emancipazione.
La maggioranza dei concittadini, manifestava lo stesso voto - ed io dovevo riunire il piccolo nostro contingente a chi combatteva la guerra Santa - Era Carlo Alberto il condottiero di chi pugnava per l'Italia - ed io mi dirigevo a Roverbella - quartier generale principale allora - ad offrire senza rancori il mio braccio, e quello de' compagni, a colui che mi condannava a morte nel 34.
Lo vidi, conobbi diffidenza nell'accogliermi, e deplorai  nelle titubanze ed incertezze di quell'uomo - il destino male affidato della nostra povera patria.
Io avrei servito l'Italia agli ordini di quel re - collo stesso fervore, come se Republicana fosse; ed avrei trascinato sullo stesso sentiero di abnegazione quella giovent, che mi concedeva fiducia.
Far l'Italia una e libera dalle pestilenze straniere era la meta mia - e credo lo fosse dei pi in quell'epoca - L'Italia non avrebbe pagato d'ingratitudine, chi la liberava.
Io non sollever la lapide di quel defunto - per pronunziarmi sul suo contegno - ne lascio alla storia il giudizio - dir soltanto; che chiamato dalla posizione, dalle circostanze, e dalla generalit degli Italiani, a guida, nella guerra di redenzione - ei non corrispose alla concepita fiducia e non solo, non seppe adoperare gli elementi immensi, di cui poteva disporre - ma ne fu l'oggetto principale di ruina.
Da Genova marciavano i miei compagni verso Milano, sotto l'infausta impressione generalmente prevalsa, e senza dubbio suscitata da nemici - dell'inutilit, e perniciosa influenza dei corpi volontari -
Mentre io correvo da codesta citt a Roverbella, da Roverbella a Torino - e quindi a Milano, senza poter ottenere di servire il mio paese, sotto nessun titolo -
Casati, del governo provvisorio di Lombardia, fu l'unico, che credete potersi valere dell'opera nostra, agregandoci all'esercito Lombardo - Collo stabilirmi in Milano, terminai dunque le mie scorrerie da vagabondo.
In Milano, il governo provvisorio, incaricavami dell'organizzazione di vari frammenti di corpi includendovi i pochi miei compagni d'America - e le cose non sarebbero andate male, senza l'ingerenza malefica d'un ministro reggio, Sobrero - le di cui mene, ed indefinibili procedimenti mi racapricciano tuttora -
I membri del governo provvisorio collocati dalle circostanze, in quella posizione - eran dabbene io credo, ad onta di manifestate opinioni politiche contrarie alle mie - ma certamente mancavano d'esperienza, e non erano gli uomini adeguati a quei tempi d'urgenza e di convulsioni -
Sobrero aprofittavasi della loro debolezza, e li trascinava a sua voglia - e padroneggiata da Sobrero quella buona gente senza esperienza, camminava verso il precipizio senza accorgersene.
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La febbre acquistata nel mio viaggio a Roverbella, e le conferenze con Sobrero - che fra le altre antipatie avea quella della camicia rossa - che diceva: troppo apparente alle fucilate nemiche - mi resero il soggiorno della bella e patriotica citt delle cinque giornate - insoportabile - e respirai giubilante, il giorno in cui sortivo dalla capitale della Lombardia, diretto su Bergamo con un pugno di gente nuda, e mal'armata - un'altra volta per organizzare - destino niente adeguato all'indole mia - ed alle scarse mie cognizioni di teorie militari -
Si osservi: che tale mia gente, componevansi per la maggior parte di depositi, o di scarti, dei corpi volontari che militavano nel Tirolo - viziati da lunga dimora nella capitale.
Fu brevissimo il nostro soggiorno in Bergamo.
Mentre si erano prese alcune misure, ed osservazioni di difesa - mentre si trattava - con ogni mezzo possibile di chiamare alle armi quelle brave popolazioni - e si spedivano agenti nelle valli, e montagne a riunirne i robusti abitatori - per mezzo principalmente, dei nostri incomparabili Davide e Camuzzi, la di cui influenza era somma - e le di cui opere faticose, finirono per riuscire intieramente nulle dalla precipitata partenza - ordine perentorio da Milano ci richiamava, ove ragiungere l'esercito nostro in ritirata davanti agli Austriaci - e per prender parte alla gran battaglia, che doveva aver luogo presso quella citt Sotto buoni o cattivi auspici - si trattava finalmente di combattere - e non vi fu tempo perduto -
Vari depositi di battaglioni Piemontesi - ed altri che si stavano formando sotto la direzione del prode Gabriele Camuzzi - con due piccoli pezzi d'artiglieria, ben disposti appartenenti allo stesso - e la piccola collonna, formata con il nome di Legione Italiana, e guidata dai veterani di Montevideo - in tutto pi di tre milla uomini, marciavano ardentemente per cooperare alla decisione delle sorti della patria -
In Trecate, si lasciarono bagagli e sacchi, per poter marciare pi celeremente - Vicini a Monza, si ebbe l'ordine di operare sulla destra del nemico - e gi si pigliavano le disposizioni all'uopo mandando esploratori a cavallo per saperne i movimenti e le disposizioni - Ma giunti a Monza, vi giungeva contemporaneamente la notizia della capitolazione e dell'armistizio; e torrenti di fuggitivi non tardarono ad ingombrar le strade -
Io avevo veduto poco tempo prima l'esercito piemontese sul Mincio - e l'anima mia avea palpitato d'orgogliosa fiducia, alla vista di quella bella giovent impaziente di trovare il nemico - Io convissi tra vari ufficiali di quell'esercito alcuni giorni - gi fatti alle fatiche del campo - coll'ilarit del guerriero sospirando battaglie - Oh! certo, io avrei speso la mia vita con giubilo al lato di codesti prodi - se un conflitto vi fosse accaduto, co' nemici dell'Italia.
Oggi, si diceva quell'esercito in rotta, senza sconfitte, morendo di fame nella pingue Lombardia, col Piemonte e la Liguria alle spalle; e senza munizioni, con Torino, Milano, Alessandria, Genova intatte, ed una nazione intiera, volenterosa e pronta ad ogni chiesto sacrificio -
Eppure ricadeva nel servaggio, l'Italia! Disfatta a brani - e non appar la mano capace di raccoglierli, e spingerli in fascio contro i nemici ed i traditori! Essi riuniti e ben guidati, erano bastanti per traditori e nemici!
Armistizio, capitolazione, fuga, furon notizie che ci colpiron come fulmine l'una dopo l'altra - e con esse la paura e la demoralizzazione - tra popolo, nelle fila e dovunque.
Certi codardi, che sventuratamente trovavansi tra la mia gente, abbandonarono i fucili sulla stessa piazza di Monza - e cominciarono a fuggire in tutte le direzioni - i buoni adirati, e scandalizzati a tanta vergogna, puntavan le armi per fucilarli; e per fortuna io e gli ufficiali, potemmo prevenire l'eccidio, ed impedire un completto scompiglio - Castigaronsi alcuni dei fuggenti - altri furono degradati e cacciati -
Tale stato di cose mi decise ad allontanarmi da quel teatro di sciagure - e dirigermi verso Como, coll'intenzione di trattenermi in quell'alpestre paese, aspettando il risultato degli eventi - e deciso a far la guerra di bande se altro non si poteva -
Da Monza a Como, mi compar Mazzini colla sua bandiera "Dio e popolo".
Adesso siamo al 28 di Marzo 1872 e ad oggi egli  morto. All'individuo io sono solito non portare odio massime quando morto. Scrivendo la storia per, io mi trovo in dovere di palesare pacatamente i torti ch'egli con me ebbe in varie circostanze.
Egli si riun a noi in marcia, e segu a noi riunito sino a Como. Da Como pass in Svizzera - mentre io mi disponevo di tener la campagna nei monti Comaschi.
Molti dei suoi aderenti, o supposti, lo accompagnarono e lo seguirono sulla terra straniera - Ci naturalmente serv di stimolo ad altri, per abbandonarci - e si diradarono quindi le nostre fila.
A Milano io avevo commesso l'errore, che Mazzini mai mi ha perdonato, di suggerirli: non esser bene il trattenere una quantit di giovani - colla promessa di poter proclamare la Repubblica - mentre esercito e volontari combattevano gli Austriaci.
Giunti in Como vi trovammo meno disordine - per non meno lo sgomento cagionato dai successi funesti di Milano e dell'esercito.
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CAPITOLO 3.
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A Como, Sesto Calende, Castelletto.
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Giunti in Como fummo bene accolti da quella buona popolazione - che anteriormente gi aveva manifestato per noi molta simpatia - essendo, la loro brama, stata manifestata sino dal nostro primo arrivo in Milano - cio: che noi fossimo destinati a Como piutosto che in altro luogo per organizzarci -
Le autorit municipali pure - ci accolsero bene, e ci provviddero di quanto potevano - massime di vestimenta di cui mancava molto la mia gente -
Circa a metter la citt in istato di difesa, e tenere contro gli Austriaci; - non fu del loro assentimento - e realmente codesta citt abbisognerebbe di molte opere di fortificazioni esterne - e di molta gente per difendersi da un nemico superiore - Essa ha molte eminenze che la dominano - e trovassi nel basso, edificata sulla sponda del lago.
Nel secondo giorno del nostro arrivo in Como - vi giunse il generale Zucchi in vettura - tragittando per la Svizzera - Quando la popolazione conobbe il suo arrivo - e la di lui intenzione di abbandonare l'Italia - si accese di sdegno - corse all'albergo ove aveva smontato - ed affollatta, manifestava l'intenzione di trarlo fuori, e malmenarlo.
Io fui avvisato a tempo, mi recai sul luogo, e pervenni a calmare il popolo - osservando l'et, e le glorie passate del vecchio generale -
Nella sera dello stesso giorno, sgombrammo Como - e dopo breve marcia, campammo a ponente della citt sulla strada di S. Fermo.
In Como disertarono molti dei nostri - passando nella vicina Svizzera - e credo molti altri non fecero lo stesso, per vergogna di quel bravo popolo - caldo sempre per la causa patria - ma aspettarono di esser fuori della citt per abbandonar le fila dei prodi che si disponevano a difender l'ultimo lembo della terra Italiana.
Nella prima notte di accampamento all'aria aperta la diserzione fu molta - e mucchi di fucili abandonati comparivano all'alba nel campo - Abbench in onore del vero - ed acci i miei concittadini, coll'esempio del passato, imparino a non abbandonare s leggermente il bellissimo lor paese al vorace straniero - io racconto come furono le nostre vergogne. In onore del vero, per, devo pur dire: che trovavansi i miei militi - massime un battaglione Vicentino - per la maggior parte vestiti di tela, e senza capoti - ad onta della generosit dei Comaschi - che fecero per noi quanto poterono - I commissari regi, che in Milano trovavano la camicia rossa troppo apparente alla vista del nemico - non curaronsi per di fornirci di un capotto - destino dei miei volontari in tante circostanze. La vicinanza della Svizzera, acresceva poi, la voglia di defezione - e certo la maggior parte preferivano di andare raccontando i loro fasti gloriosi, nei caf, e negli alberghi di Lugano - che di rimanere ai disagi ed ai pericoli del campo -
Pochi giorni vagammo per quelle montagne - raccogliendo le armi dei nostri disertori - caricandole su carri requisiti, che marciavano colla collonna - Ma tale soverchiante impedimenta cresceva ogni giorno, e somigliavamo piutosto ad una caravana di beduini - che a gente disposta a combattere per la sua terra - mi determinai quindi ad abbandonare provvisoriamente la Lombardia e passare in Piemonte - Ci dirigemmo per Varese, e di l a Sesto Calende - ove passammo il Ticino - avendo gi sulle nostre traccia, un corpo di Austriaci -
A Castelletto, sulla sponda destra del Ticino, io divisai di fermarmi - e consultai le autorit di quel piccolo paese, ma eccellente: se concorrerebbero alla difesa in caso fossimo l attacati dal nemico.
Assentirono volenterosamente tutti - autorit civili e popolo - e si principi un lavoro di fortificazioni volanti, che non avrebbero mancato di attuare valida resistenza - essendo il sito assai difendibile.
Il morale della gente erasi pure rinfrancato.
Il Capitano Ramorino, mandato sulla sponda opposta del fiume, ov'eran comparsi i nemici, aveva fugato un loro posto avanzato, feriti alcuni, e portato come trofei nel campo nostro, alcune lancie ed attrezzi di cavalleria -
Passammo alcuni giorni in Castelletto; il nemico mi signific la sospensione d'armi - ch'io feci osservare - ma non convenni sulla scambievolezza propostami, di visite reciproche dall'uno all'altro campo.
Giunse l'armistizio Salasco, e tutti fummo sdegnati dalle degradanti condizioni - Si suggellava il servaggio, della, povera Lombardia - e noi eravamo venuti per difenderla - acclamati campioni di quel popolo infelice - e nemmen sguainammo le nostre sciabole per esso! Vi era da morire dalla vergogna!
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CAPITOLO 4.
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Ritorno in Lombardia.
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Un proclama di reprobazione all'infame patto, era emesso immediatamente, e non ad altro si pens pi, che a ripassare sulla terra Lombarda - per combattere i suoi oppressori - comunque fosse -
Da Lugano, alla notizia dell'armistizio, ci giunse Daverio, inviato da Mazzini, con promesse d'assisterci in uomini e mezzi, per ritentar la prova - e fu formaggio sui maccheroni -
Eranvi, sul lago Maggiore, due vapori - impiegati per commercio e passeggieri, tra l'Italia e la Svizzera - e la prima idea fu naturalmente d'impossessarsi di quei vapori per agevolarci il traslato - Ad Arona aprodavano periodicamente, ed era il punto pi prossimo a noi; in una marcia di notte fummo in Arona - e padroni d'uno di quei piroscafi, l'altro giunse nella giornata ed ebbe la stessa sorte - Un numero proporzionato di barche, ricevette cavalli, materiali, e parte della fanteria; i due piccoli cannoni furono collocati a bordo dei vapori - Diede la municipalit d'Arona, il richiesto, in fondi e viveri - e presimo la direzione per Luino, trascinando coi piroscafi tutte le barche cariche -
Fu pure commovente spettacolo la marcia nostra, lunghesso la costa occidentale del magnifico lago -: Una gran parte delle famiglie Lombarde, emigrate dalle loro case, avevano scelto la loro residenza su cotesta pittoresca sponda, una delle pi belle del mondo - Conscie del nostro proposito, ci salutavano dovunque, con bandiere, fazzoletti, panni, ed evviva di giubilo -
Scorgevansi quelle bellissime nostre donne - sporgenti dai balconi delle case - con quei volti graziosissimi - cos animate - come se avessero voluto volare per ragiungere i prodi che non disperavano di strappare all'oppressore i focolari loro -
Noi rispondevamo agli evviva degli amati concittadini ed erimo orgogliosi certamente del loro plauso - e della risoluzione nostra.
Traversammo il lago, e giunsimo a Luino - ove sbarcammo in numero di ottocento uomini circa, pochi cavalli, e lasciando a bordo dei vapori comandati da Tommaso Risso i due cannoni.
All'altro giorno, mentre eravamo in disposizione di moversi dalla Becaccia (Albergo in Luino), per internarsi nel Varesotto - seppi che una collonna Austriaca si avanzava verso di noi, per la strada maggiore da mezzogiorno.
Essendo gi, la collonna nostra, internata in un sentiero che conduce pure a Varese per scorciatoja, feci retrocedere immediatamente la coda della collonna, ed ordinai ad una compagnia di retroguardia, che riprendesse la suddetta posizione della Becaccia - co' circuiti per impedirne la possessione al nemico - Ma fu tardi; gi giunti in forze a quel punto - se ne impadronirono, e facilmente respinsero i pochi nostri - Divisa in tre corpi era la piccola nostra collonna - e ristretta nell'angosto sentiero - nell'impossibilit di spiegarsi, ed aver altra ordinanza, senonch quella di fianco; per esser lo stesso incassato tra alte rupi - ma ritornando verso la Becaccia, eravi pi spazio - e vi si potevano schierare in collonna per sezioni, il terzo ed il secondo corpo -
Io consideravo l'Albergo, qual chiave della posizione, e quindi obbiettivo del campo di battaglia - di cui bisognava impadronirsi - o se no, abbandonare il campo coll'apparenza d'una sconfitta.
La Becaccia aveva una forte casa, vari recinti, ed attorniata da una quantit di siepi, e pile di legna tuttoci in potere del nemico, e che bisognava conquistare. Era d'uopo quindi caricar la posizione risolutamente ed il terzo corpo assalt per scaglioni - che ad onta degli sforzi del maggiore Marrocchetti che lo comandava, e dei suoi ufficiali - fu respinto.
Il secondo corpo, de' bersaglieri Pavesi, comandato del Maggiore Angelo Pegurini, ebbe ordine di caricare - e fratanto il Capitano Coccelli, arrampicandosi colla sua compagnia, sopra un muro alla sinistra nostra - appariva sul fianco destro del nemico -
I Pavesi, caricavano coll'intrepidezza di vecchi soldati - era il primo combattimento a cui assistevano - e ad onta di cadere vari di loro - pervennero a bajonettare gli Austriaci - che stupiti da tanto valore, e dall'apparizione di Coccelli sulla loro destra volsero in completta fuga -
Con cinquanta cavalieri per perseguirli - pochi o nessuno si sarebbero salvati, di quei nemici d'Italia - I pochi uomini a cavallo ch'io avevo - tra loro gli ufficiali Bueno e Giacomo Minuto d'alto valore - erano occupati come esploratori o vedette.
Morirono alquanti Austriaci, e 37 rimasero prigionieri, con un medico.
Io devo qui una parola di lode all'egregia sig.ra Laura Mantegazza. Codesta generosa non eran terminate ancora le fucilate, ch'essa apparve in una barca attraversando il Lago  e raccolse indistintamente tutti i feriti che condusse e cur in casa sua. Sia essa benedetta da tutti!
Il risultato di quella vittoria, ci lasci padroni del Varesotto, che percorremmo in ogni senso senza ostacoli. Le popolazioni di quei paesi, rialzaronsi dall'abattimento loro.  ed entrammo in Varese, alle acclamazioni entusiastiche di quella buona gente.
In tale occasione, rinatami era la speranza, nutrita da tant'anni, di portare i concittadini nostri, a quella guerra di bande, che a difetto d'esercito organizzato - potrebbe preludiare all'emancipazione della patria - promovendo l'armamento generale della nazione - quando questa, avesse avuto veramente l'intima e risoluta volont di redimersi - Distaccai perci la compagnia del capitano Medici, composta di giovent scelta, e varie altre, ad operare separatamente.
Ma in Luino dovevan terminarsi i successi della campagna - La capitolazione di Milano, la ritirata dell'esercito Piemontese - e l'abbandono del territorio Lombardo, dei numerosi corpi di volontari di Durando, Griffini, ecc. - avevano scoraggito le popolazioni, vi era stato bens un barlume d'entusiasmo al nostro riaparire e colla pugna felice di Luino - ma lo sconforto ripigliava alla vista del piccolo nostro numero - ed alla diserzione dei nostri militi, fomentata da coloro stessi che da Lugano ci avean promesso sussidi e gente!
Medici dopo d'aver fatto il possibile, e battuttossi coraggiosamente con un corpo superiore di nemici, era stato obligato di passare in Svizzera - Degli altri distaccamenti non merita far menzione.
Fratanto ingrossavano gli Austriaci in ogni direzione - e non vergognavansi di mandar forze imponenti, contro un pugno di volontari Italiani - Stettimo poco in Varese, e vari giorni nelle vicinanze - gambettando per non incontrare i nemici, sempre a noi superiori - e giornalmente aumentando -
Nei dintorni di Sesto Calende, ci si riunirono un Capitano Napoletano della collonna di Durando, con alcuni uomini, e due pezzi d'artiglieria di grosso calibro, che in altra circostanza, ci sarebbero stati preziosi - ma nella presente ci riuscirono di vero imbarazzo - non potendo noi misurarsi a campo aperto con s numerosi nemici.
Feci riprender la via del Ticino al Capitano coi pezzi, e rimasero con noi, i militi pochi ma buona gente - Era necessario moversi, e cambiar di posizione, quasi ogni notte, per ingannare i nemici - che per sventura d'Italia - massime in quei tempi - trovavan sempre una massa di traditori, disposti a far loro la spia - mentre per noi, anche con pugni d'oro, era difficile sapere esattamente del nemico - Qui facevo le prime esperienze - del poco affetto della gente della campagna, per la causa nazionale. Sia per esser essa creatura e pasto di preti - sia per esser generalmente nemica dei propri padroni - che coll'invasione straniera, eran, per la maggior parte obligati ad emigrare - lasciando cos i contadini ad ingrassare a loro spese -
Quindi altre fermate non si facevano - che per lasciar riposare i militi - e per raccogliere i viveri sufficienti -
Si pass, in tal guisa, alcun tempo - aspettando i nemici di giorno, in forte posizione - ove non ardivano attaccarci - E quando ingrossando, cercavano di attorniarci - si marciava di notte per altre tali posizioni - ove ordinariamente succedeva lo stesso -
In quei movimenti, che certamente richiedevano non poca pratica del paese - mi valeva immensamente il nostro Daverio - altro Anzani - nativo di quelle contrade - amato generalmente da tutte le classi - e con un'anima imperturbabile - e valorosissimo - egli qualunque cosa trovava facile, ed agevolava - Anche nel fisico, Daverio somigliava a quell'incomparabile mio fratello d'armi di Montevideo - ed avea di pi, salute ferrea -
L'imponenza delle numerose truppe Austriache atterrava le popolazioni - Un abitante solo, di qualunque classe, non si riuniva a noi - e difficilmente incontravansi guide - Dalla Svizzera - da dove si sperava corressero i giovani emigrati ad incorporarsi a noi - e ci venissero somministrati dei mezzi, da chi poteva - non solo nessuno si moveva ad ingrossar la piccola nostra collonna - ma di l stesso, ci giungevano voci d'alte imprese - preparate nel quartier generale di Mazzini - che cagionavano la diserzione tra i nostri militi - quindi scoramento tra i pochi che rimanevano -
Verso Ternate, fummo rinchiusi talmente tra le collonne nemiche - che ben difficile riusc lo scansarle - ed impossibile sarebbe stato in un terreno piano - ma la montuosit del paese ci favor ancora, e ci salv da certa perdita - Qui valse ancora sommamente Daverio, con alcune guide da lui trovate -
Noi marciammo verso quella collonna nemica, che pi vicina ci sembrava - e risolutamente - Tra noi, e la stessa, era una valle profonda - giunta la nostra testa al basso - mentre il nemico credeva d'esser attaccato dall'altra  parte - si converse a sinistra - ed un po' precipitosamente, bisogna confessarlo - ci dirigemmo verso Morazzone - lasciando il nemico alcune miglia dietro di noi - Cammin facendo si riuniva il pane, ch'era possibile trovare nei paesi circonvicini, e sul [dorso] di fachini, in gerle seguiva la collonna.
Giunti a Morazzone verso le cinque pomeridiane, si schier la gente nella strada principale - ove doveva star di fianco per la strettezza di quella, e vi si divisero i viveri, e la paga competente, con ordine di non moversi dalle fila, e di non lasciar i fucili -
Era terminata la distribuzione - e gi si era data la disposizione di marcia - Io avevo preso un pezzo di pane ed un bicchier di vino, sullo stesso banco ove si faceva la distribuzione - quando alcuni de' miei ufficiali che avevano fatto preparare del brodo vennero ad invitarmi di condividere la loro mensa - Eravamo presso porta Varese nel pianterreno d'una casa, quando repentemente si odono grida al di fuori - e precisamente nella porta suddetta - Erano gli Austriaci che entravano frammisti alle guardie nostre - che per fame o per stanchezza s'erano lasciate sorprendere - Io non so tuttora di chi fosse il tradimento o la colpa, ma certo - se non fu tradimento - fu colpa di chi doveva vigilare - Comunque, erano i nemici dentro e non distavano cinquanta passi dal sito, ove mi trovavo con una mano d'ufficiali, gli stessi che mi avevano invitato.
Cadeva la notte, e lascio pensare qual confusione nacque nella gente nostra - milizia di pochi giorni - e non troppo superiore in morale - Metter mano alla sciabola, ed uscire alla riscossa, fu mestieri, farlo in un punto e senza pi riflessioni - coi pochi ma prodi ufficiali che mi accompagnavano - Tra quelli Daverio, Fabrizi, Bueno, Cogliolo, un Giusti, giovane Milanese ajutante mio, mortalmente ferito nel conflitto e poi morto - Giovane d'un valore incomparabile, e la di cui memoria, io raccomando ai miei conterranei -
Alla voce nostra fermaronsi i fuggenti - e si rivolsero a chi li perseguiva cozzandosi corpo a corpo - Vi furono alcuni momenti di mischia, di flusso e di riflusso; ma finalmente il valore Italiano la vinse - e fu respinto il nemico fuori di Morazzone - Si presero delle misure di difesa, barricando le avvenute - ed impossessandosi d'alcune case sul limitare del villaggio atte all'offesa -
Io devo menzionare un Capitano Pollaco, che con noi trovavasi con pochi suoi concittadini - e che fecero prodigi di valore - Duolmi non ricordare i nomi di quei bravi compagni - che s brillantemente sostennero la riputazione di bravura della loro nazione -
I nemici messi fuori di Morazzone, eseguivano intanto le atroci pratiche da loro usate sempre - e particolarmente in Italia, la terra delle espiazioni, e del martirio - cio: l'incendio - ed incendiarono senza misericordia, tutte le case intorno al paese - mentre cannonegiavano indistintamente nell'interno - l'incendio comunicavasi dall'una all'altra casa, con spaventoso frastuono e progresso - mentre le fucilate d'ambe le parti ne aumentavano il rumore -
Respinti una volta gli Austriaci - non tentarono pi d'assaltarci - A noi, era impossibile d'attaccarli nelle loro posizioni; ma considerando ogni circostanza altro da fare non rimaneva che ritirarsi e tentarlo ad ogni costo - certi d'esser acerchiati da forze preponderanti nella mattina -
Il nemico gi numeroso riceveva gradatamente rinforzi. Noi, pochi, - col morale scosso, e soperchiati da un incendio che guadagnava mano mano, l'interno del villagio - eravamo ridotti come la salamandra - e non rimaneva per salvezza: che una ritirata - e la effetuammo verso le 11 della notte.
Uno dei grandi inconvenienti di tal guerra, in un paese poco consueto come vi era la Lombardia di quei giorni, erano le grandi masse di nemici che gli abitanti vedevano in ogni direzione e con cui spaventavano i nostri giovani militi.
Dopo d'aver ordinato la gente - medicati - come si poteva, i feriti, e posti alcuni di loro a cavallo, s'incominci a difilare, per una delle stradelle non osservate dal nemico - e che gi era stata barricata da noi - Guide non se ne poteva trovare - e fummo obligati di far marciare un curato, che ci accompagn colla maggior renitenza - Ed era naturale quella classe di vampiri stanno in Italia per far i mezzani allo straniero - Codesto prete - consegnato a due dei nostri che lo conducevano in mezzo - ci serv poco - e pot fuggire a poca distanza ad onta della possibile vigilanza.
Era oscura la notte, ed illuminata solo dall'incendio - La marcia si cominci in ordine, e dur cos per un pezzo; si chiedeva sempre e si raccomandava di far passare la voce: "se giungeva la coda della collonna" - S risposero alcune volte: "giunge, giunge" - Una volta poi, si rispose: "non giunge" e ad onta di fare una lunga fermata - far tornare quanti ajutanti si trovavano ancora vicini a me - tra i quali Aroldi e Cogliuolo - e quindi tornare io stesso sino vicino a Morazzone - non mi fu pi possibile di riunire la gente - Erimo rimasti circa una sessantina -
Tale avvenimento mi cagion molto rammarico - tanto pi, che tra i separati, v'erano i nostri poveri feriti. Coccelli, un bravo milite Polacco - Demaestri, ch'ebbe poi il braccio destro amputato - ed altri di cui non rammento i nomi.
La mutilazione del prode Demaestri, non lo imped poscia di combattere da valoroso qual'era stato sempre, alla difesa di Roma, a Palestrina, a Vellettri - e lasciar tra gli ultimi la nobile contesa Italiana verso S. Marino - ove congedato, lo arrestarono gli Austriaci, e lo malmenarono con atroce bastonatura - Chiedasi se tale trattamento fu mai operato ai nostri Austriaci prigionieri - e lo ricordino bene i nostri Italiani - quanto fecero a danno ed a vergogna nostra - cotesta peste, che per tanto tempo afflisse la bella penisola e che tuttora ne insudicia le frontiere.
Dopo alquanto dimora, fu d'uopo seguire, ed allontanarsi dal grosso de' nemici durante la notte.
In quella faticosa marcia di notte - per sentieri quasi impraticabili - circa una met de' compagni si divise ancora - e si raggiunse la frontiera svizzera all'altra sera, in numero di circa una trentina - Frazionati a piccoli gruppi - guadagnarono la Svizzera tutti gli altri.
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CAPITOLO 5.
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Inazione, e tedio.
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Le febbri acquistate a Roverbella mi continuavano - io avevo fatto tutta la campagna tormentato da esse - e giunsi quindi in Svizzera spossato -
Comunque, io non disperavo: si potesse ritentare alcuna impresa sul territorio Lombardo - La giovent era molta in Svizzera - la quale dopo d'aver tastato le primizie dell'esiglio - era  volonterosa di ripigliare la campagna a qualunque costo. Il governo Svizzero non era disposto certamente a cimentarsi coll'Austria, proteggendo l'insurrezione Italiana - La popolazione Italiana per del Canton Ticino - simpatizzava naturalmente con noi, e si potevano sperare dei sussid - dai singoli individui di cotesta parte della Svizzera - ove s'era raccolta la massa dell'emigrazione -
Io ero obligato a letto in Lugano - quando un colonnello federale mi propose - che se fossimo disposti a ritentar la sorte - egli - non come appartenente al governo Svizzero - ma come Luini - (era il suo nome) coi suoi amici, ci avrebbero favoriti ed ajutati in qualunque modo possibile - Feci parte di tale proposta a Medici - allora il pi influente nello stato maggiore di Mazzini - e Medici mi rispose: "Noi faremo meglio" - Dalla risposta di Medici - che capivo venire dall'alto - mi persuasi: esser la mia presenza in Lugano - inutile - e dalla Svizzera passai con tre compagni - per la Francia - per recarmi a Nizza, ove curarmi, a casa mia, delle febbri che continuavano ad assalirmi -
Giunsi a Nizza, e vi passai alcuni giorni colla famiglia procurando di curarmi - Essendo per pi ammalato ancora, d'anima che di corpo - il tranquillo soggiorno della mia casa - non mi convenne e passai a Genova - ove pi romoreggiava l'insofferenza publica, per la patria umiliazione - ed ivi terminai di curarmi.
La marcia degli avvenimenti in Italia, non minacciava ruina ancora - ma ispirava diffidenze fondate - La Lombardia era ricaduta sotto il tiranno - L'esercito piemontese che ne avea impugnato la difesa, era scomparso; non distrutto ma colla coscienza in cui stavano i suoi capi - della sua impotenza -
Quell'esercito, con gloriose tradizioni, e composto di personale brillante - era sotto l'influenza d'un incubo; d'una fatalit inesplicabile - ma desolante ma terribile! Sia, chi si fosse: il genio della frodde, del mercimonio - della maledizione! delle nostre sciagure! ne presiedeva il destino, e ne incatenava l'azione - Esso non avea perduto battaglie - ma chi sa perch? s'era ritirato davanti al nemico disfatto! Sotto il pretesto di premunirsi dalle trame degli esaltati - che fecondavano in Italia, naturalmente, per la fredezza e duplicit dei principi - s'infievoliva l'entusiasmo Italico nelle milizie - e si paralizzavano -
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Codesto esercito - che sostenuto dall'intiera nazione com'era - avrebbe fatto miracoli, sotto la direzione d'un uomo che avesse calpestato le paure e le differenze - marciando diritto alla meta - era all'incontro ridotto al nulla -
Dalla Lombardia si ritirava l'esercito - sbandato, non vinto - Dall'Adriatico la squadra, men vinta ancora - Alla mercede del barbaro dominatore giacevano i popoli - che scossero con tanta gagliardia ed eroismo, il giogo infame - senza l'ajuto di nessuno! Che cacciarono, quando soli, in cinque memorabili giornate - gli aguerriti mercenari dell'Austria, come gregge!
Nei ducati - in potere ancora del nostro esercito, fermentava la reazione - ed in Toscana, retta da un dittattore che giudicher la storia - In ambi i paesi, si armavano i contadini - che si armeranno sempre contro libero reggimento, fomentati da preti, spie e fautori dello straniero -
Negli Stati Romani - eran chiamati Rossi e Zucchi alla direzione delle cose politiche e dell'esercito - per coprire sotto quelle vecchie reputazioni, i progetti retrogradi, che gi dominavano -
Le popolazioni ingannate, dopo d'aver contemplato l'aurora del risorgimento - infuriavano - Bologna nell'immortale 8 Agosto - riceveva il primo regalo d'Austriaci, chiamati da' preti, a fucilate, e li fugava spaventati fino al di l del Po -
Il popolo di Napoli, faceva pure di magnanimi sforzi, contro il suo carnefice - ma era meno felice -
La Sicilia che si presentava quale baluardo, e sostegno della libert Italiana - dopo eroci sforzi fluttuava nella scelta d'istituzioni politiche, per difetto d'un uomo che ne dirigesse i destini -
Infine l'Italia tutta, piena d'entusiasmo, e d'elementi d'azione - capaci non solo di resistere, ma d'assalire il nemico sul suo terreno - era ridotta alla prostrazione ed all'inerzia, per l'imbecillit e la perfidia de' reggitori: - re, dottori, e preti -
Giungeva, mentre io mi trovavo in Genova, Paolo Fabrizi, e m'invitava per parte del governo di Sicilia a passare in quell'isola - Io acconsentiva contento - e con 72 de' vecchi e nuovi compagni, la maggior parte buoni ufficiali - c'imbarcammo a bordo d'un vapore Francese a quella via -
Toccammo Livorno - io contavo non sbarcare; ma saputo il nostro arrivo da quel popolo generoso ed esaltato - fu forza cambiare di proposito -
Sbarcammo: io piegai forse indebitamente alle sollecitudini di quella popolazione, - che frenetica pens: noi allontanarsi forse troppo dal campo d'azione principale - Mi si promise, che dalla Toscana si formerebbe una forte collonna, e che accresciuta di volontari sul transito, si poteva, per terra, marciare sullo stato Napoletano, e coadjuvare cos, pi eficacemente alla causa Italiana, ed alla Sicilia -
Mi conformai a tali proposte - ma mi avvidi ben presto dello sbaglio - Si telegraf a Firenze, e le risposte, circa ai progetti menzionati, erano evasive.
Non si contrariava apertamente il voto emesso dal popolo Livornese, perch se ne avea timore - ma da chi capiva qualche cosa, si poteva dedurne il dispiacimento del governo - Comunque fosse era la fermata decisa, e partito il vapore -
Il nostro soggiorno in Livorno fu breve; si ricevettero alcuni fucili - ottenuti pi dalla buona volont di Petracchi, capo popolano e dagli altri amici, che da quella del Governo - L'aumento del numerico della nostra forza era insignificante - Si disse di marciare a Firenze, ove si farebbe di pi; ma peggio -
In Firenze, accoglienza magnifica del popolo - ma indifferenza, e fame per parte del governo - e fui obligato d'impegnare alcuni amici per alimentare la gente -
Era il duca nella capitale della Toscana - Si diceva per, la somma delle cose - nelle mani di Guerrazzi - Io scrivo la storia - e spero non offendere il grande Italiano, se dico il vero -
Montanelli, acclamato meritamente dalla generale opinione, lo trovai quale me l'ero immaginato: leale, franco, modesto, volente il bene dell'Italia, col cuore fervido d'un martire - ma l'antagonismo d'altri neutralizzava qualunque buona determinazione; e poco valse perci, la breve permanenza al potere del milite prode e virtuoso di Cortatone -
Da Firenze, ove stimai, inutile e tedioso il nostro soggiorno, divisai passare in Romagna, ove si sperava far meglio - e da dove, all'ultimo, sarebbe stato pi facile di recarci a Venezia per la via di Ravenna. Per, nuovi guai, e pi aspri, ci aspettavano sull'Apennino.
Sulla strada, ove dovevimo avere i necessari sussidi, per provvedimento del governo Toscano - altro non trovammo, che la benevolenza degli abitanti - volonterosi ma insufficienti ai bisogni nostri - Una lettera del governo suddetto ad un sindaco della frontiera - limitava la sussistenza, ed ordinava lo sgombro agli importuni avventurieri -
In tale situazione, giunsimo alle Filigari, e vi trovammo il divieto per parte del governo pontificio, di varcar la frontiera - Almeno i preti eran conseguenti - trattavano da nemici!
Zucchi, lo stesso da noi salvato a Como - allora ministro della guerra, accorreva da Roma, per far eseguire gli ordini - E da Bologna marciavan un corpo di Svizzeri papalini, e due pezzi d'artiglieria, per opporsi all'ingresso nostro nello Stato.
Intanto, imperversava la stagione in quelle montagne, e la neve giungeva al ginocchio sulle strade. Erimo in Novembre - Valeva veramente la pena: venire dall'America meridionale, per combattere le nevi dell'Apennino - I Governi Italiani, che avevo avuto l'onore di servire - ed i di cui territori avevo percorso - non erano stati capaci di dare un capotto ai poveri, e prodi miei compagni - Era lamentevole cosa, il vedere quei bravi giovani - in quella rigorosa stagione, nei monti, vestiti la maggior parte di tela, alcuni di cenci - e mancando del necessario alimento - sulla loro terra, consueta a nutrire grassamente tutti i ladri, e mascalzoni del mondo.
Riunironsi tutti i mezzi pecuniari, posseduti per la maggior parte dagli ufficiali - se ne form una cassa comune, ed ajutati dal buon albergatore delle Filigari, passaronsi miseramente alcuni giorni.
Intanto gli Svizzeri pontifici prendevano posizioni militari sulla frontiera opposta - con tutte le misure di resistenza contro un tentato passaggio - ma umiliati dall'atto vergognoso del loro governo imbecille. La situazione nostra nelle Filigari, non era tenibile per molti giorni - non v'era altro rimedio che mutarla - Tornare indietro sulla Toscana, io avevo letto la comunicazione di quel Governo al Sindaco - nella quale si raccomandava di liberarsi di noi, al pi presto - e sarebbe stato d'uopo: umiliarsi, od ostilizzare. Proseguire sul territorio Romano, bisognava combattere chi era l preparato per vietarcelo.
A che scellerata perplessit ci tenevano i governanti su cui speravano gl'italiani la loro liberazione! Eppure - noi avevimo  varcato l'Atlantico - poveri s, perch avevamo rifiutato le richezze  ma col solo oggetto di offrire la nostra vita all'Italia!
Noi che alllora non avevamo accettatto terreni offerti dal presidente della Republica di Montevideo.
Scevri da qualunque interessato proposito - pronti a sacrificare al nostro paese, anche i princip politici - e servire, per servirlo, anche chi non meritava la fiducia nostra, per antecedenti infami!
I nomi di Guerrazzi, di Pio, erano venerati allora nell'anima nostra - eppure l, nella neve - privi d'alimento - essi tenevano nell'angoscia, quel pugno di giovani veterani - le di cui ossa dovevano ben presto seminarsi, sulla terra delle sventure! alla difesa di Roma contro lo straniero - colla disperazione - morendo - di poterla redimere!
Il popolo di Bologna seppe di noi - e sdegnossi per i scellerati procedimenti - Bologna  citt che non si sdegna invano - e ben lo sanno gli Austriaci e se ne spaventarono i papalini governanti - Mi fu quindi concesso di giungere in quella citt per abboccarmi col generale Latour comandante delle forze Svizzere al servizio del papa - Ed al generale Latour - mentre stava al balcone del suo palazzo, i Bolognesi gridarono: "O i nostri fratelli qui - o voi gi da quel balcone".
Io giungeva a Bologna, tra le acclamazioni di quel generoso popolo - ch'ero obbligato a calmare perch deciso di disfarsi da stranieri e retrogradi -
Si patteggiava con Latour in Bologna, il passaggio nostro per le Romagne verso Ravenna - ove dovevamo imbarcarci per Venezia -
Io raccomandavo a Latour di accelerare, e prestar sussidi ad una compagnia Mantovana partita da Genova coll'intenzione di riunirsi a noi. In un abboccamento con Zucchi, avevo ottenuto pure di aumentare la forza con volontari Romagnoli - e partirono alcuni comandati da un capitano Bazzani, Modenese, per ragiungerci a Ravenna.
In tale circostanza vidi a Bologna, per la prima volta, il valorosissimo Angelo Masina, il quale bisognava vedere una volta sola per amare ed apprezzarlo - Masina, dopo la ritirata della divisione Romana dalla Lombardia, ove aveva combattutto da prode, era rimasto a Bologna, o nelle vicinanze - Ora, egli trovavasi alla testa di quei popolani Bolognesi, che avevano liberata, erocamente la loro citt dagli Austriaci, nel passato 8 Agosto - e ne temperava lo sdegno eccitatto dalla vilt e tradimento dei preti e retrogradi -
Egli, nello stesso tempo, dando sfogo all'ardentissimo genio, riuniva cavalli ed uomini - parte a proprie spese - ed organizzava una compagnia di lancieri - che potevano eccitar l'invidia di qualunque milizia, per la bellezza del personale, l'elegante uniforme, ed il valore.
Potente d'individuale prestigio, egli infiammava o conteneva il popolo - Certo, lui ed il padre Gavazzi avevano influito assai sui Bolognesi, ed avean contribuito alla nostra liberazione dalle Filigari - Masina, era, in quell'epoca, destinato lui pure per Venezia - stanco d'inerte esistenza - e spinto in parte da' fautori dello straniero, e dai preti - Ed in Comacchio, egli faceva i suoi preparativi di passaggio verso la regina dell'Adriatico.
Intanto colla gente, in numero di circa cento e cinquanta, io giungevo in Ravenna - e mi si riuniva Bazzani con cinquanta reclute -
In Ravenna ebbimo nuovamente da altercare col governo prete - Le convenzioni passate in Bologna con Zucchi, erano state di aspettare nella prima citt l'arrivo de' Mantovani - per di l imbarcarsi tutti per Venezia - ma la diffidenza e la paura ch'eccitavano i miei pochi compagni male armati, e peggio vestiti, era tale da ispirare l'ardente desiderio nei preti, di sbarazzarsi di noi al pi presto.
Latour dopo alcune raggiri di parole, mi signific d'imbarcarmi immediatamente - Io risposi: che non m'imbarcherei senonch, quando sarebbe arrivata la gente che aspettavo... Si fecero delle minaccie per parte dei papalini - e siccome i Ravennati come i Bolognesi -  certa gente - cui le minaccie impongono poco - quella coraggiosa popolazione prepar armi e munizioni, per riunirsi a noi, in caso di violenze.
"La paura reciproca governa il mondo" diceva un amico mio con molto buon senso: E comunque sia i popoli che hanno meno paura - sono generalmente i meno malmenati - Cos successe a Ravenna - ed i prepotenti trascinatori di sciabole e di cannoni, non ardirono - con  un migliajo di aguerriti soldati - misurarsi con pochi poveri e quasi inermi amatori d'Italia.
La situazione di Masina in Comacchio, era consimile - La forza del papa voleva obligarlo, ad imbarcarsi precipitosamente; e lui, per poterlo fare a suo agio - e combinare la sua marcia con noi, resisteva alle intimazioni violenti, e coll'ajuto della popolazione capitanata dal prode Nino Bonnet si poneva in istato di difesa imponente. E cos anche a Comacchio trionf la giustizia giusta.
Parole con cui converr fregiare il nuovo vocabolario, in questo secolo di ladri, e  metterle accanto alla Republica Republicana di Francia.
"Ajutati, che Dio ti ajuter" Oggi, fo pompa di proverbi - me la perdoneranno, coloro che avranno la pazienza di leggermi. E qui per dovere storico mi tocca accennare ad uno di quegli uomini - cui l'Italia della monarchia e dei preti, innalza monumenti - Erano le cose, nello stato su descritto - quando una daga Romana, cambiava il nostro destino - da proscritti, ci faceva acquistare il diritto di cittadinanza, e ci apriva un asilo sul continente.
Discepolo di Beccaria io sono nemico della pena di morte - e biasimo quindi, la daga di Bruto - il patibolo, che in luogo di mostrare penzolone il Nano ministro di Luigi Filippo - che ben lo meriterebbe - ci presenta il modesto cadavere d'un figlio di Parigi - che anelava i suoi diritti - ed infine il terribile rogo - che per se solo basta a provare esser il prete emanazione dell'Inferno -
Comunque, gli Armodi, i Pelopidas, ed i Bruti che liberarono la loro patria da tiranni - non sono poi mostrati dalla storia antica, con colori s sudici - come i moderni mangiatori di popoli - vorrebbero far comparire, chi tast le coste al Duca di Parma - Borbone di Napoli, ecc.
Erano dunque le cose nostre deplorevoli - siccome le abbiamo anteriormente descritte - ed una daga Romana ci fece degni - non pi di proscrizione - ma di appartenere all'esercito di Roma.
La vecchia metropoli del mondo - degna in quel giorno della gloria antica, si liberava d'un satellite della tirannide - il pi temibile, e bagnava del suo sangue i marmorei gradini del Campidoglio. Un giovine Romano avea ritrovato il ferro di Marco Bruto!
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Lo spavento della morte di Rossi aveva annientato i nostri persecutori - e non si fece pi parola della nostra partenza.
NOTA: Un figlio di Rossi ha servito meco in Lombardia ed  un distinto e valoroso ufficiale. Il di lui padre sar stato un genio, come alcuni voglion descriverlo. Ma un genio od un uomo onesto devono servir la causa del proprio paese ed il papato in quei giorni la tradiva. FINE NOTA.
Roma, l'Italia non ottenevano lo stato politico desiderato colla morte del ministro del papa; ma si migliorava almeno la condizione di Roma - al punto di vista della libert Italiana - di cui il papato, spogliato della sua maschera di riformatore - fu, , e ne sar sempre il mortale nemico - Per noi poi - oggetto spaventoso di repulsione alla corte Romana - comunque fosse - per paura di chi restava dopo la morte di Rossi - soffribile divent la nostra presenza nella penisola.
Quel colpo di daga, annunziava ai patteggiatori collo straniero, che il popolo li conosceva - e che non voleva ritornare al servaggio - ove gli stessi tentavano di ricondurlo, con menzogne e con tradimenti.
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CAPITOLO 6.
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Nello Stato Romano, ed arrivo in Roma.
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Colla morte di Rossi, capirono i governanti di Roma, che non impunemente, si calpesterebbero i diritti, e la volont della nazione -
Chiamaronsi uomini meno impopolari al ministero - e fu concessa la permanenza nostra sul territorio Romano - Non cess per la stessa diffidenza in cui eravamo tenuti - e quantunque annessi all'esercito Romano - tardamente si provvedeva al nostro sussidio, al destino nostro, e massime al nostro armamento, ed ai capoti, indispensabili nel forte dell'inverno gi ben vicino -
In Ravenna erano giunti gli aspettatti Mantovani - Masina erasi riunito a noi, colla poca ma bella sua cavalleria - e  formavano un personale di circa quattrocento uomini - non complettamente armati, la maggior parte senza uniformi - e malvestiti, o pochissimo -
Il municipio di Ravenna da cui eravamo mantenuti, mi fece sentire: che sarebbe meglio, dividere tale carico con altre citt, e perci cambiare alternativamente di soggiorno - Cos successe - e lasciammo, dopo una permanenza di venti giorni circa, quella simpatica e generosa popolazione -
Io testimoniai in Ravenna, nel mio breve soggiorno, uno spettacolo unico e ben consolante - ciocch non avea veduto in nessuna delle citt nostre percorse antecedentemente - Vidi, nell'antica capitale dell'Esarcato, una concordia fra le classi diverse dei cittadini - veramente incantevole - La concordia perfetta fra i ceti diversi d'una citt Italiana  la Fenice!  il perno della libert e dell'indipendenza della patria, quando estesa generalmente - ed il suo difetto, non dubito: sia l'origine delle sventure e dell'abbassamento nostro -
Essa mi sembrava, per ventura di cotesti cittadini - annidata accanto al mausoleo di Dante - sotto l'egide del collosso dei nostri grandi! L non v'era un circolo popolare, uno Italiano - nazionale l'altro - una societ di qui, ed una societ di l avendo tutte e tutti, la loro chiesetta - il loro stato maggiore - interessati tutti a primeggiare, ed a non intendersi cogli altri - No! vi era un circolo solo, di tutti i cittadini composto; un'opinione sola dal nobile al plebeo - dal ricco al povero - Anelavano tutti la redenzione della patria - dallo straniero, senza occuparsi momentaneamente della forma di governo - quistione che avrebbe potuto complicare in quei giorni la situazione e distogliere l'attenzione generale dalla meta principale -
Ho sperimentato i Ravennati - esser gente di poche parole - ma di fatti - e credo possibile il fatto seguente narratomi nella loro citt:
Appariva una spia in Ravenna - in pien meriggio, in mezzo alla folla, lo colpiva una fucilata - il feritore ritiravasi tranquillamente - non fuggiva, poich altra spia non si sarebbe trovata - ed il cadavere maledetto rimaneva d'esempio alle moltitudini -
Lasciammo Ravenna e soggiornammo in varie citt delle Romagne ben accolti dal popolo e mantenuti dai municip -
In Cesena lasciai la gente, e mi diressi a Roma per abboccarmi col ministro della guerra - onde sistemare l'esistenza nostra vagabonda ed importuna -
Seppi allora la fuga del papa - e col ministro Campello, si regol: che la legione Italiana (questo fu il nome del corpo da me comandato in America, ed in Italia), apparterrebbe all'esercito Romano - che sarebbe perci provveduto del necessario e diretto su Roma - onde complettarsi ed ultimare la sua organizzazione - Scrissi quindi al maggiore Marrocchetti, che avevo lasciato al comando del corpo, che procedesse verso Roma, ed io marciai al suo incontro -
Dalla mia separazione dal corpo in Cesena - era successa una catastrofe nello stesso: La morte di Tommaso Risso - sensibilissima perdita - tanto pi, perch cagionata dalla discordia tra valorosi Italiani, ed eseguita dalla mano d'un fratello!
In un alterco, Risso avea battutto Ramorino di frusta - ed un duello era divenuto inevitabile - Io, certo, avrei cacciato dalla legione, l'ufficiale che si fosse lasciato battere da chicchessia - e Ramorino, non era giovane da sopportare un insulto come quello ricevuto - Conosciuto il fatto, io rimasi freddo con ambi - ma col presentimento di sciagure - Avrei cancellato col mio sangue, la vergogna del compagno valoroso, ma non era fattibile!
Partivo da Cesena per Roma - e Tommaso Risso ch'io avevo freddamente tratatto contro il mio solito - si avvicin alla vettura e mi strinse la mano... mi sembr di stringere la mano d'un cadavere! Il pressentimento della morte del mio amico - non mi abbandon durante il viaggio - e quella notizia inviatami, mi addolor, ma non mi sorprese - Si erano battutti fuori di Cesena - e Ramorino aveva ucciso Risso.
Era Tommaso Risso una di quelle nature predilette, "Fiera natura" dicea una donna Italiana, innamorata di lui: - Nella infanzia avea abbracciato la carriera della marina, e giunto nel Rio della Plata - sbarcossi in Montevideo, prese la campagna - e vi trov dell'occupazione, in uno stabilimento, di quelle contrade chiamato Estancia, assolutamente pastorizio - ed ove l'intiera vita si passa a cavallo - Egli s'era assuefatto intieramente agli usi di quel popolo cavalleresco - e di costituzione svelta e robusta - egli domava un puledro, a pari del gauccio, e si batteva con qualunque degli indigeni coltello alla mano - come il primo di loro - ed il suo nome era pronunciato con rispetto tra i forti figli delle Pampas -
Nelle guerre perenni tra i popoli del Plata, aveva Risso combattutto nelle fila dei Montevideani, e creato ufficiale per la di lui bravura - serv valorosamente nella legione Italiana - e tra i molti combattimenti sostenuti - in uno delli stessi ricevette tale ferita nel collo da ammazzare un rinoceronte - San miracolosamente di quella ferita; ma dal risultato della stessa, e di tante altre di cui aveva il corpo solcato - era rimasto colle braccia, quasi paralizzate -
Poco o nulla era l'istruzione letteraria di Tommaso - ma supplivalo tale intelligenza naturale, da farlo capace di qualunque carica - Egli avea comandato i vapori sul Lago Maggiore, e disimpegnatosi a meraviglia della difficile incombenza - Gelosissimo dell'onore Italiano - egli si sarebbe battutto col diavolo, se questo lo avesse voluto macchiare - Era con tutte le qualit che fanno il capopopolo: forte, ben disposto, generoso, le moltitudini erano il suo elemento - ed era capace di quietarle - quando esaltate - o di suscitarle e condurle all'erosmo col gesto, ed il maschio suono della sua voce -
Fu la morte di Risso, un doloroso avvenimento per i suoi compagni, e dolorosissimo per lui, di non poter spargere il suo sangue sui campi di battaglia per l'Italia ch'egli avea idolatrato.
Serbi Cesena i resti del prode campione della libert patria, e lo ricordino qualche volta i suoi cittadini, coll'affetto e la stima che meritava!
Giunsi a Fuligno, e vi trovai la legione - ma nello stesso tempo ricevetti ordine dal governo di marciare con essa al porto di Fermo onde guarnire quel punto - che nessuno minacciava - e ci mi prov non cessate le diffidenze dei nuovi governanti - e la volont di questi di tenerci lontani da Roma -
Le mie osservazioni: che la gente mancava di capotti indispensabili per ripassare gli Apennini coperti di neve - non valsero, e fu forza tornare indietro, ripassare il Colfierito, e recarsi verso Fermo.
Io mi capacitai, naturalmente dell'intenzione del governo - ed il motivo del nostro invio al punto suddetto, altro non era, che allontanarci dalla capitale, ove si temeva il  contatto, di gente, tenuta per essenzialmente rivoluzionaria, colla popolazione Romana allora disposta di far valere i suoi diritti - Mi corroborava in tale opinione l'ingiunzione del ministro della guerra: di non oltrepassare nella legione, il numero di 500 -
In Roma dominava sempre lo stesso spirito, che avea retto Milano, e che reggeva Firenze - l'Italia non avea bisogno di militi, ma di oratori e patteggiatori - dei quali si poteva dire, ciocch Alfieri diceva degli aristocrati: "Or superbi, or umili, infami sempre" - e di cotesti oratori massime - il nostro povero paese, non ne difetta in nessun tempo - Ed il despotismo avea cesso, per un momento, le redini della cosa publica, ai ciarloni per uccellare, ed addormentare il popolo colla quasi certezza che cotesti papagalli faciliterebbe la via alla tremenda reazione - che si preparava in tutta la penisola -
Rivalicavasi dunque l'Apennino per la terza volta, sprovvisti i miei poveri compagni d'un capotto nel forte dell'inverno - in dicembre - 1848 - e tra i mali che infierirono contro di noi - e che ci tormentavano nel nostro povero paese - non i minori furono le calunnie della parte prete - di cui il veleno nascosto come quello del rettile, come quello mortale - s'era propagato tra le popolazioni ignoranti - e ci avea dipinti coi colori i pi orribili - Secondo i negromanti, noi erimo gente capaci d'ogni specie di violenze, sulle propriet, sulle famiglie - scapestrati senza ombra di disciplina - e perci temuto il nostro avvicinamento, come quello dei lupi - o degli assassini -
L'impressione per era sempre cambiata alla vista della bella giovent educata che mi accompagnava - quasi tutto elemento cittadino e culto - poich ben si conosce: che tra i corpo volontari ch'ebbi l'onore di comandare in Italia, l'elemento contadino  mancato sempre, per cura dei reverendi ministri della menzogna - I miei militi appartenevano quasi tutti a famiglie distinte delle diverse provincie Italiane.
 vero che non mancarono tra i miei volontari, alcuni malandrini in tutte le epoche, intrusi furtivamente, o tra noi mandati dalle polizie o dai preti - per suscitarvi dei disordini e delitti - e cos screditare il corpo - ma, questi difficilmente duravano - e sfuggivano al castigo che li colpiva subito - Cotesti malfattori erano svelati dagli stessi volontari - gelosi dell'onore della legione -
Nel transito della legione dalle Romagne nell'Umbria, erasi saputo che i Maceratesi, temendo il nostro passagio per la loro citt, avevano significato: che chiuderebbero le porte - ma nel ritorno - cio nella marcia per porto di Fermo - meglio informati e pentiti della loro ingiusta risoluzione - mi fecero avvertito, che bramavano una nostra visita, per provarci l'inganno in cui furono trascinati la prima volta -
Fu rigorosissimo il tempo nel nostro passaggio sull'Apennino - e molto vi sofferse la gente - ma l'accoglienza ricevuta in Macerata, fu una festa che ci risarc dalle pene sofferte -
I Maceratesi non solo ci accolsero come fratelli - ma ci supplicarono a rimanere nella loro citt - sino a nuova disposizione del governo; e siccome il nostro destino a porto di Fermo - non avea altro oggetto, che lo allontanarci da Roma - Ora che ci trovavamo coll'Apennino tra noi e la metropoli - non fu difficile al popolo di Macerata, l'ottenere la permanenza nostra in quella citt.
In Macerata si tratt di vestire la gente - e grazie alla buona volont degli abitanti, ed alle somministrazioni del ministero - vi si pervenne quasi complettamente - In quello stesso tempo, si procedette alle elezioni dei deputati alla Costituente - ed i nostri militi furono chiamati al voto -
I deputati alla Costituente!..... E fu spettacolo imponente quello dei figli di Roma, chiamati nuovamente ai Comizi - dopo tanti secoli di servaggio e di prostrazione, sotto il giogo nefando dell'impero, e del pi vergognoso ancora della teocrazia papale! Senza tumulti, senza passioni, fuori di quelle per la libert - per la patria redenta! Senza venalit - senza prefetti o birri che violentassero la libera votazione delle genti - si esegu la sacra funzione del plebiscito - e non vi fu l'esempio nello stato di un voto compro - di un cittadino che si prostituisse al padronaggio del potente -
I discendenti del gran popolo, mostrarono il discernimento degli avi, sulla scelta dei loro rappresentanti - ed elessero tali uomini da onorare l'umanit in qualunque parte del mondo! Uomini il coraggio dei quali non cedeva a quello del senato antico - o dei moderni dell'Elvezia, e della terra di Washington! Ma l'odio, la gelosia, la paura della moderna canaglia dei potentati e dei preti, non dormivano - e spaventati dal rinascimento della temibile, rossa dominatrice - essi si collegarono subito per recidere i ricomparsi germogli di lei - quando teneri ancora ed incapaci di seria resistenza -
Abbi speranza Italia! e nel periodo di afflizioni, ove codardamente t'han tenuto, e ti tengono tuffata - i prepotenti di fuori ed i ladri di dentro - non perderti di fiducia - non  tutta morta la bella giovent che ti adornava sulle barricate di Brescia, Milano, Casale - al ponte del Mincio - sui baluardi di Venezia - di Bologna, d'Ancona, di Palermo - nelle strade di Napoli, di Messina, di Livorno - l sul Gianicolo, e nel Foro della vecchia capitale del mondo!
Essa  sparsa sulla superficie del globo - dall'uno all'altro emisfero - ma tutta palpitante d'un amore per te, che non ha uguale - e per la redenzione tua - che non capiscono, i freddi speculatori, e patteggiatori delle tue membra e del tuo sangue - e che non capiranno senonch il giorno del lavacro delle sozzure con cui t'hanno contaminato!
Non perderti di fiducia! Essa incanutita oggi sotto il sole cocente delle battaglie - apparir alla vanguardia della tua nuova generazione - cresciuta all'odio, ed alle fucilate del prete e dello straniero - ringagliardita dal ricordo di tanti oltraggi - e dalla vendetta dei tanti patimenti sofferti nel carcere e nell'esiglio -
L'Italiano non si alletta nel bel clima straniero - coi vezzi della gentile straniera - non si trapianta per sempre in altra terra, come i figli del Settentrione - Egli vegeta, passeggia, tetro meditabondo sulla terra altrui - ma giammai l'abbandona la brama di rivedere il suo paese bellissimo - e di combattere per redimerlo!
Nessuno sa la durata del periodo di degradazione in cui ti ravvolgi Italia! Ma tutti ben sanno: che non lontana  l'ora solenne del risorgimento!
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CAPITOLO 7.
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Proclamazione della Republica, e marcia su Roma.
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Soggiornammo in Macerata, sin verso la fine di Gennajo - da dove partimmo per Rieti, con ordine di guarnire quella citt; la legione marci a quella volta per il Colfiorito; ed io per la via di Ascoli, e la valle del Tronto, con tre compagni per percorrere ed osservare, la frontiera Napoletana -
Valicammo gli Apennini, per le scoscese alture della Sibilla - la neve imperversava - e mi assalirono i dolori reumatici, che scemarono tutto il pittoresco del mio viaggio -
Vidi le robuste popolazioni della montagna, e fummo bene accolti, festeggiati dovunque - e scortati da loro con entusiasmo - Quei dirupi risuonavano dagli evviva alla libert Italiana - e da l a pochi giorni - quel forte ed energico popolo - corrotto, e messo su dai preti sollevavasi contro la Republica Romana - ed armavasi colle armi somministrate dai neri traditori per combatterla -
Giunsi in Rieti, ove si ultim di vestire la legione; ma fu impossibile ottenere i fucili per complettare il suo armamento - ed io vedendo inutile qualunque richiesta - mi decisi a far fabbricare lancie, per provvederne i disarmati.
In Rieti si riunirono a noi, Daverio, Ugo Bassi, ed alcuni buoni militi, tra cui i due fratelli Molina, e Ruggiero, che tanto si distinsero poi, come ufficiali nei vari combattimenti sostenuti dalla legione -
Aumentava il corpo, mentre organizzavasi alla meglio; ma il ministero di Roma non voleva militi; e nella stessa guisa, con cui avea limitato il numero dei legionari a 500 - ora m'intimava di non oltrepassare i 1000 - dimodocch, avendone gi alcuni di pi, fui obligato di menomare il misero soldo - compresi anche gli ufficiali - per mantenere tutti - Un solo lamento per ci non s'intese nelle fila dei prodi miei fratelli d'armi.
Si approfitt della stazione in Rieti per l'istruzione dei legionari - e si presero alcune misure di difesa alla  frontiera, per guardarla contro i tentativi del Borbone, gi smascherato, ed in aperta reazione contro la libert Italiana -
Eletto dai Maceratesi a deputato, fui chiamato a Roma, per far parte dell'assemblea costituente - ed il d otto febbrajo 1849 - ebbi la fortuna, uno dei primi - alle 11 della sera, di proclamare colla quasi unanimit, quella Republica di s gloriosa memoria, e che s presto dovea essere schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre all'Autocrazia Europea -
Era l'8 febbrajo 1849 - ed io, addolorato dai reumatismi, ero trasportato sulle spalle del mio ajutante Bueno - nelle sale della assemblea Romana - l'8 di febbrajo 1846 quasi alla stess'ora, passavano sulle mie spalle, non pochi feriti, dei prodi nostri legionari, sul glorioso campo di battaglia di S. Antonio - e si adagiavano a cavallo per imprendere l'ardua, ma bella ritirata verso il Salto.
Ora assistevo alla rinascita del gigante delle Republiche! la Romana! Sul teatro delle maggiori grandezze del mondo! Nell'Urbe! Che speranze, che avvenire! Non eran dunque sogni, quella folla d'idee, di vaticini, che avean fantasticato nella mia mente dall'infanzia - nella mia immaginazione di diciotto anni - quando per la prima volta, vagai tra le macerie dei superbi monumenti della Citt eterna - quelle speranze di risorgimento patrio - che mi fecero palpitare nel folto delle foreste Americane e nelle tempeste degli Oceani - che mi guidarono al compimento de' miei doveri, verso i popoli oppressi - soffrenti!
L - liberamente, nell'aula stessa ove si adunavano i vecchi tribuni della Roma dei Grandi - eravamo adunati noi - non indegni forse degli antichi padri nostri - se presieduti dal genio - ch'essi ebbero la fortuna di conoscere, e di acclamare sommo! E la fatidica voce di Republica risuonava nell'augusto recinto - come nel d che ne furono cacciati i re per sempre!
Domani dal Campidoglio - nel Foro - sar acclamata la Republica, dal popolo soffrente per tanti secoli - ma che non dimentic: esser egli il discendente del grandissimo popolo!
Fratanto i millantatori Chauvins d'oltr'Alpe - aveano assicurato: che gl'italiani non si battono - che non meritano d'esser liberi - e marciavano guidati dai preti, ad ingannare e distruggere la Republica Romana -
L'unione Italiana spaventa l'Europa autocratica, e gesuita - massime i nostri occidentali vicini - i di cui dottrinari predicano come incontestabile, e leggitima dominazione, quella del Mediterraneo - non considerando: che tante sono le nazioni affluenti - che di loro vi hanno pi diritto -
Per le sciagurate nostre discordie, toglier ci ponno dal seno delle nostre famiglie, e dilapidare le sostanze nostre - colla ipocrisia del gesuita a cui si sono legati - ma non ci torranno il diritto di scaraventar loro in faccia il fallace procedere - e di far loro confessare almeno: che han paura di vederci stringere l'antico e terribile fascio!
Oggi, essi sono, come noi, vassalli di quella parodia d'imperatore che li governa - che s'impone a tutti cotesti nostri Signorotti, e la di cui dominazione scellerata, sar finalmente rovesciata nella polve dalla spada dell'eterna giustizia -
Da Roma ritornai a Rieti, dopo la proclamazione della Republica Romana, e verso la fine di Marzo ebbi ordine di marciare per Anagni colla legione - In Aprile si seppe: esser i Francesi in Civitavecchia; e dopo aver occupato quella citt marittima - che si poteva difendere senza l'inganno degli uni - e l'imbecillit degli altri - si conobbe la loro intenzione di marciar su Roma.
Verso quel tempo era giunto nella capitale il generale Avezzana, ed assunse il Ministero della guerra - Io non conoscevo personalmente Avezzana, ma dalle informazioni avute sul suo carattere, e la sua vita militare, in Spagna, ed in America, io ne avea concepito alta stima - e la sua comparsa alla direzione di quel dipartimento, mi colm di speranze e non m'ero ingannato - La prima prova l'ebbi, nell'invio di cinquanta fucili nuovi - non avendo, sino a quel momento, potuto ottenerne un solo - ad onta di reiterate domande -
Non tard a giungere l'ordine di marciare su Roma - minacciata dai soldati di Bonaparte -
Inutile dire: se si marciava volentieri, alla difesa della citt a grandi memorie - La legione era di circa mille duegento uomini - noi eravamo partiti da Genova in sessanta -  vero che avevamo percorso un buon tratto d'Italia - ma se si osserva: che ovunque erimo stati rigettatti dai governi - calunniati, come solo sanno calunniare i preti - miseri..... sino agli estremi bisogni - e per la  maggior parte del tempo senz'armi - tutte mancanze, che disgustano certo i volontari - e ne ritardavano l'organizzazione - Con tante contrariet si poteva quindi esser soddisfatti del numero raggiunto - Giunsimo in Roma, ed ebbimo quartiere in S. Silvestro - convento abbandonato, da monache -
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CAPITOLO 8.
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Difesa di Roma.

La permanenza della Legione in S. Silvestro - fu di breve durata - ed ebbimo, all'altro giorno, l'ordine di accampare sulla piazza del Vaticano - e quindi di guarnire le mura da Porta S. Pancrazio a porta Portese - Era imminente l'avvicinamento dei Francesi, e bisognava prepararsi a riceverli.
Il 30 Aprile 1849 doveva illuminare la gloria dei giovani ed inesperti difensori di Roma - e la fuga vergognosa dei soldati dei preti e della reazione -
Il sistema di difesa del generale Avezzana, era degno di quel veterano della libert - Egli con attivit instancabile, avea proveduto ad ogni cosa, e trovavasi su tutti i punti, che potevano abbisognare della di lui presenza.
Incaricato della difesa da S. Pancrazio e Portese - io avevo stabilito fuori di quelle porte - dei forti posti avanzati - aprofitando perci dei dominanti palazzi di Villa Corsini (quattro venti), Vascello - ed altri punti adeguati alla difesa -
Osservando le imponenti posizioni di quei fabricati, era facile dedurne: che conveniva non permetterne il possesso al nemico - e che una volta perduti - difficile, ed impossibile sarebbe riuscita la difesa di Roma -
Nella notte che precedeva il 30 Aprile - io, non solo mandai esploratori sulle due strade, che conducevano alle porte da noi guardate - ma due piccoli distaccamenti ebbero ordine d'imboscarsi - sull'orlo della via - in distanza da poter cogliere almeno, alcuni esploratori nemici -
Al far del giorno, io avevo davanti a me, in ginocchio, un soldato nemico di cavalleria, chiedendomi la vita. Io confesso: che per insignificante che fosse, l'acquisto d'un prigioniero - me ne allegrai, ed augurai bene della giornata - Era la Francia inginocchiata, facendo ammenda onorevole per la vergognosa ed indegna condotta de' suoi governanti -
Il prigioniero era stato fatto dal distaccamento, agli ordini del giovane Nicese, Ricchieri - con molta bravura e sangue freddo - Una squadra di esploratori nemici, era stata posta in fuga dai nostri - ed i fuggenti, bench superiori in numero - abbandonarono anche alcune armi -
Conoscendo l'avvicinamento d'un nemico,  sempre proficuo eseguire alcune imboscate sulle strade ch'egli deve percorrere per avvicinarsi - Vi sono due vantaggi quasi sicuri: il primo di conoscere ove ha raggiunto la testa di collonna nemica; il secondo, di acquistare alcuni prigionieri -
Intanto dalle dominanti alture di Roma, scoprivasi l'esercito nemico che si avvicinava con precauzioni e lentamente - Seguiva la via che viene da Civitavecchia a Porta Cavalleggieri - marciando in collonna - Giunto a tiro di cannoni, stabil alcuni pezzi di artiglieria in punti dominanti - e spieg alcuni corpi che marciarono risolutamente all'assalto delle mura -
Era veramente disprezzante il modo d'attaccare del generale nemico: don Quisciotte all'assalto dei molini a vento - Egli attacc non in altra guisa - che se non vi fossero stati baluardi - o se questi fossero stati guerniti con bimbi - Veramente per sbaragliare quattro brigands d'Italiens - il generale Oudinot virgulto d'un maresciallo del primo impero - non avea creduto necessario: procurarsi una carta di Roma. Egli per, s'accorse ben presto ch'erano uomini che difendevano la loro citt contro mercenari - che avevano il solo nome di Republicani - e cotesti prodi figli d'Italia, dopo d'aver lasciato, con molta calma, avvicinar il nemico - lo fulminarono con fuoco di moschetti, di cannoni - e ne distesero non pochi, di coloro che pi s'erano avanzati -
Dall'alto dei Quattro venti, io avevo osservato l'attacco del nemico - ed il bel ricevimento fatto dai nostri di porta Cavalleggieri - e dalle mura attigue - Un attacco sul fianco destro nemico, mi sembr cosa da non disprezzarsi - e vi spinsi due compagnie che lo posero in molta confusione - Sopraffatte per da un numero assai superiore di nemici - esse furono obligate di ripiegarsi sulle posizioni di sostegno - cio dei casini esterni di quella parte di Roma -
In quel primo incontro, ebbimo a deplorare la perdita del prode Capitano Montaldi -
Chi ha conosciuto Goffredo Mameli, ed il Capitano De Cristoforis - si far un'idea di Montaldi - Lo stesso fisico, e l'anima stessa - Montaldi assisteva ad un combattimento, comandando i suoi militi - collo stesso sangue freddo che al campo di manovra - od in una conversazione, con un crocchio di amici -
Egli non avea forse, tanta istruzione - quanto i due prodi campioni della libert Italiana summentovati - ma la stessa intrepidezza, lo stesso valore - e lo stesso genio - Che stoffa da generale! Di cui l'Italia conserva sempre la stampa - ed a cui essa deve affidare i suoi figli - nel giorno del giudizio di alcuni prepotenti - o del lavacro d'alcun oltraggio.
Egli fece parte della legione Italiana di Montevideo - dal principio della sua formazione - essendo giovanissimo allora - ma partecip ad innumerevoli combattimenti, colla consueta bravura - e fu dei primi ad iscriversi tra coloro che da Montevideo - varcavano l'Oceano per venir a servire la causa patria - Genova pu con orgoglio incidere il nome di Montaldi, accanto a quello del suo vate guerriero: Mameli -
I Francesi giunti sotto le nostre posizioni dei Casini - furono ricevuti dai fuochi incrociati dei nostri posti - e si fermarono coprendosi dietro le accidentalit del terreno - e dietro ai muri delle numerose ville dei dintorni - e di l sparando a tutta possa -
In tale stato dur alquanto il combattimento; ma giunti, a noi rinforzi da dentro, si caric il nemico con vigore, che perdette mano mano terreno - sinch volto in precipitosa ritirata - Il cannone dalle mura ed una sortita dei nostri da porta Cavalleggieri, complottarono la vittoria - Il nemico lasci alquanti morti - e varie centinaja di prigionieri - ritirandosi sconquassato, e senza fermarsi sino a Castel Guido -
Al prode generale Avezzana, che avea organizzata la difesa si deve il principale onore della giornata - Egli instancabile mostravasi durante la pugna - ovunque pi ferveva - ed animava colla voce, e colla maschia sua presenza, i nostri giovani militi.
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Il generale Bartolomeo Galletti, colla sua legione Romana - ci furon compagni durante l'azione - e contribuirono assai alla vittoria - cos il generale Arcioni con un corpo da lui comandato - bench giunti tardi, cooperarono alla sconfitta del nemico - e fecero pure buon numero di prigionieri -
Un battaglione di giovani Universitari, ed altre frazioni di corpi, agregati alla legione durante la pugna si comportarono pure egregiamente -
Un collonnello Haug Prussiano - lo stesso che fu generale con noi nel 66 - mi serv in tutta la fazione, da ajutante di campo, con molto valore, e sangue freddo - Marrocchetti, Ramorino, Franchi, Coccelli, Brusco (Minuto), Peralta - e tutti i miei compagni di Montevideo - sostennero la loro riputazione di bravura - s giustamente acquistata -
I valorosi Masina, Daverio, Nino Bonnet - ed altri prodi, di cui vorrei ricordare i nomi - ebbero un contegno brillante -
Questo primo fatto d'armi, contro truppe aguerrite - rialz molto il morale dei nostri legionari - e ben lo provarono nei susseguenti -
Il giorno che segu l'attacco dei Francesi - io ebbi ordine di osservarli - e mossi colla legione, ed alcuna cavalleria verso Castel Guido - ove stettimo parte della giornata in vista del nemico -
Verso il pomeriggio giunse un medico Francese parlamentare - e lo inviai al governo -
Il generale Oudinot sentendosi debole per l'attacco di Roma, cerc di temporeggiare con trattative diplomatiche - aspettando intanto rinforzi dalla Francia - Noi avressimo potuto, profittando della sua debolezza e della sua paura, riccacciarlo in mare - e poi avressimo fatto i conti -
In Maggio ebbero luogo i due fatti d'armi di Palestrina, e di Velletri - In ambi la legione si copr di gloria -
Giunti in Palestrina i soldati del Borbone di Napoli - che da tempo avevano invaso il territorio Romano - in combinazione con Francesi, Austriaci, e Spagnuoli - ci attaccarono, e furono complettamente respinti - Vi si distinsero Manara co' suoi prodi bersaglieri - Zambianchi, Marrocchetti, Masina, Bixio, Daverio, Sacchi, Coccelli, ecc. - A Vellettri, ove comandava il generale in capo Roselli, fu alquanto pi serio il combattimento, per trovarsi il re di Napoli in persona con tutte le forze del suo esercito - e noi con circa otto milla uomini d'ogni arma.
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Partiti da Roma per porsi alle spalle dell'esercito Napoletano - seguimmo la via di Zaccarolo a Monte Fortino - Io ero destinato dal generale Roselli, al comando del corpo di battaglia - ma trovandosi di vanguardia il collonnello Marrocchetti, colla legione Italiana - a me specialmente attacata, sin dal principio della sua formazione - e composta per la maggior parte de' miei vecchi fratelli d'armi - e marciai quindi colla vanguardia - raccogliendo, dagli abitanti, notizie del nemico, che facevo pervenire al quartier generale principale -
Dalle notizie raccolte con cura, io potei dedurre: esser il nemico in via di ritirata, e non m'ingannai - Giunto colla vanguardia sulle alture che dominano Vellettri verso Monte Fortino, feci fare alto, e riconoscendo il terreno - feci spiegare la legione a destra e sinistra della strada che conduceva a Vellettri - Il terzo reggimento di linea appartenente anche alla vanguardia - rimase parte in collonna di riserva sulla strada, ed alcune compagnie scaglionate destra e sinistra nelle vigne laterali che dominavano la stessa strada incassata - Due pezzi d'artiglieria furon collocati in dietro del terzo reggimento, su d'una posizione dominante - e che infilava la strada - La cavalleria di Masina, parte in avanti come esploratori, e parte in riserva -
Il nemico avea fatto marciare verso Napoli, per la via Appia, i bagagli, e la grossa artiglieria - ma avendo ancora la maggior parte delle sue forze in Vellettri - e informato del piccolo numero delle nostre che le stavano a fronte - volle almeno tentare una riconoscenza - Fece avanzare quindi una collonna sulla strada, alla nostra direzione, sostenuta e coadjuvata da forti linee di tiratori sui fianchi nelle vigne - ed attacc i nostri avamposti - che spinse con molta furia, e rovesci sul grosso nostro.
Una vanguardia della sua cavalleria, aveva caricato, per la strada, i pochi cavalieri nostri che si trovavano sulla stessa in esploratori - e per sostenerli io feci caricare i cavalieri nemici dalla piccola nostra riserva di cavalleria - che bravamente li rispinsero - Ma giunta questa sul ciglione della collina, nella stessa strada, s'incontr colla testa di collonna principale, che spuntava marciando contro di noi; e naturalmente retrocesse ricaricata dai cavalieri Borbonici - Siccome i nostri cavalli eran per la maggior parte giovani, e non aguerriti essi vennero in dietro in tutta  furia; ciocch sembrandomi poco decente, in presenza di tanti amici e nemici - io commisi l'imprudenza d'attraversar il mio cavallo per frenar la carriera dei nostri - e cos fecero alcuni ajutanti miei ed il mio prode nero assistente Andrea Aguiar.
In un momento nel sito da me occupato - si vide un mucchio d'uomini e cavalli rovesciati - Incapaci di frenare i loro cavalli, i cavalieri nostri - diedero con tanta furia su di noi, che ci rovesciarono, e caddero loro stessi, formando cos un monticino informe in quella strada incassata - ove sarebbe stato impossibile ad un solo fante di transitare - tanto era ingombra.
I cavalieri nemici giunsero a sciabolarci - e fummo salvati dalla confusione in cui ci trovavamo - Subito dopo poi, i legionari nostri schierati nelle vigne destra e sinistra della strada - alla voce dei loro ufficiali - caricarono energicamente il nemico, lo respinsero, e ci tolsero da quel desolante impiccio - Una compagnia di ragazzi che avevo alla mia destra - vedendomi caduto, si scagliarono sui nemici da furibondi - Io credo: dovetti, principalmente, la mia salvezza a quei valorosi giovani - poich, essendomi passati, cavalieri e cavalli sul corpo, io n'ero rimasto contuso al punto di non potermi movere -
Rialzato finalmente con molta fatica, io mi tastavo le membra per sentire, se ve n'era alcuno rotto -
La carica dei nostri, sulla destra ch'era la dominante - e quindi la chiave della posizione - condotta dai prodi Masina e Daverio - fu spinta con tanto impeto, che poco manc, non entrassero i nostri mischiati ai nemici dentro Vellettri.
Pi vicini alla citt, io potei assicurarmi vieppi, che le disposizioni del nemico, erano per la ritirata. Oltre alle notizie ch'io avevo raccolto - della marcia del bagaglio e grossa artiglieria - vedevo chiaramente la cavalleria nemica, ordinata in scaglioni - al di l di Vellettri, lateralmente alla via Appia - cio su di quella per cui doveva ritirarsi.
Fratanto io inviavo rapporto d'ogni cosa al generale in capo - ma sventuratamente trovavasi il corpo d'esercito nostro, trattenuto in dietro, verso Zaccarolo - aspettando i viveri che tardavano a giungere da Roma. Io all'incontro - avevo fatto mangiar la gente, cammin facendo - avendo fatto ammazzare dei bovi - che si trovavano in abbondanza, nelle ricche tenute contigue appartenenti a cardinali.
NOTA: Io scriver pacatamente di Mazzini, non voglio per mentire alla mia coscienza, e quando dico Mazzini intendo il governo Romano, giacch egli era in fatto il dittatore di Roma, titolo di cui non voleva assumere la responsabilit ma di cui si sa aveva il potere, conoscendo il carattere onesto e docile dei triumviri Saffi e Armellini. Dunque il Dittatore Mazzini, cui facevano ombra, Avezzana ed io, releg il primo ad Ancona ed io, fui lasciato alla difesa di porta S. Pancrazio. Generale in capo fu nominato il Collonnello Roselli che credo avrebbe fatto molto bene il suo dovere alla testa del suo reggimento: ma che non aveva sufficiente esperienza per comandare in capo l'esercito della Republica. FINE NOTA.
Finalmente il generale in capo - e le prime teste di collonne nostre, giunsero verso le 4 p.m. - avendo noi combattutto nelle prime ore del giorno -
Molto durai a far credere alla ritirata del nemico - ma invano - Nonostante il generale Roselli - ordin al suo arrivo un attacco di riconoscenza - e fece, dopo, prendere alla truppa, le disposizioni idonee per l'assalto nella mattina seguente - Ma il nemico trov a proposito di non aspettare il nostro comodo - e sgombr Vellettri nella notte - facendo scalzare i soldati - e fasciare le ruote dei cannoni - per poter ritirarsi con pi silenzio.
All'alba si seppe: esser la citt sgombra - e dalle alture di questa - scoprivasi il nemico ritirandosi velocemente per la via Appia verso Terracina e Napoli.
Da Vellettri il corpo nostro principale si ritir a Roma - col generale in capo - ed io ebbi ordine da questo d'invadere lo Stato Napoletano, per la via d'Anagni, Frosinone, Ceprano, e Rocca d'Arce, ove giunsi coi bersaglieri Manara che facevano la vanguardia - Il reggimento Masi, la legione Italiana, e poca cavalleria seguivano il movimento -
Il prode collonnello Manara, che faceva la vanguardia co' suoi bersaglieri, persegu il generai Viale che comandava un corpo di nemici - e che non si ferm un sol momento, per riconoscere chi lo perseguiva. A Rocca d'Arce, ci giunsero varie deputazioni de' paesi circonvicini - che venivano a salutarci quali liberatori - ed a sollecitare l'entrata nostra nel regno, ove promettevano generale simpatia ed adesione.
Vi sono dei momenti decisivi nella vita de' popoli -  come in quella degli individui - e codesta fu occasione solenne e decisiva - Vi voleva del genio -
Io opinavo, e mi preparavo a seguire per S. Germano, ove saressimo giunti con poca fatica, e nessun ostacolo - L nel cuore degli Stati borbonici - alle spalle degli Abruzzi - le di cui forti popolazioni - erano dispostissime a pronunciarsi per noi -
La buona volont delle popolazioni - la demoralizzazione dell'esercito nemico, battutto in due incontri - e che sapevo in disposizione di scioglimento - desiderando i soldati tornare alle loro case - l'ardore de' miei giovani militi, vittoriosi in tutte le pugne sin l combattutte - e disposti perci a battersi come leoni, senza contare il numero de' nemici - la Sicilia non doma ancora - incorata dalle sconfitte de' suoi oppressori - Tutto infine, presagiva molta probabilit di successo, nello spingersi audacemente avanti - Ebbene un ordine del governo Romano ci richiamava a Roma - minacciata nuovamente dai Francesi - Per palliare tale atto d'intempestiva debolezza - e tale errore - mi si lasciava l'arbitrio, tornando a Roma di costeggiare gli Abruzzi!
Se chi mi chiamava a ripassare il Ticino in 1848, dopo la capitolazione di Milano - e che non solo mi tratteneva i volontari in Svizzera - ma me li faceva disertare, anche dopo la vittoria di Luino - facendomi dire da Medici: che loro avrebbero fatto meglio! Se colui che dietro il mio parere, mi lasciava marciare e vincere a Palestrina - Se egli, poi, non so per qual motivo, mi facea marciare a Vellettri - agli ordine del generale in capo Roselli - Se Mazzini infine, il di cui voto era assolutamente incontestabile - nel Triumvirato - avesse voluto capire: che anch'io dovevo sapere qualche cosa di guerra - avrebbe potuto lasciarlo il generale in capo a Roma, incaricarmi solo dell'impresa seconda, come lo era stato della prima - e lasciarmi invadere il regno Napoletano il di cui esercito sconfitto trovavasi nell'impossibilit di rifarsi - e le di cui popolazioni ci aspettavano a braccia aperte - Che cambiamento di condizioni! Che avvenire - presentavansi davanti all'Italia, non ancora scoraggita dall'invasione straniera!
In vece di ci, egli chiama le forze tutte dello stato, dalla frontiera borbonica a Bologna - e le riconcentra su Roma, per presentarle cos in un solo boccone al tiranno della Senna - a cui se non bastavano i suoi quaranta milla  uomini ne avrebbe mandato cento milla, per annientarci in una volta sola -
Chi conosce Roma, e le sue diciotto miglia di mura, sa molto bene: esser impossibile difenderla con poche forze, contro un esercito superiore in numero ed in ogni specie di materiale di guerra - com'erano i Francesi nel 1849 -
Non, tutte alla difesa della capitale - dovevano dunque impiegarsi le forze dell'esercito Romano - ma internarne la maggior parte nelle posizioni inespugnabili di cui abbonda lo stato - chiamare le popolazioni tutte alle armi - lasciarmi continuare la mia marcia vittoriosa nel cuore del regno - e finalmente dopo d'aver mandato fuori, quanto si poteva - i mezzi di difesa - uscire lo stesso governo, e stabilirsi in situazione centrale, e difendibile -
 vero: che nello stesso tempo dovevansi prendere alcune misure di salute publica contro l'elemento prete - che non si presero - e che si lasci, per dei riguardi malintesi, onnipotente a congiurare, tramare, e finalmente contribuire alla caduta della Republica - ed alle sventure d'Italia -
Chi sa quali sarebbero stati i risultati delle misure salvatrici suddette? Cadendo, se cader si doveva - saressimo caduti almeno, dopo d'aver fatto il possibile, il dovere - e certamente dopo l'Ungheria e Venezia!
Giunto a Roma, al ritorno di Rocca d'Arce, vedendo di che modo si maneggiava la causa nazionale - e prevedendo inevitabile rovina - io chiesi la dittattura - e chiesi la dittattura, come in certi casi della mia vita, avevo chiesto il timone d'una barca - che la tempesta spingeva contro i frangenti -
Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati! Per, il 3 giugno cio pochi giorni dopo - quando il nemico che li aveva illusi - s'era impadronito delle posizioni dominanti la citt - e che noi tentavamo - ma inutilmente - di riprendere, a costo di prezioso sangue - allora dico: il capo dei triumviri - mi scriveva: offrendomi il posto di generale in capo - Io ero impegnato al posto d'onore, e trovai bene di ringraziarlo - e continuare nella sanguinosa bisogna di quell'infausta giornata.
Oudinot avendo ricevuto quanti rinforzi abbisognava, dalle trattative con cui aveva addormentato il governo della Republica - si dispose a passare ai fatti - ed anunci a Roma, ch'egli ripiglierebbe le ostilit il 4 di giugno - ed il governo fid alla parola del fedifrago soldato di Bonaparte -
Da Aprile che durava il pericolo sino a giugno - a nessun opera di difesa s'era pensato - massime nei posti importanti e dominanti di fuori - che sono la chiave di Roma - Ed io ricordo: che il 30 Aprile 1849 dopo la vittoria - il generale Avezzana ed io - in una conferenza ai quattro venti - avevamo deciso di fortificare cotesta eminente posizione - ed alcune altre laterali poco meno importanti - Ma il generale Avezzana, era stato mandato ad Ancona - ed io occupato ad altre faccende -
Poche compagnie, trovavansi fuori porta S. Pancrazio, e porta Cavalleggeri - come posti avanzati, essendo il nemico da quella parte verso Castel Guido e Civitavecchia - Io ero tornato da Vellettri - e lo confesso: addolorato per l'andamento rovinoso della causa del mio povero paese - La legione occupava S. Silvestro e non si pensava che a lasciar riposare i militi, dalle fatiche della campagna -
Oudinot che avea fatto l'intimazione per il 4 Giugno - trov meglio di attaccare per sorpresa nella notte del 2 al 3 - Le ore antimeridiane di quella notte - ci svegliarono al suono di fucilate e cannonate verso porta S. Pancrazio - Si batt l'allarme, e bench molto stanchi - i legionari furono in un momento sotto le armi - ed in marcia verso il rumore del combattimento - I nostri che guarnivano i posti esterni, erano stati vigliacamente sorpresi, massacrati o prigionieri; ed il nemico era gi padrone, delle dominanti posizioni dei Quattro venti ed altre - quando noi giunsimo a Porta S. Pancrazio -
Senza indugio - sperando: non fosse ancora fortemente occupato - io feci attaccare il casino dei Quattro venti - L sentivo esser la salvezza - se nostro - o la perdita di Roma, se rimaneva in potere del nemico - e fu attaccato quel punto - non con bravura - ma con erosmo, dalla prima legione Italiana al principio - dai bersaglieri di Manara poi - e finalmente da vari altri corpi, successivamente, e sempre sostenuti dalle artiglierie delle mura - sino a notte chiusa -
Il nemico conoscendo l'importanza della posizione suddetta - l'avea occupato con forte nerbo delle migliori sue truppe - ed invano noi tentammo con molti assalti de' nostri migliori per impadronirsene -
Gl'Italiani condotti dal valoroso Masina - entrarono nello  stesso Casino, e vi combatterono corpo a corpo coi Francesi - facendo piegare a molte riprese gli aguerriti soldati d'Africa - Vi s'impegn una mischia tremenda - ma la superiorit numerica del nemico, era troppo forte - e forze imponenti fresche alternandosi successivamente, facevano inutili gli eroici sforzi dei nostri.
Mandai in sostegno della legione Italiana il corpo di Manara, compagno nostro di gloria in tutte le pugne - poco numeroso, ma valorosissimo, ed il meglio organizzato e disciplinato di Roma - La lotta dur un pezzo nella posizione - ma finalmente soprafatti dal numero, sempre crescente - i nostri furono obligati alla ritirata -
Quel combattimento del 3 Giugno 1849 - uno de' pi gloriosi per le armi Italiane, dur dall'aurora alle ore prime della notte - Vari furono i tentativi per riprendere il casino dei Quattro venti - e micidiali tutti - Nella sera al bujo, io feci tentare l'assalto da alcune compagnie fresche del Reggimento Unione, sostenute da altre - Esse, con molta intrepidezza giunsero al casino - e v'impegnarono zuffa terribile - ma troppa era la calca del nemico - e quei prodi dopo d'aver perduto il loro comandante - e gran parte della gente, furon pure obligati di retrocedere - Masina, Daverio, Peralta, Mameli, Dandolo, Ramorino, Morosini, Panizzi, Davide, Melara, Minuto! che nomi!..... e tanti altri eroi che non ricordo - furon le vittime dei preti, e dei soldati d'una Republica fratricida - Roma libera dalla negromanzia e dai ladri - lo eriger un monumento a cotesti superbi figli d'Italia sui frantumi del mausoleo eretto dai preti allo straniero depredatore ed assassino?
La prima legione Italiana che contava apena mille uomini, perdette ventitr ufficiali - quasi tutti morti - Molti il corpo di Manara, ed il reggimento Unione - che avevano combattutto con pari valore - senza contare ufficiali d'altri corpi ch'io non ricordo -
Il 3 giugno decise della sorte di Roma - I migliori ufficiali, e sott'ufficiali eran morti o feriti - Il nemico era rimasto padrone della chiave di tutte le posizioni dominanti - e fortissimo com'era di numero e d'artiglierie - vi si stabil solidamente - siccome nei punti forti laterali, ottenuti per sorpresa e tradimento - e cominci i suoi lavori regolari d'assedio - come se avesse avuto da fare con una piazza forte di prim'ordine - Ciocch prova: aver egli incontrato degli Italiani che si battevano -
Passer sopra i lavori d'assedio, parallelle, batterie di breccia - bombardamento co' mortaj, ecc. - Tuttoci, lo credo assai minuziosamente raccontato da molti e non potrei io farlo con molta esatezza, mancando in questo momento di dati, e documenti, che potrebbero servirmi a tale narrazione -
Ciocch posso assicurare per, si : che contro un esercito aguerrito, d'assai superiore in numero - meglio organizzato, e con immensi mezzi - i nostri giovani militi, hanno combattutto molto lodevolmente da Aprile a Luglio -
Il terreno fu difeso palmo a palmo - in ogni posizione - e non vi fu un solo esempio di fuga davanti a s formidabile nemico, n uno scontro, in cui si cedesse alla forza ed al numero - senza combattimenti omerici -
Come dissi: i corpi eran menomati dei migliori ufficiali e militi - Nei corpi di linea - cio antichi papalini - alcuni s'eran ben comportati da principio - ora, vedendo andare a rompicollo ogni cosa - presentavano quell'aspetto inerte e di mala voglia, che precede la diffidenza od il tradimento - ciocch manifestavano gesuiticamente, secondo la scuola dei preti - colla resistenza ai servizi loro comandati -
Ufficiali superiori, particolarmente, che speravano nella ristaurazione papale - e che il governo della Republica non avea voluto o saputo eliminare - non solo opponevano resistenza ai comandi - ma suscitavano la svogliatezza in tutti gli ordini delle loro milizie - ciocch al prode e bravo Manara, mio capo di Stato maggiore, cagionava degli immensi dissapori - ed era nello stesso tempo precursore non dubbio di rovina -
Si tent una sortita di notte - ma un panico tra coloro che marciavano in testa - comunicandosi in tutta la collonna annull intieramente l'impresa - Dei punti esterni se ne tenevan pi pochi - per mancanza di forze sufficienti a guarnirli - Il Vascello solo si sostenne fino all'ultimo per la bravura di Medici e della sua gente - e quando si abbandon alla fine, non rimaneva di quell'esteso edifizio, che un mucchio di macerie -
La situazione si faceva pi difficile ogni giorno - Il nostro valoroso Manara incontrava sempre maggiori difficolt per ottenere il servizio di posti e di linea - indispensabile per la sicurezza comune - ed il difetto di tale servizio contribu certamente, alla facile entrata delle breccie,  gi praticate coi cannoni dai mercenari di Bonaparte - Esse furono superate di notte, e con pochissime perdite, perch mal guardate -
Se Mazzini - e non si deve incolpare ad altri - avesse avuto la capacit pratica - com'era prolisso nel progettare movimenti ed imprese - e se avesse poi ciocch pretese sempre di avere, il genio di dirigere le cose di guerra - se di pi, egli si fosse tenuto ad ascoltare alcuni de' suoi, che dai loro antecedenti, si potevan supporre conoscitori di qualche cosa - egli avrebbe commesso meno errori - e nella circostanza che sto narrando, avrebbe potuto sen salvare l'Italia almeno ritardare la catastrofe Romana indefinitamente - e ripeto forse: avrebbe potuto lasciar Roma, fregiata dell'onore d'esser caduta l'ultima, cio: dopo Venezia e l'Ungheria -
Il giorno prima della sua morte gloriosa - Manara era stato mandato da me a Mazzini, per suggerirli di sortire da Roma - e marciare con tutte le forze disponibili - materiali, e mezzi che non eran pochi - verso le forti posizioni degli Apennini - E non so perch ci non si fece! La storia non manca di antecedenti di tali risoluzioni salvatrici - Una, l'ho testimoniata io, nella Republica del Rio-grande - Un'altra degli Stati-Uniti d'America - e di non lontana data - Che non fosse possibile, non  esatto - giacch io sono uscito da Roma pochi giorni dopo - con circa quattro milla uomini, senza incontrare ostacoli - I rappresentanti del popolo - per la maggior parte giovani ed energici patriota - amati nei loro dipartimenti - potevano inviarsi negli stessi - suscitare il patriottismo delle popolazioni - e cos tentare ancora la fortuna -
Invece si disse: che la difesa diventava impossibile e i rappresentanti rimanevano al loro posto -
Risoluzione coraggiosa che onorava gli individui; ma mediocre per il decoro e l'interesse della patria - non lodevole, quando rimanevano ancora molti armati per combattere - e che tuttora pugnavano contro i nemici dell'Italia, l'Ungheria e Venezia -
Intanto si aspettava l'ingresso dei Francesi, per consegnar loro le armi - che dovevano servire a prolongar un doloroso, e vergognoso periodo di servaggio - Io contando su d'un pugno di compagni - pensai di non sottomettermi, prender la campagna - e tentare ancora la sorte -
Il Sig. Cass Ambasciatore Americano (2 Luglio 1849)  conoscendo lo stato delle cose - mi fece dire: che desiderava parlarmi - Io fui da lui che trovai in istrada - Egli, gentilmente mi disse: esservi una corvetta Americana in Civitavecchia a mia disposizione, se desideravo imbarcarmi con quei compagni che potevano esser compromessi -
Io risposi a lui: ringraziare il generoso rappresentante della grande Republica - ma esser disposto di sortire da Roma, con coloro che volevano seguirmi - e tentare ancora la sorte del mio paese ch'io non credevo disperata - Mi avviai in seguito verso piazza S. Giovanni, per ragiungere la mia gente, cui avevo dato ordine di marciare a quella direzione, e prepararsi alla sortita -
Giunto su quella piazza trovai la maggior parte dei miei, ed il resto veniva arrivando - Molti individui di differenti corpi, indovinando il divisamento nostro, ed altri avvertiti, giungevano pure a riunirsi - per non sottomettersi all'umiliazione di depor le armi a' piedi dei soldati di Bonaparte, guidati dai preti -
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CAPITOLO 9.
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Ritirata.
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La mia buona Anita, ad onta delle mie raccomandazioni per farla rimanere - avea deciso d'accompagnarmi -
L'osservazione ch'io avrei da affrontare una vita tremenda di disagi, di privazioni, e di pericoli - frammezzo a tanti nemici - era piutosto di stimolo alla coraggiosa donna - ed invano osservare ad essa, il trovarsi in istato di gravidanza -
Essa giunse in una prima casa, e preg una donna di reciderli i capelli, si vest da uomo, e mont a cavallo -
Dopo d'aver investigato dall'alto delle mura - per vedere se alcun corpo nemico, si trovava sulla strada da percorrersi, io davo l'ordine di marcia per la via di Tivoli - disposti a combattere qualunque nemico che avesse voluto fermarci -
La marcia segu senza ostacoli - e si giunse a Tivoli la mattina del 3 Luglio - A Tivoli si pens di organizzare  alla meglio, tutti i frammenti di corpi, che componevano la mia piccola brigata -
Sin qui le cose non andavano tanto male - La maggior parte de' migliori miei ufficiali mi mancava - morti o feriti: Masina, Daverio, Manara, Mameli, Bixio, Peralta, Montaldi, Ramorino, e tanti altri - ma alcuni rimanevano ancora: Marrocchetti, Sacchi, Cenni, Coccelli, Isnardi - e se lo spirito della generalit: popolo e militi, non fosse stato tanto depresso - avrei potuto per molto tempo fare una bella guerra - e porger occasione alle genti Italiane, rivenute dalla sorpresa e dall'abbattimento, di scuotere il giogo di depredatori stranieri; ma cos non fu sventuratamente!
Io m'accorsi ben presto che non c'era voglia di continuare nella gloriosa e magnifica impresa che la sorte porgeva davanti a noi - Mossomi da Tivoli, verso tramontana per gettarmi tra popolazioni energiche, e suscitarne il patriotismo - non solo, non mi fu possibile riunire un sol uomo - ma ogni notte - come se avessero bisogno di coprire l'atto vergognoso colle sue tenebre - disertavano coloro che mi avean seguito da Roma.
Quando con me stesso, paragonavo la costanza e l'abnegazione di quelli Americani, con cui avevo vissuto - che privi d'ogni agio della vita, contentandosi d'ogni specie d'alimento - e sovente privi dello stesso - sostenevansi per molti anni nei deserti o nei boschi - facendo una guerra d'esterminio, piutosto che di piegar il ginocchio davanti alle prepotenze d'un despota, o d'uno straniero - Paragonando dico: quei forti figli di Colombo, cogli imbelli, ed effeminati miei concittadini - mi vergognavo di appartenere a questi degeneri nipoti del grandissimo popolo - incapaci di tener un mese la campagna - senza la cittadina consuetudine di tre pasti al giorno -
A Terni si riun a noi il prode collonnello Forbes - Inglese, amante della causa Italiana, come il primo di noi - coraggioso ed onestissimo milite - egli ci ragiunse con alcune centinaja d'uomini ben organizzati -
Da Terni, seguimmo verso tramontana ancora - traversando l'Apennino, or da una parte, e poi dall'altra - ma nessuna popolazione rispondeva all'apello -
Per motivo delle frequenti diserzioni, rimanevano molte armi abbandonate - che si caricavano su muli - ma il numero strabocchevole delle stesse - e la difficolt di trasporto - ci obligarono di lasciarle colle monizioni alla  discrezione di quelli abitanti che si credevan migliori, acci le nascondessero - e le serbassero per il giorno in cui essi sarebbero stanchi di vergogne e di battitture -
Nella poco brillante nostra situazione - v'era nonostante di che andar superbi - Noi, avevamo lasciato le vicinanze di Roma e de' corpi Francesi, che inutilmente c'inseguirono per un pezzo - e ci trovammo poi impegnati tra corpi Austriaci, Spagnuoli, e Napoletani - quest'ultimi eran pure rimasti indietro -
Gli Austriaci ci cercavano dovunque - conoscendo senza dubbio lo stato nostro poco florido - e bramosi senza dubbio di accrescere la gloria acquistata a poco costo nel settentrione - e gelosi pure delle glorie Francesi - Che la nostra collonna, menomavasi ogni giorno, lo sapevano perfettamente dalle numerose spie - pretti - traditori indefessi di questa terra, che per sua sventura li tolera! I preti poi, padroni dei contadini e gente tutta della campagna - la pi pratica, ed idonea per transitare di notte tempo - informavano minutamente i nostri nemici d'ogni cosa nostra, della situazione occupata - e d'ogni impreso movimento nostro -
Io all'incontro poco sapevo dei nemici - poich la parte buona della popolazione era demoralizzata, impaurita, temente di compromettersi - dimodocch, anche con oro, mi era impossibile di ottenere delle guide -
Guidati dovunque da esperti conduttori (ed ho veduto i preti stessi, col crucifisso alla mano, condurre contro di noi, i nemici del mio paese) - essi sempre ci trovavano, ad una cert'ora del giorno - essendo sempre di notte le nostre mosse - Ma ci trovavano generalmente in forti posizioni, e non ardivano di attaccarci - Ma ci stancavano e suscitavano la diserzione. Cos dur per un pezzo - senza che il nemico, immensamente superiore di forze - fosse capace di attaccare e sconfiggere la piccola nostra collonna -
E ci prova: quanto noi avressimo potuto oprare in vantaggio del nostro paese - se in luogo d'aver come sempre, i preti, e quindi i contadini nemici della causa nazionale, li avessimo avuti favorevoli - e suscitanti il patriotismo generale, contro stranieri dominatori e ladri -
Corpi di truppe come gli Austriaci, vittoriosi allora di fresco dalla battaglia di Novarra - e che avevano riconquistata tutta la parte settentrionale della penisola con sole marcie - quei corpi, pi numerosi assai di noi, noi tenevamo a bada senza che osassero attaccarci -
Non si lusinghino i nostri concittadini sul conto degli uomini della campagna - Mentre essi saranno dominati dal prete, sorretti da un governo immorale - i contadini, come i preti saranno sempre disposti a tradire la causa nazionale - Il governo Italiano carico d'ogni colpa - pi dei dottrinari - positivo pressente la situazione instabile del paese - e piutosto che apogiarsi sullo stesso ch'egli mal governa e ruba - e che potrebbe darli ad esuberanza uomini, e mezzi per combattere qualunque prepotente - il governo Italiano dico: si umilia a cercare alleanze al di fuori, ch' sempre impossibile a trovar disinteressate -
Collo stato depresso dei cittadini come dissi: e quello ostile della campagna in mano ai preti - ben precaria diventava la condizione nostra - e presto noi sentimmo gli effetti della reazione rinascente, in tutte le provincie Italiane -
Nella notte io ero obligato di cambiar posizione - poich era molto naturale che fermandomi pi d'un giorno in quelle occupate - mi si agglomeravano i nemici - informatissimi d'ogni cosa - e pi difficili diventavano i miei movimenti - Ed io non poteva ottenere una guida in Italia - mentre gli Austriaci ne abbondavano! Ci serva agl'italiani che vanno a messa, ed a confessarsi - da quella bella roba nera che si chiaman scarafaggi!
Pochi - per conseguenza - episodi importanti succedettero sino a S. Marino - e non vi furono che alcune insignificanti scaramuccie cogli Austriaci -
Due prigionieri della cavaleria nostra, che andavano in esploratori - furon catturati dai contadini del vescovo di Chiusi - Da un vescovo capite bene - e se non erro: Chiusi ha ancora un vescovo oggi (1872) - Io reclamai quei miei prigionieri, che certamente credevo in pericolo, nelle ugna dei discendenti di Torquemada - e mi furon negati - Feci marciar allora, per rappresaglia, tutti i frati d'un convento alla testa della collonna - minacciando di farli fucilare, ma l'arcivescovo duro - fece sapere: che molta stoffa v'era in Italia per far dei frati - e non volle restituirmi i prigionieri - Credo poi di pi: ch'egli desiderava l'eccidio di quei suoi soldati - per spacciarli poi alla canaglia - come tanti santi martiri - Io sciolsi i fratti allora -
Uno dei fatti pi dispiacenti per me, in quella ritirata,  erano le diserzioni, massime degli ufficiali - alcuni pure de' miei antichi compagni - I gruppi dei disertori, scioglievansi sfrenati per le campagne, e commettevano violenze d'ogni specie..... Eran soldati di Garibaldi!... Codardi nell'abbandonare vilmente la causa santa del loro paese - essi naturalmente scendevano ad atti osceni e crudeli cogli abitanti - ci sommamente mi straziava, peggiorava ed umiliava non poco la gi sventurata posizione nostra! Come potevo io mandare dietro a quelle scellerate masnade - attorniato come mi trovavo dai nemici! Alcuni colti in flagranti erano fucilati - ma ci poco rimediava - andando la maggior parte impuniti - La situazione divenuta disperata, io cercai d'arrivare a S. Marino - Avvicinatomi alla sede di quelli eccellenti Repubblicani, giunsemi una loro deputazione, ed avvendone avuto notizie, mi avanzai per conferire con essa - E mentre io mi trovavo conferendo colla deputazione di S. Marino - un corpo di Austriaci compar nella nostra retroguardia - e vi cagion confusione tale, che tutti presero a fuggire - quasi senza veder nemici - almeno la maggior parte -
Avvertito di tal contratempo - retrocessi, trovai la gente fuggendo - e la mia valorosa Anita, che col collonnello Forbes, facevano ogni sforzo per trattenere i fuggenti - Quella incomparabile donna incapace di qualunque timore, aveva lo sdegno dipinto sul volto - e non poteva darsi pace di tanto spavento, in uomini che poco tempo prima s'eran battuti valorosamente.
Qui io devo far menzione d'un piccolo pezzo nostro, d'artiglieria - che alcuni de' nostri prodi artiglieri di Roma, che tanto s'eran distinti nell'assedio - avean trascinato sin dal principio della nostra ritirata - Essi, con una costanza impareggiabile, senza cavalli ed attrezzi - con molta fatica, lo aveano condotto - per sentieri impraticabili e per montagne - In cotesto giorno di fuga, lo difesero per un pezzo da soli - perlasciati dagli altri - e non lo abbandonarono senonch dopo d'averlo difeso sino all'estremo soccombendo la maggior parte di loro -
Quegli Austriaci assuefatti a spaventar gli Italiani fecero anche uso di quei famosi razzi - arma lor prediletta - che ci scagliavano con meravigliosa profusione - e che non ho mai veduto ferir un solo individuo - Spero: i miei giovani concittadini sapranno trattare col disprezzo che meritano, quei tali giocatoli, nel giorno, forse non lontano - in cui insegneremo a quei nostri padroni del Tirolo - che l'aria meridionale delle Alpi  loro micidiale -
Giunti a S. Marino - io scrissi sul gradino d'una chiesa al di fuori della citt l'ordine del giorno - espresso circa nei termini seguenti: "Militi, io vi sciolgo dall'impegno d'accompagnarmi - Tornate alle vostre case; ma ricordatevi che l'Italia non deve rimanere nel servaggio, e nella vergogna!"
Un'intimazione era giunta al governo della Republica di S. Marino da parte del generale Austriaco - con condizioni per noi inamissibili, e ci cagion una reazione benefica nello spirito dei nostri militi - che si decisero di combattere a tutt'oltranza piutosto di discendere a patti ignominiosi -
Il convenuto col governo della Republica: era di deporre le armi su quel territorio neutro - e che ognuno avrebbe potuto tornare liberamente a casa sua - Tale fu il patto conchiuso con codesto governo - e nulla si volle patteggiare coi nemici dell'Italia -
Per parte mia, per, non avevo idea di depor le armi - Con un pugno di compagni - io sapevo, non impossibile, aprirsi strada e guadagnar Venezia - E cos s'era deciso - Un carissimo e ben doloroso impiccio era la mia Anita - avanzata in gravidanza, ed inferma, io la supplicavo di rimanere in quella terra di rifugio - ove un asilo almen per lei, poteva credersi assicurato - ed ove gli abitanti ci avevan mostrato molta amorevolezza - Invano! quel cuore virile e generoso si sdegnava a qualunque delle mie ammonizioni su tale assunto - e m'imponeva silenzio, colle parole: "tu vuoi lasciarmi" -
Io determinai di sortire da S. Marino, verso la met della notte, e di guadagnare qualche porto dell'Adriatico, ove potersi imbarcare per Venezia -
Siccome molti de' miei compagni, avevano divisato di accompagnarmi, a qualunque costo - massime poi alcuni prodi Lombardi e Veneti disertori dell'Austria - Io andai fuori della citt, con pochi, aspettando gli altri in un punto determinato - Tale combinazione cagion alcun ritardo - e fui obligato d'aspettare un pezzo prima di riunire gli aspettatti -
Nella giornata stetti vagando per la campagna, a prendervi informazioni sui punti della costa pi abordabili -
La fortuna in cui non ho mancato d'aver sempre qualche fede, m'invi un individuo che mi serv moltissimo in tale ardua circostanza - Galapini, giovane coraggioso di Forl, mi si present in un biroccio - e mi serv di guida, e d'esploratore, correndo colla velocit del lampo, dalla parte ove si trovavano gli Austriaci - raccogliendo informazioni dagli abitanti e raguagliandomi d'ogni cosa - Dalle sue esplorazioni, io mi decisi a prender la via di Cesenatico - e Galapini mi trov delle guide che mi accompagnarono a quella volta - Noi giunsimo a Cesenatico verso mezzanote - all'entrata del paese trovammo una guardia Austriaca - rimasero gli uomini di quella guardia stupiti dall'improvviso nostro apparire - e profitando di quel momento di esitazione, dissi ad alcuni circostanti de' miei a cavallo: "Scendete e disarmateli" - Fu l'affare d'un momento - ed entrammo quindi nel paese del quale rimasimo padroni - avendo pure arrestati alcuni gendarmi, che certo non ci aspettavano in quella notte -
Una delle prime misure - fu quella d'intimare alle autorit municipali di dar ordine: fossero messe a mia disposizione, quel numero di barche che mi abbisognavano per il trasporto della gente -
La fortuna, per, avea cessato di favorirmi in quella notte - Una burrasca innalzatasi dalla parte del mare, lo aveva agitato in modo - ed i frangenti - erano cos forti nella bocca del porto - che la sortita era diventata quasi impossibile -
Qui mi valse assai l'arte mia marinaresca - Era necessario, indispensabile uscire dal porto - il giorno si avvicinava, i nemici erano vicini - e per ritirata, non restava altro che il mare.
Io andai a bordo dei bragozzi - barche peschereccie - feci giuntare alcune alzane a due ferri impennellati, cio due piccole ancore legate uno in coda all'altro e provai di uscire fuori del porto con una barchetta, dar fondo ai ferri, per tonneggiare i bragozzi, cio spingersi avanti tirando sulle alzane.
I primi tentativi furono infruttuosi. Invano si salt in mare per spingere la barcata contro i frangenti - Invano si animavano, colla voce, e con molte promesse i rematori - Solo dopo ripetute e faticosissime prove, si pervenne a portare i ferri, alla distanza dovuta, e si diedero fondo -
Tornando in porto di rebuffo - cio: mollando le alzane, dopo d'aver dato fondo ai ferri - e giunti all'ultima alzana - questa, per esser sottile e non buona - si ruppe e tutto il lavoro perduto, si dov ricominciarlo -
Era affare da impazzire simile contrariet - Infine fui obligato di tornare a bordo ai bragozzi - cercare altre alzane, altri ferri - con gente sonnolenta e di mala voglia - che si doveva spingere a piatonate, per farla movere, ed ottenerne il necessario - Si ritent finalmente la prova - e questa volta fummo pi felici - e potemmo stendere i ferri quanto abbisognava -
S'imbarc la gente divisa in tredici bragozzi.
Si vede che molti ancora erano quelli che vollero accompagnarmi, circa 200, e ben pressentivano: giacch molti dei nostri caduti nelle mani degli Austriaci furon bastonati, oltre quei che fucilarono. Se ne ricordino gli Italiani!
Il colonnello Forbes s'imbarc per l'ultimo - essendo rimasto tutto il tempo che durarono i preparativi, all'entrata esterna del paese, facendo barricate, per respingere i nemici, se si fossero presentati -
Messi fuori tutti i bragozzi, tonneggiandoli uno dopo l'altro - con tutta la gente a bordo - Si distribu a ciascun di loro, una parte dei viveri ch'erano stati requisiti dalle autorit municipali - Si diedero alcune istruzioni verbali a tutti, raccomandando di navigare pi uniti che possibile - e si salp alla via di Venezia.
Il giorno era gi avanzato quando salpammo da Cesenatico - il tempo s'era abbellito e il vento favorevole - S'io non fossi stato addolorato dalla situazione della mia Anita, che trovavasi in uno stato deplorabile - soffrendo immensamente - io, avrei potuto dire; che superate tante difficolt, e sulla via di salvazione - la condizione nostra - poteva chiamarsi fortunata; ma, i patimenti della cara mia compagna - erano troppo forti - e pi forte era tuttora il mio rammarico di non poter sollevarla.
Colla strettezza del tempo e le difficolt incontrate per uscire da Cesenatico - io non m'ero potuto occupare di viveri - Ne avevo incaricato un ufficiale - e quegli avea raccolto il possibile - Con tutto ci, di notte, in un paesetto sconosciuto - assalito di sorpresa - solo poche provviste aveva potuto procurarsi - quelle stesse che erano state divise fra i bragozzi -
Delle mancanze, la principale era l'acqua - e la mia soffrente donna, aveva una sete divorante - indizio non dubbio dell'interno suo male! Avevo sete, io pure, affannato dalle fatiche, e l'acqua da bere era pochissima!
Noi seguimmo tutto quel resto della giornata, la costa Italiana dell'Adriatico - ad una certa distanza, con vento favorevole - La notte pure, si present bellissima - Era plenilunio - ed io vidi alzare con un senso dispiacevole, la compagna dei naviganti, ch'io avevo contemplato tante volte col culto d'un adoratore! Bella come non l'avevo veduta mai - ma per noi sventuratamente troppo bella! E la luna ci fu fatale in quella notte!
A levante della punta di Goro - trovavasi la squadra Austriaca - che i patriotici governi, sardo e borbonico - avevano lasciata intatta e padrona dell'Adriatico - Dai raguagli avuti da pescatori - io sapevo dell'esistenza di detta squadra - forse ancorata dietro cotesta punta - ma incerte erano le mie informazioni.
Seguendo la nostra via per Venezia, il primo legno che scoprimmo, fu un brigantino - credo l'Oreste - e questo scopr noi al tramonto - Scoperti che fummo, il brigantino manovr in modo da avvicinarci - Io procurai di far intendere ai bragozzi compagni, di obliquare alquanto a sinistra verso la costa - ed uscire quindi, quanto possibile, dalla linea della luna - nel chiarore della quale, era pi facile al nemico di scoprire i nostri piccoli legni - Non valse tale precauzione essendo la notte chiara, come non l'avevo mai veduta - ed il nemico non solo ci tenne alla vista - ma cominci da lontano con cannonate e razzi - per dar segno alla squadra di noi, e del nostro avvicinare -
Io tentai di passare tra i bastimenti nemici, e la costa facendo il sordo alle cannonate a noi dirette - Ma i compagni bragozzi - intimoriti dal fracasso dei tiri, e dal numero crescente dei nemici - retrocessero, ed io con loro, non volendo abbandonarli -
Spunt il giorno, e ci trovammo nell'insenata della punta di Goro, acerchiati da legni nemici - essi continuavano a cannonegiarci - e m'accorsi con dolore che gi alcuni bragozzi s'erano arresi - Retrocedere od avanzare era divenuto impossibile, essendo i legni nemici, pi assai velieri, dei nostri - e non vi fu altro rimedio, che di dirigersi alla costa, ove giungemmo perseguiti dalle lancie - palischermi - e cannoneggiati - in numero di quattro soli bragozzi - Tutti gli altri erano in potere del nemico -
Io lascio pensare: qual'era la mia posizione in quei sciagurati momenti: La donna mia infelice - moribonda! - Il nemico perseguendo dal mare, con quella alacrit che da una vittoria facile - Aprodando ad una costa, ove tutte le probabilit di trovarvi altri, e numerosi nemici - non solamente Austriaci - ma papalini - allora in fiera reazione - Comunque fosse - noi aprodammo - Io presi la mia preziosa compagna nelle braccia, sbarcai e la deposi sulla sponda - Dissi ai miei compagni, che collo sguardo mi chiedevano ciocch dovevano fare: d'incamminarsi alla spicciolata, e di cercar rifugio, ove potrebbero trovarlo - In ogni modo d'allontanarsi dal punto ove ci trovavamo, essendo imminente l'arrivo dei palischermi nemici - Per esser impossibile seguitar oltre - non potendo abbandonare mia moglie moribonda -
Gli uomini a cui mi dirigevo, mi erano pure molto cari: Ugo Bassi, e Ciceroacchio coi due figli!
Bassi mi disse: io vado cercando qualche casolare, ove trovarvi un pantalone da cambiarmi questo, certamente troppo sospetto - Egli vestiva un pantalone rosso - credo tolto al cadavere d'un soldato Francese a Roma da uno dei nostri, e regalato alcuni giorni prima ad Ugo Bassi dallo stesso - per sostituirlo ad uno cencioso - Ciceroacchio mi diede un addio affetuoso, e si allontan coi figli -
Ci dividemmo con quei virtuosissimi Italiani per non pi rivederci - La ferocia Austriaca e pretina satollava la sua sete di sangue, colla fucilazione di quei generosi - e si vendicava cos - dopo pochi giorni delle passate paure -
Con Ciceroacchio eran nove compreso lui e i due figli - un capitano Parodi - de' miei prodi compagni di Montevideo - e un Ramorino sacerdote Genovese - degli Altri non ricordo -
"Cavate nove fosse" ordin un Capitano Austriaco agli ordini d'un principe Austriaco - che comandava in quella parte d'Italia - e che avea arrestato i nove miei commilitoni - "Cavate nove fosse" diceva imperiosamente quel capitano austriaco ad una folla di contadini - che  grazie ai preti - avean paura dei liberali Italiani - dipinti a loro come tanti assassini - e non dei soldati Austriaci - E le fosse furon cavate in pochi minuti, in quel terreno sabbioso e leggiero!
Povero vecchio! Ciceroacchio! Il vero tipo dell'onesto popolano! L, con davanti a lui le fosse cavate che dovean racchiudere lui, i suoi compagni, ed i suoi figli! Un figlio di 13 anni!.....
Pronte le fosse - furon tutti moschettatti - e sepolti da mani Italiane s'intende - Il soldato straniero era padrone - comandava ai servi - e l'ubbidienza doveva esser immediata - sen verghe! Ugo Bassi fu arrestato pure - e fucilato con Levr - uno pure dei miei di Montevideo - prode e simpatico Milanese -
Ugo Bassi fu torturato dai preti prima di fucilarlo - essendo stato prete - maggiore era la loro rabbia! Io rimasi nella vicinanza del mare in un campo di melica, colla mia Anita, e col tenente Leggiero - indivisibile mio compagno - che mi era rimasto pure in Svizzera, l'anno antecedente, dopo il fatto di Morazzone - Le ultime parole della donna del mio cuore erano state per i suoi figli! ch'essa pressent di non pi rivedere!
Stettimo un pezzo i tre in quel campo di melica alquanto indecisi sul da farsi - Finalmente io dissi a Leggiero d'avanzarsi un po' nell'interno per scoprire qualche cosa nelle vicinanze - Egli da quell'ardito ch'era stato sempre - si mosse subito - Io rimasi un pezzo in aspettativa - ma tra non molto udii gente che si avvicinava - mi spinsi fuori del ricovero, e vidi Leggiero accompagnato da un'individuo, che riconobbi subito, e la di cui vista mi fu molto consolante -
Era il collonnello Nino Bonnet, uno dei miei pi distinti ufficiali - ferito a Roma nell'assedio - ed ove egli avea perduto un valoroso fratello - S'era ritirato a casa per curarsi - Nulla di pi fortunato poteva accadermi che l'incontro di cotesto mio fratello d'armi - Domiciliato e possidente in quei dintorni - egli avea inteso le cannonate, e pressentito quindi il nostro aprodo - S'era avvicinato alla sponda del mare per trovarci e soccorerci -
Coraggioso ed intelligente, Bonnet con gran pericolo di se stesso, cerc e trov chi cercava - Ed una volta trovato tale ausiliario - io mi rimisi intieramente all'arbitrio suo - e ci fu naturalmente, la salvezza nostra - Egli propose  subito di avvicinare una casipola, che si trovava nelle vicinanze, per trovarvi qualche ristoro all'infelice mia compagna -
Ci avvicinammo sostenendo Anita in due - ed a stento giungemmo a quella casa di povera gente - ove trovammo acqua, necessit prima della soffrente - e non so che altro -
Passammo da questa ad una casa della sorella di Bonnet, che fu gentilissima - Di l traversammo parte delle valli di Comacchio - ed avvicinammo la Mandriola, ove si dovea trovare un medico.
Giunsimo alla Mandriola - e stava Anita coricata su d'un materazzo, nel biroccio che l'avea condotta - Dissi allora, al dottor Zannini - giunto pure in quel momento: "guardate di salvare questa donna!" Il Dre a me: "procuriamo di trasportarla in letto" - Noi allora presimo, in quattro, ognuno un'angolo del materazzo, e la trasportammo in letto d'una stanza della casa, che si trovava a capo di una scaletta della stessa -
Nel posare la mia donna in letto - mi sembr di scoprire sul suo volto, la fisionomia della morte - Le presi il polzo... pi non batteva! Avevo davanti a me la madre de' miei figli - ch'io tanto amava! cadavere!..... Essi mi chiederanno della loro genitrice - al primo incontro!...
Io piansi amaramente la perdita della mia Anita! di colei che mi fu compagna inseparabile - nelle pi avventurose circostanze della mia vita!
Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dar sepoltura a quel cadavere! E m'allontanai sollecitato dalla stessa gente di casa, ch'io compromettevo rimanendo pi tempo -
M'avviai brancolando per S. Alberto, con una guida che mi condusse, in casa d'un sarto - povero - ma onesto e generoso -
Con Bonnet, a cui confesso di dover la vita, cominci la serie de' miei protettori - senza di cui, non avrei potuto peregrinare per trenta e sette giorni - dalle Foci del Po, al golfo di Sterlino, ove m'imbarcai per la Liguria -
Dalla finestra della casa, ov'io mi trovavo in S. Alberto - vedevo passeggiare i soldati Austriaci - padroni ed insolenti come sempre! Abitai due case, in codesto piccolo ma eccellente paese - ed in ambe fui custodito, salvo, e trattatto con una generosit superiore alla condizione economica di tale buona gente - Da S. Alberto i miei amici trovarono bene di trasportarmi nella vicina Pineta - ove soggiornai qualche tempo - cambiando di luogo per maggior sicurezza - Eran vari i confidenti del segreto, che mi occultava come in magica nube alle ricerche de' miei persecutori - non solamente Austriaci, ma papalini peggiori ancora - E giovani la maggior parte, erano cotesti coraggiosi Romagnoli - Bisognava veder con che cura, essi attendevano alla mia salvazione - quando mi credevano in pericolo, in un punto - li vedevo giungere di notte con un biroccio..... e generalmente per imbarcarmi - e trasportarmi a molte miglia di distanza - in altre situazioni pi sicure
Gli Austriaci da parte loro, ed i preti, non mancavano di far le indagini possibili per scoprirmi - I primi avevano diviso un battaglione in sezioni, che percorrevano la Pineta in tutte le direzioni - I preti poi, dal pergamo e dal confessionale suscitavano le contadine ignoranti, a far la spia, per la maggior gloria di Dio -
I miei giovani protettori, avevano combinato i loro segnali di notte, con una maestria ammirabile - per movermi da un punto all'altro - e per dar l'allarme quando si conosceva un pericolo - quando si sapeva esistere qualche pericolo, iscorgendo un fuoco in un sito determinato - si passava oltre - all'incontro, non si scorgeva fuoco, in quell'assegnato sito - si tornava indietro, o si prendeva un'altra direzione - qualche volta temendo di equivoci - il conduttore fermava il barroccio - scendeva, e si avanzava lui stesso per riconoscere - oppure senza scendere trovava subito chi lo informava d'ogni cosa -
Tali misure, eran cos esattamente prese, da eccittare l'ammirazione - Si osservi: che qualunque cosa fosse traspirato - qualunque cenno avessero avuto di quanto accadeva, i miei persecutori - essi avrebbero - senza processo, e senza misericordia - fucilato sino ai bambini della gente che mi favoriva - con tanta devozione -
Quanto mi duole: non poter consacrare alla storia, i nomi di quei generosi Romagnoli, a cui certamente io devo la vita - S'io non fossi deditto alla santa causa del mio paese - quella sola circostanza certamente - me n'imporrebbe l'obligo -
Cos passai vari giorni nella bella Pineta di Ravenna - Un po' alla capanna d'un caro, onesto, e generoso popolano nominato Savini - Altre volte coperti dai cespugli di cui non difetta il bosco -
In coteste ultime situazioni, succedette una volta, che mentre sdrajati, col mio compagno Leggiero, da una parte d'un cespuglio - passavano dall'altra gli Austriaci, e le loro voci, certo poco piacevoli, disturbarono alquanto la quiete della foresta, e le pacate nostre riflessioni - Essi passavano a poca distanza da noi - e l'oggetto della loro conversazione, un po' animata erimo noi certamente -
Dalla Pineta, fummo trasportati a Ravenna, in una casa, fuori di Porta (di cui non ricordo il nome) ed ove fummo accolti, colla stessa cura, e la medesima amorevolezza, come sempre -
Da Ravenna fummo trasportati verso Cervia, nello stabilimento agricolo d'un altro caro individuo, di cui ricordo perfettamente la benevola fisionomia, ma non il nome - Stettimo l un pajo di giorni, e presimo quindi la direzione di Forl -
Da Forl, ove passammo una notte, ospitati in casa di brava gente - seguimmo poi per l'Apennino con guide -
Giova osservare, passando, che niuno tra quelle popolazioni generose,  capace di scendere alla delazione; e che raccogliendo un proscritto - essi lo custodiscono come cosa sacra - Lo salvano, lo mantengono, lo guidano con una benevolenza incomparabile - La lunga dominazione del pi perverso, del pi coruttore dei governi, non  stato capace di ammolire, e depravare il carattere di quelle maschie e generose popolazioni -
Il governo di ladri (1872) succeduto al pessimo governo dei preti, non la conosce cotesta gente, per sventura caduta sotto la sua amministrazione - e la martoria senza considerazioni - Se ne accorger egli nel giorno in cui dalla terra dei Vespri, e dalle Romagne alle Alpi - si chieder conto della sua gestione -
Passammo la frontiera delle Romagne, ed entrammo in Toscana - lo stesso interesse, la stessa amorevolezza incontrammo in questa colta parte d'Italia - divisa dai preti e da lunghe sciagure, ma destinata per formare un popolo solo -
Un Anastasio, tra gli altri, ci accolse, e ci custod in una sua casa dei monti -
Poi, un prete! Vero angelo custode del proscritto - ci cerc, ci trov, e ci condusse in casa sua, in Modigliana -
Rammenter qui - a chi ha la pazienza di leggere queste memorie - ch'io dissi gi molte volte: odiare il falso, perverso carattere del prete - ma tolto l'individuo alla sua qualit d'impostore - e tornando uomo - io lo considero come un altro -
Il padre Giovanni Verit di Modigliana - vero sacerto del Cristo - E qui per Cristo m'intendo l'uomo virtuoso e legislatore - non quel Cristo fatto Dio dai preti, e che se ne servano per coprire l'oscenit e la fallacia della loro esistenza -
Il padre Giovanni Verit - dacch un perseguito dai preti per amore d'Italia, si avvicinava a coteste contrade - era il fatto suo: di proteggerlo, di nutrirlo, e farlo condurre, o condurlo lui stesso al sicuro dalle persecuzioni -
Egli avea salvato, cos, a centinaja, i Romagnoli proscritti, che si rifuggivano sul territorio Toscano - Condannati dall'inesorabile rabbia del clero - essi procuravano di passare in Toscana, ove se non buono, il governo - era almeno men scellerato di quello dei preti - Le proscrizioni poi, fra quelle sventurate - e coraggiose popolazioni, erano frequenti - ed ovunque nelle mie peregrinazioni, ne avevo incontrato molti dei Romagnoli proscritti - e da tutti avevo inteso benedire il nome del veramente pio sacerdote -
Stettimo un par di giorni in casa di D.n Giovanni, nel proprio suo paese di Modigliana - ove la stima e l'affetto di cui godeva generalmente servivan di palladio all'ospitale suo domicilio - Fummo condotti poi dallo stesso a traverso l'Apennino - col divisamente di seguirne le vette, per passare negli Stati Sardi -
Giunti nelle vicinanze delle Filigari, una sera - il nostro generoso conduttore - ci lasci in luogo apartato - e si spinse verso coteste abitazioni per cercare una guida - Nacque un equivoco in questa circostanza, che ci devi dalla cara compagnia del nostro prottettore - Una guida mandata da lui - presa forse dal sonno, essendo la notte avanzata - si smarr e giunse da noi tardi - Entrammo nel paesello; e D.n Giovanni n'era uscito per ragiungerci - impaziente per il ritardo, non nostro, ma della guida - ed avea preso strada diversa -
Faceva l'alba - ci trovavamo sullo stradale che conduce da Bologna a Firenze - e non potevamo pi rimanere in una posizione s esposta -
Presimo la determinazione allora di cercare un biroccio, ed incamminarci per lo stradale verso Firenze - stacandoci, con grandissimo rincrescimento dall'uomo generoso che ci avea guidati e protetti sino allora -
Seguimmo dunque lo stradale, verso la capitale della Toscana - e gi era gran giorno - Noi c'intoppammo in un corpo d'Austriaci - che da Firenze marciava su Bologna - Fecimo buon contegno - per forza, e continuammo cos un pezzo avanti verso la china Occidentale dell'Apennino -
Pervenuti ad una osteria, a sinistra della strada che si percorreva - il condottore si ferm - e fu conveniente rimanere in quel punto - Entrammo nell'osteria, congedammo il vetturale, e chiesimo una tazza di caf dall'oste -
Mentre s'aspettava il caf, io m'ero seduto a sinistra entrando, sopra una panca, accanto ad una lunga tavola - solita a trovarsi in tali stabilimenti - Seduto, ed un po' stanco, io m'apogiai sonnacchiando, sulle braccia distese sulla tavola - Leggiero toccandomi nella spalla con un dito - mi dest, e m'incontrai collo sguardo, nel volto poco piacevole di certi Croati che avevano invaso l'osteria - Era un altro, o forse parte dello stesso corpo nemico, che gi avevamo incontrato pi sopra -
Riabassai il capo sulle braccia e feci conto di non aver veduto nessuno - Sgombra che fu l'osteria, e preso il nostro - dopo che furon serviti i padroni - noi traversammo lo stradale - e sulla parte destra dello stesso, noi cercammo, e trovammo asilo in una casa di contadini -
Dopo aver riposato alquanto, e prese le necessarie informazioni - noi ci avviammo verso Prato, coll'intendimento di guadagnare la frontiera Ligure - Dopo d'aver marciato la maggior parte della giornata, si arriv in una valle - ove trovammo una specie d'albergo di campagna - ed ove chiedemmo allogio per la notte -
Trovavasi nello stesso albergo - un giovane cacciatore di Prato - che sembrava famigliare del luogo - e nell'intimit colla gente di casa - L'aspetto del giovane era decente, liberi i suoi modi - e con una di quelle fisionomie di onesta franchezza, che difficilmente ingannano - Io stetti ad osservarlo per qualche tempo, con significato esprimente il desiderio di conferire con lui - e lo avvicinai - Dopo poche interlocuzioni, diedi il mio nome - e vidi subito che non m'ero ingannato -
Il giovane Pratese si commosse al mio nome - e vidi brillare negli occhi suoi la gentil volutt di far bene - Egli mi disse: vado a Prato, che dista poche miglia - parler co' miei amici, e torner da voi in breve -
Fu molto esatto l'eccellente Pratese - Torn presto, e noi lo seguimmo a Prato, ove gli amici con a capo l'Avvocato Martini, avevano fatto preparare un legno, che doveva condurci per la strada d'Empoli, Colle ecc. - verso le maremme Toscane, ove raccomandati ad altri buoni Italiani - noi avressimo con molta probabilit trovato barche - per esser condotti in qualche punto del territorio Ligure -
La determinazione, presa dai bravi patrioti Pratesi, di avviarci verso le Maremme, era motivata dalle molte e rigorose osservazioni, tenute dal governo del Duca sulla frontiera Sarda - per impedire il transito dei compromessi politici - allora numerosi, che cercavano salvezza al di l del limite occidentale - su quella terra Italiana - ove la prepotenza Austriaca giammai dovea trovar campo alle sue libidini di depredazioni e di assassin.
L'avvocato Martini di Prato - tra tutti i nostri benefattori e liberatori - merit illimitata la vostra gratitudine - Egli non solamente si adopr per facilitare il nostro viaggio - ma ci raccomand caldamente ai suoi amici, e congiunti delle Maremme - che ci valsero sommamente - Mi duole assai, non ricordare il nome del bravo giovine - che primo, e tanto contribu alla nostra salvazione - ed al quale, io lasciai un piccolo anello - di poco valore - per ricordo e per segno d'affetto -
Il nostro viaggio da Prato alle Maremme - fu veramente singolare - Noi percorremmo gran tratto di paese in un legno chiuso - fermandoci per cambiar cavalli di tapa in tapa - ed in vari paesi le nostre fermate erano oltremodo lunghe - avendo, i cocchieri che ci guidavano, molto meno premura di noi di procedere avanti - Dimodocch si dava agio ai curiosi di circondare la vettura - ed alcune volte, erimo pure obligati discendere per mangiare od altro - dovendo coprire alquanto e dissimulare, l'eccezionale condizione dei nostri individui -
Nei piccoli paesi, erimo naturalmente alla berlina degli oziosi, che congetturavano in mille modi sull'esser nostro - disposti al cicaleccio sopra individui che non conoscevano - e che i tempi difficili d'una terribile reazione attorniavano di dubb -
A Colle, particolarmente, oggi paese patriotico ed avanzato - fummo attorniati da una folla - che non manc darci segni manifesti di sospetto, e di avversione alle nostre fisionomie tutt'altro che, di pacifici, ed indifferenti viaggiatori - Non altro successe per - oltre a qualche parolaccia indecorosa - e che noi dissimulammo com'era naturale -
Erimo, sventuratamente, ancora ai tempi, in cui i preti dicevano alla gente: esser i liberali una massa d'assassini (1849) - Alcuni anni dopo per io fui ricevuto nello stesso paese, con tanta entusiastica gentilezza - ch'io certamente ricorder tutta la vita. Passammo sotto le mura di Volterra - ove trovavasi allora Guerrazzi, con parte dei compromessi politici della Toscana - e ci limitammo di calcare il cappello negli occhi, passando -
Il primo sito di sicuro rifugio - ove giungemmo nelle vicinanze delle Maremme - fu S. Dalmazio, in casa del D.r Camillo Serafini - uomo generoso, vero patriota Italiano, e dotato d'un coraggio, e d'una fermezza non comune - Deputato Toscano al parlamento in 1859 - dopo l'emancipazione del suo nobile paese, egli certamente come il bravo Giovanni Verit - partecip a qualunque coraggiosa deliberazione di quell'assemblea - e mi figuro: si sia ritirato in disgusto come tanti, per non trovarsi al contatto di gente che non meritano di rappresentare l'Italia - Soggiornammo vari giorni, in casa di Serafini - e fummo condotti in seguito in uno stabilimento di bagni, appartenente ad un altro Martini, parente del primo - e come questo benefico -
Di l, in casa d'un Guelfi, pi vicino al mare - ed in ogni luogo, ricevemmo un'ospitalit degna della maggior gratitudine -
Fratanto si trattava da quei generosi amici - con un pescatore Genovese - per esser portati nella Liguria - Un bel giorno vari giovinotti Maremmani, di quei dintorni, armati coi loro fucili a due colpi - come i cacciatori di Ravenna - e come questi svelti, forti, e coraggiosi - vennero a cercarmi in casa del bravo Guelfi - ci diedero ad ambi un'arma uguale alla loro - e ci condussero attraverso boschi, sulla sponda del mare, a poche miglia a levante di Follonica - porto caricatore di carbone, nel golfo di Sterlino -
L trovavasi la barca peschereccia, che ci aspettava - Noi c'imbarcammo commossi dalle prove d'affetto, che ci prodigarono i nostri giovani liberatori -
Com'ero fiero d'esser nato in Italia! - In questa terra di morti! Fra questa gente che non si batte - dicono i nostri vicini: ove da molti secoli - perch caduti dal trono da cui i nostri padri dominavano il mondo - pur ricordandosi dell'indole nostra - cotesti protervi limitrofi - c'imponevano il rettile nero della teocrazia - per umiliarci - depravarci - corromperci d'anima e di corpo - accioch curvi, cretini non udissimo pi il fischio della verga - a cui ci avevano dannato in eterno - Come se il loro regno di pigmei - fosse per durar sempre - mentre il tempo con sue fredd'ali, spazzava anche il gigante di tutte le grandezze umane, passate, presenti, e future - le di cui macerie risorgono oggi sui sette colli -
Fiero d'esser nato in Italia, dico: ove ad onta di star sotto il dominio di preti e di ladri - sorge, una giovent, che disprezzando i pericoli, le torture, e la morte - marcia impavida al compimento del dovere - all'emancipazione dello schiavo!
Imbarcati nel golfo di Sterlino - a bordo d'un pescatore Ligure - veleggiammo verso l'isola d'Elba - ove si dovevano imbarcare attrezzi, ed alcune provviste - Passammo parte del giorno ed una notte a porto Longone - Di l, costeggiando la Toscana, giunsimo sulla rada di Livorno - e senza fermarci continuammo verso ponente -
Io non dubitavo della sfavorevole accoglienza, che per parte del governo - m'aspettava negli Stati Sardi - e mi venne l'idea, sulla rada di Livorno, di chiedere asilo a bordo d'un vascello Inglese, che vi si trovava ancorato - Il desiderio, per, di veder i miei figli, prima di lasciar l'Italia - ove sapevo di non poter stare - prevalse - e verso settembre sbarcammo in salvo a Porto Venere -
Da porto Venere a Chiavari, nulla di nuovo - e fummo ospitati in quest'ultima citt, in casa di mio cugino Bartolomeo Pucci, di carissima memoria -
Fummo festeggiati dalla buona famiglia di mio parente come pure da cotesta cara popolazione di Chiavari - e dai numerosi Lombardi che vi si trovavano rifuggiati dopo la battaglia di Novarra.
Ma il generale Lamarmora, allora commissario regio a Genova, sapendo del mio arrivo - ordin fossi trasferito in quella capitale - scortato da un Capitano di carabinieri travestito -
Io non trovai, affatto strano il procedimento del generale Lamarmora - Egli era istromento della politica, prevalente allora nel nostro paese; ed istromento intimo - nemico poi per propensione di chiunque, fosse come me, macchiato del suggello Republicano -
Fui rinchiuso in una segreta del palazzo ducale di Genova - e quindi trasportato di notte, a bordo della fregata da guerra il S. Michele - In ambi luoghi, per, trattatto con deferenza, sia da Lamarmora, come a bordo dal cavalleresco comandante Persano - Io, altro non chiesi, che 24 ore per andare a Nizza ad abbracciare i miei figli - e tornare poi a prendere il mio posto di reclusione - Sulla mia parola mi permise ogni cosa il generale Lamarmora -
Non so, se vi furono - a bordo del piroscafo S. Giorgio che mi condusse - altri travestiti - ma sicuramente al mio arrivo in Nizza, vi si trovavano avvisi preventivi, ed i carabinieri in alerta - che secondo le consuetudini delle autorit regie - mi fecero ritardare varie ore per sbarcare - e quindi non ebbi altro tempo, che di giungere a Caras, ove si trovavano i miei figli, passarvi la notte, e ripartirne subito -
La vista de' miei figli, ch'io ero obligato di abbandonare chi sa per quanto - mi addolor sommamente - Essi rimanevano in mano amiche  vero: i due maschi con mio cugino Augusto Garibaldi - e la mia Teresa con i conjughi Deidery, che ad essa servirono di genitori - Ed io dovevo allontanarmi indefinitamente! S, indefinitamente - poich mi si propose di scegliere un luogo d'esiglio!
Qui, non devo passare sotto silenzio, la maschia difesa che presero della mia causa, i deputati della sinistra nel parlamento Piemontese - Baralis, Borella, Valerio, Brofferio, alzaron potentemente la voce in mio favore - e se non pervennero a sottrarmi all'esiglio - mi sottrarono certamente ad alcunch di peggio -
V'era, come sempre, insaziabile sete di sangue nel partito Austro-prete - ed era stato vittorioso dovunque nella penisola -
Richiesto di scegliere un luogo d'esiglio - io scelsi Tunis -
La mia speranza su migliori destini del mio paese - mi facea preferire un sito vicino - A Tunis trovavasi un Castelli di Nizza amico mio d'infanzia - ed un Fedriani  amicissimo mio dal 34 - e compagno della prima mia proscrizione -
M'imbarcai dunque per Tunis sul vapore da guerra il Tripoli - A Tunis, il governo, subordinato alle ispirazioni della Francia - non mi volle - e fui trasportato indietro, e depositato nell'isola della Maddalena - ove stetti una ventina di giorni - Cosa ridicola! Non manc chi m'accusasse al governo Sardo - o lo stesso governo lo finse: ch'io tramavo rivoluzioni - In quell'isola, ove la met della popolazione - era in quel tempo a servizio regio - o pensionata - Buona popolazione d'altronde - che mi tratt molto bene -
Dalla Maddalena, fui imbarcato per Gibilterra sul brigantino da guerra Colombo - Il governatore Inglese di cotesta piazza - mi diede sei giorni di tempo per evacuarla - Con tanto affetto - e con ragione - com'ebbi sempre per quella nazione generosa - non posso dissimulare: che molto scortese, futile, ed indegno mi sembr tale procedimento -
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CAPITOLO 10.
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Esiglio.
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Se quel calcio al caduto - fosse stato dato da un vile, da un debole - pazienza! Ma da un rapresentante dell'Inghilterra - terra d'asilo universale! Ci mi colp sensibilmente!
Bisogn sgombrare - per - anche che avessi dovuto gettarmi in mare - e dal consiglio d'alcuni amici io mi decisi di passar lo stretto - e cercare un rifugio in Africa, dal Sig. G. Batta Carpeneto - console Sardo a Tanger - che mi accolse e mi ospit in casa sua per sei mesi - coi miei due compagni ufficiali Leggiero e Coccelli -
A Modigliana io avevo trovato un prete benefico -
A Tanger vi trovai un console regio, generoso ed onestissimo - Ad ambi io sono debitore della maggior gratitudine - E ci prova bene: esser giusto il vecchio proverbio "l'abito non fa il monaco" - E ci prova pure: esser l'esclusivismo, professato da certa gente, un'errore - ed  esser ben difficile di trovare la perfezione nell'umana famiglia - Procuriamo d'esser buoni - inculchiamo, quanto  possibile, le massime del giusto e del vero - nelle moltitudini - combattiamo ad oltranza la teocrazia e la tirannide sotto qualunque forza - perch rappresentanti della menzogna e del male; ma..... siamo indulgenti con questa nostra ferina razza - che fra gli altri titoli a benemerenza, ha pur quello di generar sempre una met di s stessa - composta d'imperatori, re, birri di tante denominazioni - e preti - che sembrano proprio tagliati con tutti i pi scelti attributi di scorticatori - per maggior gloria, e benefizio del resto -
A Tanger col generoso mio ospite Carpeneto - io passai vita tranquilla e felice - quanto lo pu esser quella d'un esule Italiano, lontano da' suoi cari, e dalla patria sua - Almeno due volte la settimana, si andava a caccia, e si cacciava abondantemente - Poi, un amico mise un guzzetto (piccola barca) a mia disposizione - e si fecero anche delle partite di pesca - abondante pure in quelle coste -
L'ospitalit gentile ricevuta in casa del Sig. Murray, Vice-console Inglese - mi toglieva qualche volta dalla solitaria e selvaggia mia consuetudine -
Sei mesi dunque - passarono in quella vita - che mi sembr tanto pi fortunata - quanto era stato terribile il periodo anteriore -
Nella mia relegazione, per, non ero dimenticato da tutti i miei amici Italiani - Carpanetto Francesco - a cui dovevo, sino dal principio del mio arrivo in Italia in 48, un'infinit di favori, e gentilezze - aveva ideato di raccogliere, per mezzo de' miei conosciuti, e suoi, una somma sufficiente da costruire un bastimento, destinato ad esser comandato da me per guadagnar la vita -
Tale progetto mi sorrideva: Nulla potendo fare per l'adempimento della politica mia missione; mi sarei almeno occupato, lavorando mercantilmente, d'acquistare un'esistenza indipendente - e non pi star a carico dell'uomo generoso che mi avea ospitato -
Io accettai immediatamente il progetto dell'amico mio Francesco - e mi disposi a partire per gli Stati Uniti ove doveva effetuarsi la compra del legno - Verso giugno del 1850, m'imbarcai per Gibilterra, di l a Liverpool, e da Liverpool a New-York -
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Nella traversata per l'America, fui assalito da dolori reumatici, che mi tormentarono durante gran parte del viaggio - e fui finalmente sbarcato com'un baule - non potendo movermi - a Staten Island - nel porto di New York -
I dolori mi durarono un par di mesi, passati parte in Staten Island, e parte nella citt stessa di New York, in casa del mio caro e prezioso amico Michele Pastacaldi, ove godevo l'amabile compagnia dell'illustre Foresti - uno dei martiri dello Spielberg -
Il progetto del Carpanetto, non poteva intanto attuarsi per mancanza di contribuenti - Egli avea raccolto tre azioni di dieci milla lire ognuna, dai fratelli Camozzi di Bergamo - e da Piazzoni; ma che bastimento si poteva comprare in America con trenta milla lire? Un piccolo barco per il cabotaggio - ma non essendo io cittadino Americano, sarei stato obligato di prendere un Capitano di codesta nazione - e non conveniva -
Infine, qualche cosa bisognava fare - Un mio amico, Antonio Meucci, Fiorentino - e brav'uomo - si decide a stabilire una fabrica di candelle, e mi offre di ajutarlo nello stabilimento -
Detto, fatto - Interessarmi nella speculazione, non lo potevo - per ragione di mancare i fondi; (giacch le trenta milla lire suddette, non essendo state sufficienti per la compra del legno - erano rimaste in Italia) mi addatai quindi al lavoro colla condizione: di fare quanto potevo -
Lavorai per alcuni mesi, con Meucci - che, bench lavorante suo, mi tratt come della famiglia, e con molta amorevolezza -
Un giorno per, stanco di far candele - e spinto forse da irrequietezza naturale ed abituale - usc di casa, col proposito di mutar mestiere -
Mi rammentavo d'esser stato marino - conoscevo qualche parola d'inglese - e mi avviai sul littorale dell'isola, ove scorgevo alcuni barchi di cabotaggio occupati a caricare e scaricar merci.
Giunsi al primo, e chiesi d'esser imbarcato come marinaio - Apena mi diedero retta - tutti quanti scorgevo sul bastimento - e continuarono i loro lavori - Feci lo stesso, avvicinando un secondo legno - Medesima risposta - Infine ad un altro, ove si stava lavorando a scaricare - e dimando: mi si permetta di ajutare al lavoro - e n'ebbi in risposta che non ne abbisognavano - "Ma non  vi chiedo mercede" io insisteva: e nulla. "Voglio lavorare per passare il freddo" (vi era veramente la neve) meno ancora. Io rimasi mortificato!
Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandar la squadra di Montevideo - di comandarne il bellicoso ed immortale esercito! A che serviva tuttoci - non mi volevano!
Rintuzai infine la mortificazione, e tornai al lavoro del sego - Fortuna ch'io non avevo palesato la mia risoluzione all'eccellente Meucci - e quindi concentrato in me stesso, il dispetto fu minore - Devo confessar di pi: non esser il contegno del mio buon principale verso di me, che mi avesse obligato alla intempestiva mia risoluzione - egli mi era prodigo di benevolenza e d'amicizia - siccome lo era la Signora Ester di lui sposa -
La mia condizione non era dunque deplorabile - in casa di Meucci - e fu proprio un'accesso di malinconia, che m'avea spinto ad allontanarmi da quella casa - In essa, io ero liberissimo: potevo lavorare se mi piaceva - e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque altra occupazione - ma potevo andare a caccia qualche volta - e spesso si andava anche a pesca, collo stesso principale, e con vari altri amici di Staten Island, e di New York, che spesso ci favorivano colle loro visite -
In casa poi, non v'era lusso - ma nulla mancava delle principali necessit della vita - tanto per l'alogio che per il vito -
Io devo qui menzionare il maggiore Bovi - il mutilato alla difesa di Roma - e che fu mio fratello d'armi in varie campagne - Egli m'avea raggiunto a Tanger in casa del Sig. Carpeneto - nell'ultimo tempo da me passato in quella casa d'asilo - e quando mi decisi di passare in America - non permettendo i miei mezzi di condurre meco tutti i miei compagni, lasciai Leggiero e Coccelli a Tanger raccomandati - e scelsi per accompagnarmi Bovi, incapace di lavoro perch mancante della mano destra -
Coccelli! Perch non accenner io ad un ricordo di cotesto mio giovine, bello, e valoroso compagno?
Coccelli era entrato bambino nella legione di Montevideo, e con molta propensione alla musica, egli suona la tromba a chiave nella superba banda della legione - e la tromba di guerra, nelle famose cariche, con cui quel valoroso corpo fece rispettatto il nome Italiano in America.
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Coccelli segu la Legione in tutte le sue campagne - e segu la spedizione nostra del 48 in Italia - Fece con onore - come ufficiale le campagne della Lombardia e di Roma - e venne meco, quando proscritto dal governo sardo nel 49 - mi recai a Tanger -
Alla mia partenza da Tanger per l'America - io lasciai a Coccelli il mio fucile, ed ogni mio attrezzo da caccia - Egli mor, ben giovane ancora, colpito dal sole Africano nella testa -
Il mio cane da caccia, Castore, fui pure obligato di lasciarlo in Tanger al mio amico Sig. Murray - e quel mio fedele compagno, ne mor di disgusto!
Finalmente giunse l'amico mio Francesco Carpanetto - a New York - Egli avea da Genova, iniziato una specolazione in grande per l'America centrale - Il S. Giorgio, nave a lui appartenente - era partita da Genova, con parte del carico - e lui stesso era passato in Inghilterra, a preparare il resto, ed inviarlo in Gibilterra ove la nave doveva prenderlo -
Si decise: ch'io l'accompagnerei nell'America centrale - e fecimo i preparativi di partenza - e nel 51 dunque con Carpanetto effetuai un viaggio per Chagres, con un vapore Americano - capitano Johnson -
Da Chagres passammo in un Jacht della stessa nazione in S. Juan del Nord - e di l presimo una piragua - rimontando lo stesso fiume di S. Juan, sino al lago di Nicaragua - Traversammo il lago, e giunsimo finalmente a Granada, porto e paese pi commerciale del lago.
In Granada stettimo pochi giorni - e vi fummo accolti gentilmente da alcuni Italiani ivi stabiliti -
In Granada principiarono le operazioni commerciali dell'amico Carpanetto - e di l visitammo allo stesso oggetto, molte parti dell'America centrale, traversando varie volte l'Istmo di Panama -
Io accompagnavo il mio amico in quelle escursioni, pi come compagno di viaggio, che come collaboratore di commercio - in cui mi confesso novizio - ma tale non era Carpanetto - ed io ammiravo l'attivit, e l'intelligenza con cui egli maneggiava ogni negozio, che poteva produrre dei vantaggi -
Viaggiavo in quell'epoca sotto il nome di Giuseppe Pane, che gi avevo assunto nel 34 - per scansare curiosi, e molestie poliziesche -
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Alle combinazioni commerciali del Carpanetto serviva di base, l'arrivo della nave S. Giorgio a Lima - ed egli avea progettatto di recarsi in detta citt per aspettarla - Tornammo quindi a S. Juan, del Nord, ripassammo a Chagres, e di l rimontammo il fiume Cruz, per giungere a Panama -
In codesto ultimo viaggio, io fui assalito dalle terribili febbri endemiche in quel clima ed in quel paese seminato da paludi - Esse mi colpirono come un fulmine e mi prostrarono - Io, non fui mai, cos abatutto dal male come in quell'epoca - e se non avessi avuto la fortuna di trovare degli eccellenti Italiani - tra cui due fratelli Monti - a Panama - e vari buoni Americani - io credo non mi sarei liberato dal morbo -
Il mio caro Carpanetto, poi in quella pericolosa circostanza, ebbe per me delle cure fraterne -
M'imbarcai a Panama col vapore Inglese - che doveva condurci a Lima - L'aria del mare fu per me un balsamo - e ne fui sommamente rinfrancato.
Nella traversata passammo a Guayaquil da dove cercai invano di scoprire la cima del Cimborao - quasi sempre nascosto dalle nubi - A Pata sbarcammo, ci fermammo un giorno - e vi fui ospiziato in casa d'una generosa Signora del paese - che trovavasi in letto da anni - essendo stata colpita da un'attacco apopletico nelle gambe - Passai parte di quella giornata, accanto al letto della Signora - Io sopra un sof - e bench alquanto migliorato in salute, ero obligato di rimanermi sdrajato e senza moto -
Doa Manuelita di Saenz, era la pi graziosa, e gentile matrona, ch'io m'abbia veduto - Essa era stata l'amica di Bolivar, e conosceva le pi minute circostanze della vita, del grande Liberatore dell'America centrale - la di cui vita intiera, consacrata all'emancipazione del suo paese, e le virt somme che lo adornavano, non valsero a sottrarlo al veleno della lingua mordace dell'invidia, e del gesuitismo, che ne amareggiarono gli ultimi giorni -
E sembra la storia di Socrate, di Cristo, di Colombo!
Ed il mondo rimane sempre preda delle miserabili nullit che lo sanno ingannare!
Dopo quella giornata ch'io chiamer deliziosa - dopo tante angosciose - passata nella cara compagnia dell'interessante invalida - io la lasciai veramente commosso - Ambi cogli occhi umidi - pressentendo senza dubbio: esser cotesto - per ambi - l'estremo addio su questa terra - M'imbarcai nuovamente col vapore - e giunsi a Lima lunghesso la bellissima costa del Pacifico -
Ho detto bellissima, parlando del littorale occidentale dell'America, da Panama a Lima - ed avrei dovuto dire pittoresca - giacch quella costa se eccetuati i punti di Panama, Guayaquil, Pata e Lima - offre nella maggior sua estensione, dei tratti che somigliano alle aride arene dell'Africa - Comunque la parte verde, somiglia agli Oasis - e cosa stupenda: in quel paese ove rarissime sono le pioggie ed insignificanti - l'acqua dolce zampilla vicinissima all'Oceano - e basta dovunque cavar pochi palmi, per trovarla abondantissima - Le Ande veri giganti della terra - poco distanti dal littorale, sono il serbatojo di quelle acque purissime tesoro del paese - forse pi prezioso dei ricchi metalli che vi abbondano tanto -
Io mi aspettavo di trovare - in quel versante della grande catena Americana - pi animata vegetazione - e meno desolanti deserti di sabbia - e me lo era ideato pi bello assai il paese alle falde delle alte Cordigliere - Nato io stesso alle faldi delle Alpi, cercavo, invano, dal mare, una vallata deliziosa, da poter paragonare a quella della bella mia Nizza!
Comunque, assai pittoresca,  quell'interessante costa - non tutta bella - ma con pezzi bellissimi - come Lima - e la Valle del Paradiso - Valparaiso!
A Lima ove trovammo il S. Giorgio - io ebbi splendida accoglienza da cotesta ricca e generosa colonia Italiana - e massime dalle famiglie Sciutto, Denegri, e Malagrida - Il Sig. Pietro Denegri mi diede il comando della Carmen, barca di 400 tonnellate, e mi preparai per un viaggio in China -
Il mio amico Carpanetto part da Lima col S. Giorgio per recarsi nell'America centrale - a prendervi il carico da lui preparato - Io non dovevo pi rivedere quel carissimo uomo - a cui io andavo debitore di tanto affetto, tante gentilezze, e forse della vita - Egli moriva alcuni anni dopo di cholera, senza aver potuto ultimare le spedizioni che avea iniziato con tanta speranza e tanta sagacia - e che non fruttarono che amare delusioni, e la morte - in contrade tanto lontane dall'Italia sua ch'egli idolatrava -
Mi successe a Lima un fatto dispiacevole - prima d'imprendere viaggio - Io abitava nel principio del mio soggiorno  a Lima in casa del Malagrida - ove convalescente ancora dalle febbri, io ebbi una cura ed assistenza veramente gentili da lui, e dalla cortese sua signora - In quella casa giungeva qualche volta uno di quei Francesi che professano il chauvinisme - Io, poco accostevole di natura - e scorgendo cotesto individuo molto propenso a parlare - scansavo di legar conversazione con lui - quanto possibile - Un giorno per giunse a pigliarmi - e mi port mio malgrado sul tema della spedizione Romana eseguita dall'esercito Bonapartesco - Tale argomento mi riusciva naturalmente tedioso - e procuravo di cambiarlo - ma inutilmente - ed egli non solamente si ostin a continuarlo - ma strarip in termini poco decorosi agli Italiani - Io risposi con parole un po' aspre - trattenendomi nei limiti della decenza convenevole alla casa in cui io mi trovavo, e l fin l'incidente -
Pochi giorni dopo - trovandomi al Callao - porto di Lima - a bordo della Carmen, occupato ai preparativi del mio viaggio - mi giunse un giornale di Lima in cui quel Chauvin m'insultava -
Non feci parola - ma alla sera del Sabbato, in cui terminavano i miei lavori - me ne andai a Lima, cercai della casa sua - era un gran magazzeno - vi entrai - chiesi a lui se mi conosceva - ed alla sua risposta affermativa li diedi quattro bastonate con una canna leggiera che portavo di solito - siccome nel calore della cosa per, non mi ero curato s'egli fosse accompagnato o solo - mi trovai ad aver da fare con due antagonisti pi robusti di me - Il nuovo arrivato vedendomi impegnato col suo compagno, mi amministr una bastonata per di dietro sulla testa che mi copr il volto di sangue, e nello stesso tempo cercava di ferirmi con uno stocco da tergo -
Io vacillai per un pezzo - stordito - e fui sul punto di cadere - cadendo io ero morto - ed i miei avversari erano giustificati dall'atto mio d'averli assaliti in casa propria.
Non cadetti per fortuna! E riscaldato dal sangue mio che m'inondava il volto - diventai furente - disarmai uno dei due - il pi forte avversario - l'altro cominci a fuggire nell'interno - certo pi spaventato dello stato mio d'eccittamento - che dalla mia forza - e subito fu seguito dal secondo - Io rimasi padrone del campo di battaglia - in uno spazioso magazzeno di merci che non mi appartenevano - e cercai ricovero altrove -
Degno di menzione,  l'amore dei miei concittadini, manifestatosi in tale circostanza - verso di me. La polizia di Lima eccitata da un furibondo console Francese - voleva violentemente arrestarmi ma il contegno degli Italiani le tolse tale voglia - Essi si mantennero dignitosi - ma v'eran tutti - e Lima li contava a migliaja - tutta gente forte, e ben disposta - Tutti vennero alla riscossa - e dissero rispettosamente al commissario di polizia che non m'arrestasse - Il commissario fece molto schiamazzo, ma non mi arrest - attorniato com'era, da quella folla d'uomini - tranquilli, ma risoluti nel loro proposito -
Il console Francese esigette da principio, una soddisfazione dal governo Peruano - che si formolava nientemeno: che in una multa, ed in parole di scusa da parte mia - Il console sardo Canevarro, era l'intermediario di quelle trattative - e non manc d'interessarsi a me - Infine si conchiuse la cosa, senza multa, e senza parole di scusa.
Quando io penso alle nostre colonie Italiane dell'America meridionale - vi  veramente da andarne superbi - Quei nostri conterranei sulla terra libera di quelle Republiche - mi sembrano, valer pi assai che nelle nostre contrade - Il prete sotto codesto cielo benedetto - striscia da rettile, come dovunque - ma sui nostri non ha dominio - e pochissimo sui figli di quel paese prediletto - I governi, non sempre son buoni - ma interessati come sono a fomentare l'immigrazione straniera - la proteggono, massime d'Italiani, che tanta affinit hanno colla razza Iberica.
Nell'America meridionale l'Italiano  generalmente laborioso ed onesto - quando qualche perverso si presenta, i nostri lo tengan d'occhio - e se fallisce non son tranquilli - finch non sia cacciato dal loro consorzio.
La parte marina poi, di codesta nostra emigrazione,  poco conosciuta, massime dal governo Italiano - ma certo, essa si compone della frazione pi energica dell'immensa marina nazionale - massime Ligure - di cui detto governo non ha saputo trar partito sin'ora - e che in nessun tempo - dev'essere inferiore alle marine mercantili o da guerra dei nostri vicini.
Veleggiai poco dopo, colla Carmen - verso le isole di Cincia, a mezzogiorno di Lima - ove si caric guano - destinato per la China - e tornai al Callao per le ultime disposizioni del lungo viaggio.
Il 10 gennaio 1852 salpai dal Callao per Canton.
Impiegammo circa 93 giorni nel viaggio - sempre con vento favorevole - Passammo alla vista delle Isole di Sandwich - ed entrammo nel mare di China tra Luzon e Formosa nelle Filipine.
Giunto a Canton, il mio consegnatario mi mand a Amoy - non trovandosi a vendere il carico guano nella prima piazza -
Da Amoy tornai a Canton - e non essendo pronto il carico di ritorno - caricai per Manilla differenti generi -
Da Manilla tornai a Canton - ove si cambiarono gli alberi della Carmen, trovati guasti - ed il rame. Pronto il carico - lasciammo Canton per Lima -
Dagli studi fatti dei venti regnanti - sulle due linee da percorrere per tornare a Lima - l'una al nord in cerca dei venti variabili di quell'emisfero - l'altro al sud, passando fuori dell'Australia - io scelsi la seconda -
Nella zona torrida, che sarebbe di 46 56' coll'equatore in mezzo - e che pi generalmente si pu calcolare sino a 60 - poich le brezze per lo pi si estendono a 30 di latitudine d'ogni lato dell'equatore.
Nella zona torrida dico - ove le brezze soffiando da levante a ponente, con eterna costanza - chi tentasse di traversare diritto da Canton a Lima - non ultimerebbe il viaggio nemmen se fosse carico di viveri, poich avrebbe sempre contrari, venti e maree -
Allontanandosi invece da cotesta zona verso i poli, si va colla quasi certezza di trovarvi dei venti variabili - e che generalmente soffiano da ponente a levante - massime se si oltrepassano i 50 gradi di latitudine in un emisfero o nell'altro -
Veleggiammo verso il mare d'India - ed uscimmo dall'arcipelago Indiano per lo stretto di Lombok - dopo d'aver bordeggiato con alcune difficolt in quelli stretti, avendo trovato la Monsoon del Sud Ouest, il vento di quella zona, ancora attiva.
Nel mare Indiano - fuori di quello stretto, trovammo le brezze costanti da levante - a pochi gradi di distanza - Presimo le mura a sinistra, e continuammo cos, sino verso i 40 gradi di latitudine meridionale - ove trovati i venti da ponente, seguimmo per lo stretto di Bass - tra l'Australia e Van-Diemen - In codesto stretto, aprodammo in una delle Hunter Islands, per avere dell'acqua.
Vi trovammo uno stabilimento, lasciato di fresco da un Inglese colla moglie - per motivo d'esservi morto il compagno - notizia, che ci diede una tavola eretta sulla di lui tomba - ed ove era scritta sommariamente la storia della colonia - "I conjughi" diceva la iscrizione; "intimoriti di trovarsi soli in quell'isola deserta, l'abbandonavano per passare a Vandiemen" -
Il pi importante dello stabilimento era una casetta rozza - ma comoda - d'un piano - industriosamente costrutta, ove si trovavano tavole, letti, sedie, ecc., non di lusso certamente, ma con quell'impronta d'agiatezza, cos naturale agl'inglesi -
Un orto, per noi, il pi utile ritrovato - poich, vi trovammo delle patate fresche - ed altra ortaglia, di cui fecimo abbondante provvista -
Isola deserta dell'Hunter Islands - quante volte tu m'hai deliziosamente solleticato l'immaginazione - quando stuffo di questa civilizzata societ - s ben fregiata da preti e da birri - io mi trasportavo coll'idea verso quel tuo grazioso seno - ove aprodando per la prima volta fui ricevuto da uno stormo di bellissime pernici - ed ove tra secolari piante d'alto fusto - mormorava il pi limpido, e pi poetico ruscello - in cui ci dissettammo piacevolmente - e con abbondanza fecimo la necessaria provvista d'acqua per il viaggio -
Dallo stretto di Bass, veleggiammo tra la nuova Zelanda, e Lord Aukland land, mettendosi poi a cavaliere del 52 di latitudine meridionale, e su cui spinti da forti venti da ponente, ci dirigemmo verso la costa occidentale dell'America -
Avvicinando quindi detta costa - dopo molti giorni di prospera navigazione - obliquammo a sinistra verso la zona torrida, cercando i venti generali, che soffiano eternamente dal Sud-Est - e che ci condussero a Lima, dopo una traversata di circa 100 giorni -
Negli ultimi giorni si scarseggi di viveri, per cui si mise la gente alla razione per previdenza - Si sbarc il carico a Lima, e si part in zavorra per Valparaiso - ove giungendo, si noleggi la Carmen per un viaggio dal Chil a Boston con rame. Aprodammo in vari porti della costa di Chil: Coquimbo, Guasco, Herradura - e si termin il carico con lana sopra il Rame, a Islay (Per).
Partimmo da Islay, veleggiammo a mezzogiorno per il capo di Horn, e dopo una traversata molto tempestosa nelle alte latitudini giunsimo a Boston - Da Boston ebbi ordine di andare a New York - ove giunto ricevetti una lettera, con alcuni rimproveri dal proprietario della Carmen - che mi sembr, non meritare - e per cui lasciai il comando di detto legno.
Io devo agiungere, sul conto di D.n Pedro Denegri padrone della Carmen: esserne stato trattatto con molta gentilezza, in tutto il tempo ch'ebbi la fortuna di servirlo. Ma un Tersito - parasita, che s'era introdotto in casa sua, era pervenuto a mettermi in sospetto col principale.
Rimasi alcuni giorni ancora a New York, godendo la cara compagnia dei miei preziosi amici Foresti, Avezzana, e Pastacaldi - ed in quel mentre, essendo giunto nel porto, il Capitano Figari, con intenzione di comprare un bastimento - mi propose di comandarlo per condurlo in Europa.
Io accettai, e fummo col Capitano Figari a Baltimore, ove si acquist la nave Commonwealth - si caric di farina e grano - e veleggiai per Londra, ove giunsi in Febbraio del 54.
Da Londra andai a Newcastle ove caricammo carbon fossile per Genova - e giunsimo in quest'ultimo porto il 10 Maggio dello stesso anno -
Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, Capitano G. Paolo Augier - ove ricevetti ospitalit gentile per 15 giorni - Da Genova passai a Nizza, ove ebbi finalmente la fortuna di stringere al seno i miei figli - dopo un esiglio di cinque anni.
Il periodo decorso, dal mio arrivo a Genova in Maggio del 54 - sino alla mia partenza da Caprera in Febbrajo 1859 -  di nessun interesse - Io lo passai: parte navigando - e parte coltivando un piccolo possesso - da me acquistato nell'isola di Caprera.
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CAPITOLO 11.
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Ritorno alla vita politica.
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In febbrajo 1859 - io fui chiamato in Torino dal conte di Cavour, col mezzo di Lafarina.
Entrava nella politica del gabinetto Sardo, allora in trattative colla Francia - e disposti a far la guerra all'Austria - di accarezzare il popolo Italiano - Manin, Pallavicino, ed altri distinti Italiani, cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla dinastia Sabauda - per giungere, col concorso della maggior parte di forze nazionali - all'adempimento di quell'unificazione Italica - sogno di tanti secoli delle menti elette della penisola -
Credendo: io avessi conservato alcun prestigio nel popolo - il conte di Cavour onnipossente allora mi chiam nella capitale - e mi trov certamente docile all'idea sua, di far la guerra alla secolare nemica d'Italia - Non m'ispirava fiducia il suo alleato -  vero - ma come fare: bisognava subirlo -
Pesa sull'Italia - come un incubo - una terribile coscienza di debolezza - frutto, certo delle discordie, e dell'educazione pretina - che non manca di padroneggiare, anche oggi - ultimi giorni del 59 - un gran numero degli ammoliti figli dell'Ausonia - massime nelle classi assuefate agli agi della vita -
Bisogna arrossire, ma pur confessarlo: colla Francia per alleata, si faceva la guerra allegramente - senza di essa - nemmen per sogno! Tale era l'opinione della maggioranza di codesti degeneri figli del grandissimo popolo - E tuttoci per non sapere - o non volere - far uso degli elementi nazionali a disposizione - e d'esser sempre la causa del nostro povero paese - in mano, a malvagi - o della casta delle dottrine - assuefata ad argomentare con lunghe ciarle - ma non ad oprare gagliardamente.
Un popolo disposto a non piegar il ginocchio davanti allo straniero  invincibile - e non abbiam bisogno di andar lontani per cercar degli esempi che lo provino: Roma dopo  la perdita di tre grandi battaglie - e col terribile suo vincitore alle porte - faceva sfilare le sue legioni alla vista d'Annibale - e le mandava in Spagna! Si trovi un esempio simile in qualunque storia del mondo! E quando si  nati sulla terra di tali portenti - colla fronte alta si ponno sprezzare le tracotanze straniere!
Del governo, vedevo il solo Cavour, a Torino - L'idea di far la guerra col Piemonte all'Austria, non era nuova per me - n quella di far tacere qualunque convincimento politico - allo scopo di far l'Italia comunque sia -
Era quel programma - lo stesso, che fu adottatto alla nostra partenza da Montevideo per Italia; e quando la bella risoluzione di Manin e Pallavicino - di unificare la patria Italiana con Vittorio Emanuele, mi fu comunicata a Caprera - essa mi trov collo stesso credo politico -
E non fu tale il concetto di Dante, Macchiavelli, Petrarca - e tanti altri nostri grandi?
Io posso con orgoglio dire: fui, e sono Republicano; ma nello stesso tempo - non ho creduto il popolare sistema, esclusivo al punto, da imporsi colla violenza - alla maggioranza d'una nazione -
In un paese libero - ove la maggioranza virtuosa del popolo - senza pressione - vuole la Republica - il sistema Republicano  certamente il migliore.
Trovandomi dunque nel caso, di dover dare il mio voto - come mi successe a Roma in 1849 - a tale sistema - lo darei sempre; e procurerei sempre di convincere nella mia opinione le moltitudini -
Non essendo possibile la Republica - almeno per ora (1859) sia per la corruzione che domina la societ presente - sia per la solidariet in cui si mantengono le monarchie moderne - e presentandosi l'opportunit di unificare la penisola colla combinazione delle forze dinastiche colle nazionali - io vi ho aderito assolutamente -
Dopo pochi giorni della mia permanenza a Torino - ove dovevo servire di richiamo ai volontari Italiani - io m'accorsi subito con chi avevo da fare - e cosa da me si voleva - Me ne addolorai - ma che fare: accettai il minore dei mali - e non potendo oprare tutto il bene - ottenerne il poco che si poteva - per il nostro paese infelice -
Garibaldi dovea far capolino - comparire, e non comparire - sapessero i volontari ch'egli si trovava a Torino per riunirli - ma nello stesso tempo, chiedendo a Garibaldi di nascondersi per non dare ombra alla diplomazia - Che condizione!
Chiamar i volontari - e molti - per comandarne poi il minor numero possibile - e di questi coloro che si trovavano meno atti alle armi -
I volontari accorrevano - ma non dovevano vedermi -
Si formarono i due depositi di Cuneo e Savigliano, ed io fui relegato a Rivoli - verso Suza -
La direzione e l'organizzazione dei corpi, fu affidata al generale Cialdini - Di Cuneo ebbe il comando Cosenz - di Savigliano Medici - ambi egregi ufficiali - che formarono il primo e secondo reggimento - base ed orgoglio dei cacciatori delle Alpi - Un terzo reggimento si form pure a Savigliano con Arduino - composto anche questo delli stessi elementi - ma che non fece la buona figura dei primi per colpa del capo -
Una commissione d'arruolamento, istituita a Torino sceglieva la giovent pi forte e meglio conformata - dell'et da 18 a 26 anni per i corpi di linea - I troppo giovani - troppo vecchi - o difettosi - ai corpi volontari -
Nell'ufficialit si fu pi corrivi - e si ebbe il buon senso d'accettare la maggior parte degli ufficiali da me proposti - Non tutti erano academici - ma quasi tutti furono secondo le mie speranze - degni della santa causa che si propugnava -
Formai il mio Stato Maggiore, con Carrano, Corte, Cenni, ecc. - Come ho detto: l'organizzazione era intieramente a carico del generale Cialdini -
Vari progetti, furono sbozzati dal governo, in quei primi tempi - Il primo fu: di operare io, verso il confino dei Ducati - avrebbe avuto quello - immensi risultati - ma fu presto cambiato - per timore, senza dubbio, di mandarmi a contatto di popolazioni che potevano aumentar troppo i corpi volontari - e si prefer destinarmi all'estrema sinistra degli eserciti - Cara, mi era pure, l'idea di rivedere la terra Lombarda - e quelle belle popolazioni cos malmenate dalla tirannide straniera -
Mi si promise da principio la truppa di finanza, e credo non pass loro per la mente i guardaciurma - Promessi pure alcuni battaglioni di bersaglieri - era troppa gente - e non ebbi mai gli uni n gli altri - Anzi affluendo oltremodo i volontari - per paura che ne avessi troppi, si chiam il generale Ulloa a formare i cacciatori degli Apennini - che dovean ragiungermi - e che giammai vidi - sino alla fine della guerra -
Il generale Lamarmora - ministro della guerra - che sempre avea avversato l'istituzione dei volontari - si rifiut a riconoscere i gradi de' miei ufficiali - dimodocch vi fu l'obligo, per dare alcune legalit a quei rejetti, di ricorrere al sutterfugio di dar brevetti firmati dal Ministro dell'Interno - e non dall'eccellenza della guerra -
Tutto - comunque - si soffriva in silenzio: trattavasi di far la guerra per l'Italia - e combattere gli oppressori dei fratelli nostri -
Le cose politiche incalzavano - e le jattanze dell'Austria, mostravan prossimi i desiderati conflitti. Ci, attivava alquanto l'armamento dei corpi volontari, e la loro organizzazione era spinta dall'attivit del generale Cialdini -
L'invasione degli Austriaci sul territorio Piemontese, non ci trov pronti - ma disposti per sempre, a marciare comunque fosse -
Fummo destinati sulla sponda destra del Po, a Brusasco - sulla estrema destra della divisione Cialdini destinata a difendere la linea della Dora Baltea - e coll'intento di coprire - lo stradale che da Brusasco conduce a Torino -
Il ministero avea mandato alcuni cannoni, al vecchio Castello di Varrene - per dominare dicevasi: la strada da Vercelli a Torino - Io ricevetti ordine di occupare e difendere cotesta posizione - ciocch avrebbe inceppato i miei movimenti, in caso il nemico si fosse avanzato -
Comunque fosse - noi erimo lanciati alla liberazione della nostra Italia! sogno di tutta la vita!... Io, ed i miei giovani compagni, anelavamo l'ora della pugna - come il fidanzato quella di congiungersi a colei ch'egli idolatra -
Puri di qualunque bruttura d'oro, di ciondoli, di grandezze - noi ci spingevamo: avanti - accarezzando i disagi, i pericoli, i soprusi...... ed anche gli oltraggi delle sette - che per inimicizia, o per invidia - ci insidiavano - seminando di spine il nostro sentiero - e c'insidiavano, sino a voler annientare l'assisa - il nome glorioso - acquistato su cento campi di battaglia! S! sino agli oltraggi, eravam decisi di tolerare, mediante ci lasciassero combattere i nemici dell'idolo nostro!
Passaronsi alcuni giorni a Brusasco, a Brozolo, a Pontestura - quelle prime marcie cominciarono ad assuefarvi i militi - Si approfittava delle fermate nei vari paesi per esercitarli - assuefarli ai differenti servizi d'avamposti, di pattuglie, ecc.
Essendo stato chiamato il generale Cialdini, alla difesa di Casale - noi fummo destinati ai suoi ordini. Si fece una sortita di ricognizione da quella piazza, e si videro gli Austriaci per la prima volta.
In un finto attacco, fatto dai nemici sulle posizioni esterne della piazza, il secondo Reggimento agli ordini di Medici, diede prova di quanto sarebbero capaci i Cacciatori delle Alpi - caricando valorosamente gli Austriaci, e cacciandoli davanti a loro - Si distinsero in quella occasione il Capitano Decristoforis ed il sargento Guerzoni, poi sottotenente -
Lo stesso giorno di quell'attacco, e poco prima che succedesse - io ero stato chiamato dal re al suo quartier generale di S. Salvatore.
Egli mi ricevette benevolmente - mi diede delle istruzioni, e delle facolt larghissime - per recarmi a coprire la capitale, mentre vi potesse esser pericolo d'un assalto imprevisto del nemico - e portarmi una volta quel pericolo svanito - sulla destra dell'esercito Austriaco per incomodarlo -
Ritornai dunque verso Torino sino a Chivasso - L trovai l'ordine, di mettermi a disposizione del generale Sonnaz, colla brigata - Ebbi occasione in quella circostanza di ammirare il valore, e sangue freddo, di quel bravo vecchio generale - in una riconoscenza, spinta sino nelle vicinanze di Vercelli - Il nemico in forte numero, usciva da cotesta citt, faceva delle scorrerie, toglieva, e depredava, quanto si trovava davanti - gettando lo spavento e la desolazione, tra le popolazioni circonvicine.
Negli ordini; in scritto, avuti dal re - v'era quello di chiamare a me, tutti i volontari rimasti nei vari depositi - ed il reggimento dei Cacciatori degli Apennini, composto dei giovani, venuti dalle differenti provincie Italiane, per servire ai miei ordini -
Per l'invio dei Cacciatori degli Apennini - ne scrissi a Cavour - e sotto un pretesto od altro - mai volle mandarmeli, ad onta del ordine suddetto - dimodocch, mi persuasi: che non si voleva crescere il numero de' miei militi - Vecchia rogna, cominciato a Milano in 1848 da Sobrero, seguita a Roma da Campello - quando decretava: che il corpo da me comandato, non potrebbe oltrepassare il numero di cinquecento uomini - e continuato da Cavour nel limitarmi ai tre milla -
La composizione dei tre reggimenti, era di sei battaglioni, ciascuno di 600, formante un totale di 3600 - ma i depositi, e la poca assuefazione alle marcie dei miei giovani militi, li aveva ridotti, prima di passare il Ticino a tre milla -
Il Re, che se non avesse il difetto d'esserlo - ciocch lo spinge e lo tuffa in molte pi colpe - ma che, di coloro che lo attorniavano nel 59 - non era certo il peggiore - il re dico: invi un second'ordine di marcia verso il lago Maggiore per operare sulla destra dell'esercito Austriaco - Ci non piacque forse alla camarilla - ma a me moltissimo - e mi trovavo quindi libero nelle mie manovre - posizione che mi valeva un tesoro -
Mi congedai dunque, dal prode mio vecchio generale - a cui gi mi legava un vero affetto - e marciai a Chivasso e di l a Biella -
L'accoglienza brillante e simpatica, fatta dai Biellesi alla mia gente, fu di buon augurio - Soggiornammo un giorno o due in quella cara citt - e seguimmo poscia per Gattinara -
I nemici da Novarra - avendo sentito che mi dirigevo a quella volta - mandarono una ventina di soldati per tagliar la corda del Porto della Sesia - ma una guardia nostra, situata in quel porto ne impedito l'atto a fucilate -
Qui non  fuori di proposito, accennare ad un fatto ben vergognoso per noi Italiani - e che le popolazioni non devono permettere - perch disonorevolissimo - nei paesi ove ci succede -
 vero che il sistema di terrore adottatto dagli Austriaci in Italia - aveva intimorito le popolazioni sommamente - e quello di Cavour: d'ordinare il disarmo delle guardie nazionali ai confini era inqualificabile. Non era quindi straordinario di veder commettere: atti di debolezza dai nostri paesani - e di prepotenza da cotesti signori ultramontani - che per tanto tempo si son creduti padroni delle case nostre, nostre sostanze, e di noi stessi.
Preceduti dalla paura che avevano saputo incutere i dominatori dell'Italia, estorcevano dagli abitanti quanto volevano - ed il fatto seguente per noi, ben umiliante lo prova abbastanza - e fa tanto pi stupire: che ci succedeva fra le forti popolazioni subalpine - di tradizioni militari,  ricche, e che da molto tempo possedevano un brillante esercito.
La stessa ventina d'Austriaci mandati a tagliar la corda del Porto, cio quel punto di un fiume ove si trova una barca grande che passa uomini, animali, ed arnesi, non potendovi riuscire, se ne tornarono a Novara da dove erano partiti - e per non perder intieramente il frutto delle loro fatiche - requisirono, non so quanti viveri - carri per trasportarli; e s'incamminarono quindi sui carri, ubbriacchi, verso il loro quartiere - percorrendo uno spazio di quindici miglia almeno, in un paese nemico, ove le abitazioni sono agglomerate e numerose - e la gente forte e ben disposta quanto ne' pi favoriti paesi del mondo - senza che venisse l'estro ad un solo Italiano - di tirare una pietrata a quell'ebbra masnada.
Ma questo non dovrebbe pi succedere nel nostro paese perch troppo degradante!
Eppure succede: perch il prete ha insegnato ai contadini - che non son gli Austriaci i nemici d'Italia - ma noi liberali scomunicati! Ed il governo per la grazia di Dio protegge i preti!
Dieci giovani di quei dintorni, che avessero deciso: di assalire quei trionfatori a bastonate - gli disarmavano, o gli uccidevano -
Tanto per, pu lo sconforto e l'inganno, seminati tra le popolazioni - che ne rimangono snervate, per forti e bellicose che sieno - E quelle stesse poi - all'uopo - vi danno dei militi - che ben guidati - valgono i primi del mondo -
Passammo la Sesia, e marciammo su Borgomanero -
Giunto in cotesto ultimo paese - io presi le mie disposizioni per passare il Ticino. A Biella gi avevo conferito col prode Capitano Francesco Simonetta - sul modo di passare quel fiume - e lo aveva mandato avanti con alcuni de' suoi cavalieri - per prendervi le disposizioni necessarie a tale operazione.
Il Capitano Francesco Simonetta, comandava le poche guide a cavallo, che s'eran potute riunire e come ogni cosa nostra, erano ancora vestite in borghese e mancavano di tutto. Simonetta non mor generale per trascuranza mia.
Cotesto prode ed intelligente ufficiale, aveva uno stabilimento a Varallo Pombia - era quindi praticissimo dei luoghi che avvicinavano le sponde del Ticino - ed amato dalle popolazioni - dimodocch egli prepar qualunque cosa per il passaggio, con una sagacia veramente ammirabile -
Io confer con pochi de' miei pi distinti ufficiali sulla mia determinazione, ed in termini da far capire ch'ero risoluto a tentare senza esitazione -
La mia paura - francamente - era: d'esser richiamato indietro - o d'aver qualche contr'ordine -
Da Borgomanero io ordinai i viveri ad Arona - e gli alogi - persuaso, che in quel paese, non mancherebbero spie Austriache da informarne il nemico -
Giunsi ad Arona colla brigata al principio della notte - entrai nel paese con alcuni cavalieri - fingendo di volervi prendere stanza - ciocch facevano pure gli Ufficiali d'allogio, comissari e forieri -
Ordinai segretamente che si prendessero tutte le precauzioni, nelle differenti avvenute del paese, acciocch la truppa non entrasse - e la feci incamminare verso Castelletto -
Giunti a Castelletto vi trovai le barche pronte al dissotto del paese - feci passare il secondo reggimento col Collonnello Medici - Tutto il resto, rimase sulla sponda destra - Il passaggio si effettu in buon ordine - solamente siccome le barche erano un po pesanti, e molto cariche - non potendosi maneggiare facilmente, non approdavano allo stesso luogo - alcune era trasportate alquanto abbasso dalla corrente - e ci cagion alcun ritardo per la riunione del reggimento sulla sponda Lombarda -
Finalmente, si marci su Sesto Calende - si fecero prigionieri alcuni preposti e gendarmi - e si stabil subito il porto, su cui continu a passare il resto della brigata - Credo il 17 Maggio 1859 -
Erimo sulla terra Lombarda! Al cospetto della potente dominatrice che da dieci anni preparava il suo esercito vittorioso - ch'essa ora credeva invincibile - a compiere ciocch le avea mancato Novara - Forse sognando piacevolmente - di metter le ugne dell'aquila sua su l'intiera penisola -
Erimo tre milla - il bagaglio era poco, giacch avevimo lasciato il sacco della gente a Biella - I carri avevano avuto ordine di fermarsi in Piemonte - meno pochi destinati alle munizioni - Alcuni muli per le stesse, e per l'ambulanza - s'erano provveduti - dall'egregio ed instancabile Bertani, capo-chirurgo -
Da Sesto Calende marciai colla brigata a Varese nella notte - Bixio col suo battaglione prese per la sponda del  lago Maggiore verso Laveno - con ordine di fermarsi sullo stradale, che da quel punto mette a Varese -
Decristoforis rimase a Sesto colla sua compagnia, per tenerci le comunicazioni aperte col Piemonte - questo valoroso ufficiale, fu il primo, come lo era stato a Casale, ad impegnarsi col nemico -
Gli Austriaci sapendoci a Sesto Calende - mandarono una forte ricognizione - e vi trovarono Decristoforis colla sola sua compagnia - Quel prode non cont il nemico, si batt risolutamente, e dopo una onorevole pugna, ripieg sul distaccamento di Bixio - Tale era stato il concerto - perch, io era ben persuaso, di non poter con s poca forza - tenere l'importantissimo punto di Sesto Calende -
Gli Austriaci per - con quella loro caratteristica prudenza, non lo tennero nemmeno - e si ritirarono su Milano -
Fratanto le popolazioni Lombarde si animavano - non v'era da sperare da questo buon popolo una di quelle insurrezioni decisive - terminanti - I disinganni erano stati molti, e molti i patimenti -
La giovent pi animosa trovavasi la maggior parte nell'esercito Austriaco, nel nostro, in esiglio - o con noi - Ciononostante io ero ben contento della loro cara accoglienza - della premura usata per provederci i bisogni e quella di darci notizie delle mosse dei nemici, e servirci di guide, ove abbisognava -
Sopratutto poi, per le cure ai nostri feriti, prodigate da quelle care donne Lombarde -
L'accoglienza ricevuta a Varese, nella notte che segu quella del nostro passaggio -  qualche cosa di ben difficile a descriversi - Pioveva dirottamente - ciononostante, io sono sicuro - che non mancava uno solo della popolazione - uomo, donna, o ragazzo - che non fosse fuori a riceverci - Era spettacolo commovente! il veder popolo e militi confusi in abbracciamenti di delirio!
Le donne, le vergini, lasciando da parte, la naturale pudicizia si lanciavano al collo de' rozzi militi con effervescenza febbrile! Non eran per tutti rozzi i miei compagni - poich molti appartenevano a distinte famiglie della Lombardia, e di altre provincie Italiane - Ma Italiani tutti - legati al patto santo dell'emancipazione patria, come a Pontida -
La manifestazione d'affetto del caro popolo di Varese per  il primo in quel periodo - era tanto pi soddisfacente: che si era certi, non vi si trovavano persone compre - vociferazioni ufficiali, o birresche!
E cosa sono i disagi, le privazioni, i pericoli - quando sono compensati cos - dall'affetuosa gratitudine d'un popolo che si redime! Contemplino, per un momento, questo spettacolo, i freddi, egoisti, insaziabili mercanti di popoli - e se non si commovono - rinunzino essi a far parte dell'umana famiglia a cui non son degni di appartenere!
Varese avea rovesciato lo stemma imperiale - sostituendovi il vessillo nazionale, pria del nostro arrivo - avea disarmato alcuni gendarmi, e preposti imperiali - Noi erimo in una citt amica, piena d'entusiasmo - e che compromessa, com'era, ci trovavamo nell'obligo di difendere - E con tre milla uomini al cospetto dell'immenso esercito Austriaco - si pu difender poco - Di pi dovendo stare alla difesa d'una citt - si perdeva quella mobilit indeterminata, occulta - che costituiva la parte pi preziosa della nostra esistenza su d'un fianco del nemico -
Varese ha delle posizioni forti, come Bium, per esempio e potrebbe esser difesa da forze superiori - mediante alcune fortificazioni che non v'erano - S'innalzarono delle barricate, nelle principali entrate della citt - e si cominci ad armare alcuni cittadini, colle armi da loro stessi prese ai nemici -
Urban, generale Austriaco, era il destinato all'esterminio nostro - Le prime notizie ch'io ebbi di quel feroce nemico, venendo dalle parti di Brescia - erano nientemeno ch'egli comandava a quaranta milla uomini - V'erano nemici a Laveno - e s'avanzava un corpo dalla parte di Milano - V'era proprio da aver i brividi -
L'obligo di difendere la citt di Varese, per non esporla al castigo di Urban - che si diceva inesorabile - mi poneva in qualche aprensione - Libero di movermi in qualunque senso, fuori della citt - io, poco avrei temuto i numerosi nemici - ma nell'obligo di aspettarli a punto fisso, in una citt non fortificata e senza un cannone - quindi poco o niente preparati a seria difesa, era cosa poco tranquillante -
Per non v'era rimedio - per tanti motivi, non si poteva abbandonare Varese - e conveniva decidersi ad aspettarvi il nemico a qualunque costo - Una volta decisi, poi, ogni timore era scomparso -
Il collonnello Medici col secondo reggimento, occupava lo sbocco della strada di Como, cio la nostra Sinistra - Il collonnello Arduino, il centro, col terzo - Ed il collonnello Cosenz col primo la destra - cio: lo stradale che viene da Milano - Io era sulle alture di Bium superiore colle riserve -
Si conosceva l'arrivo d'Urban a Como - ed altri movimenti di truppe dalla parte di Milano - che senza dubbio, dovevano esser combinati con quelli del primo -
Medici che ad un valore a tutta pruova - riunisce molta sagacia militare, aveva coperto l'ala sua, con quante opere, si poterono effetuare in quei pochi giorni - e ben valsero - giacch quel punto, fu veramente l'obbiettivo su cui Urban venne a cozzare, con tutta la sua potenza -
Nella mattina del 25 Maggio, apena giorno - si scopr la collonna nemica, che si avanzava su Varese dallo stradale di Como -
Il Capitano Nicol Suzini, che colla sua compagnia era stato mandato in imboscata, alla distanza di circa un miglio dalla citt - in un caseggiato di campagna dominante lo stradale - ricevette per il primo il nemico, e con molta bravura - Dopo d'averlo fucilato per un pezzo, a poca distanza, si ritir sulla nostra destra -
Dopo quel primo ostacolo - Urban form la sua collonna d'attacco per lo stradale - e preceduta d'alcune linee di tiratori - la lanci contro la nostra sinistra, che la riceveva dalle posizioni antecedentemente preparate - col sangue freddo da veterani - Io feci sostenere quell'ala da due compagnie del primo reggimento, battaglione Marrocchetti -
Il conflitto dur poco - dopo d'averli ricevuti a brucia pelo - i prodi cacciatori del secondo reggimento animati dai valorosi Medici e Sacchi - saltaron fuori dei ripari - e caricarono i soldati dell'Austria alla bajonetta - facendo loro rifare la strada da dove eran venuti - assai pi celeremente -
Io mi ero figurato: che l'attacco non si sarebbe limitato al fronte solo della nostra sinistra - e che secondo tutte le regole per assaltare una posizione come quella di Varese - si avrebbe dovuto: simulare se si voleva sulla strada principale della sinistra - ma portare le massime forze a rovescio - ossia al nord di Bium - ove il terreno  dominante -
Urban invece attacc il toro per le corna - e tanto meglio per noi - che pochi come eravamo - avevam bisogno di non esser distratti con combinazioni d'assalti su vari punti - e dalla parte di Milano ove esistevano delle forze nemiche considerevoli -
Dall'alto di Bium - ove avevo posto il mio quartier generale - posizione dominante - e preziosa per padroneggiare un campo di battaglia - io scoprivo perfettamente ogni mossa del nemico, e nostra - e la parte posteriore - cio la settentrionale che non potevo scoprire - la feci esplorare dal capitano Simonetta colle sue guide - servizio di cui ero perfettamente sicuro -
Assicuratomi, che di nient'altro si trattava, che dell'attacco di fronte sulla nostra sinistra - io scesi da Bium, e feci seguire le persecuzioni del nemico - dando ordine al resto della brigata di continuare in buon'ordine il movimento -
I nemici co' due pezzi d'artiglieria di cui s'eran serviti all'attacco di Varese - ed un plottone di cavalleria di scorta agli stessi - si fermavano ad ogni conveniente posizione - ma continuavano a ritirarsi al primo aparire dei nostri - quantunque male si perseguita un nemico che possiede le tre armi - senza cannoni e cavaleria -
Solo nella posizione di S. Salvatore, passato Malnate, gli Austriaci fecero testa - In quel punto, successe un combattimento accanito a fucilate - ove si distinsero i prodi carabinieri Genovesi - I nemici da una parte d'un burrone perpendicolare alla strada, ed i nostri dall'altra.
Noi ebbimo pi feriti in quest'ultimo, che nel primo combattimento - essendo la posizione del nemico dominante, e coperta da folto bosco -
Il nemico, borioso di quel vantaggio - procurato dai cannoni, e da moschetti superiori ai nostri - fece avanzare, sulla nostra sinistra, un corpo di fanti - che ci caric energicamente - e la fece ripiegare alquanto - Ma essendo stata occupata dai nostri una cascina - che dominava quella parte del campo di battaglia - e codesti vedendosi sostenuti da riserve che marciavano in soccorso - caricarono con tanto vigore il nemico, che lo precipitarono nel burrone, da dove non si vide pi comparire -
La posizione occupata dagli Austriaci, dall'altra parte del burrone suddetto, era formidabile, e dominava la strada - Di fronte, era temerario attaccarla - ed io meditavo il modo di poterla girare - ciocch non era impossibile - essendo rimasti tranquillamente padroni della cascina descritta, dominante la nostra sinistra - e da cui quasi coperti, potevimo varcare la parte superiore del burrone, e fiancheggiare il nemico per la sua destra, senza che ce lo potesse impedire -
Ero deciso a quest'ultimo espediente - quando mi giunse come un fulmine, la notizia, che una forte collonna nemica, sulla sinistra nostra, marciava su Varese -
Io rimasi veramente mortificato - e dicevo tra me stesso: possibile che la fuga di Urban, altro non sia stato che uno stratagemma! N'ero indispettito oltremodo - ed immediatamente, mandai ordine al collonnello Cosenz, che formava la riserva, di marciare su Varese - occuparlo militarmente e difenderlo a tutt'oltranza -
Io feci colla brigata, una marcia di fianco sulle alture di sinistra per ingannare il nemico - che non poteva conoscere: se tale marcia era eseguita per girarlo - e quando giunto al coperto della montagna, si obliqu a sinistra per un sentiero che conduceva a Malnate - ove si riun la gente per marciare su Varese, senza perdita di tempo -
La notizia della collonna nemica, marciando su Varese esistendo sempre - io n'ero un po sorpreso - tale collonna, non solamente era stata veduta dai contadini, e da militi - ma da ufficiali superiori - Finalmente si giunse a Varese - e non se ne parl pi - quell'idea svan tra le acclamazioni del buon popolo - e fu come una nube nera cacciata dall'entusiasmo cittadino -
Io mi figuro: che veramente aveva esistito tale collonna, e credo in questo modo:
Attaccando Urban, col grosso delle sue forze, la nostra sinistra a Varese - doveva aver mandato, per girarci - come attacco combinato, la forza che s'era veduta, e di cui avevo avuto notizie da S. Salvatore - Tale combinazione riusc, come molte combinazioni di notte - o come certe di giorno - in luoghi ove non si conosce bene il terreno - cio: di molto difficile riuscita -
Una combinazione d'attacchi di notte - con varie collonne - per riuscire, abbisogna di molte circostanze favorevoli - e gran pratica del terreno con buone guide - una perizia a tutta prova, per chi conduce le collonne - una milizia che non sia molto novizia - e finalmente un terreno con meno ostacoli di quello che da Varese conduce a Como - o alle Alpi - Poich, allontanandosi destra o sinistra dalle strade, si cade in sentieri difficilissimi - Tale, credo, fu il motivo dell'apparizione della strana collonna - altro che una forza traviata - forza ch'era stata destinata a girarci per la nostra sinistra - e che vedendosi ingolfata in burroni sconosciuti - avea procurato di uscirne - movendosi in varie direzioni - e finalmente spossata - s'era gettatta in alcuna valle recondita per riposarsi -
Questa fu la conclusione da me dedotta - dai vari rapporti avuti su questa forza nemica - e se la gente nostra non fosse stata stanca - io avrei inseguito certamente quei traviati - con molta probabilit di catturarli -
Codesti fatti succedono nel nostro paese - ove i preti insegnano ai contadini: esser la loro patria il cielo - non l'Italia - che insegnano ad odiare! e gli eretici liberali che insegnano a maledire - ed a benedire i liberatori Chauvins od Austriaci!
E lo dico con anima amareggiata: "anche oggi - sventuratamente, succeder lo stesso - perch il prete non si mette al suo posto - ed oggi, come sempre - egli insegna ad amar lo straniero ed odiar l'Italia!
Se quella masnada Austriaca - si fosse trovata invece, in un paese - ove s'insegna al contadino d'amare una patria che lo fa prospero - essa sarebbe stata certamente distrutta, od obligata di posar le armi -
Si raccolsero tutti i feriti nostri ed Austriaci - e s'inviarono a Varese - I prigionieri - che giustamente potevano pagare col loro sangue - quello dei nostri preziosi - assassinati dall'Austria - Ciceroacchio - Ugo Bassi - e tanti - furono invece trattatti con cure - forse pi gentili ancora - dei nostri stessi.
Ci non monta! Italia ben fa d'esser umana co' suoi carnefici! Il perdono  l'apannagio dei grandi - e la nostra bella patria - lo sar grande - quando sanata dalla nera, scrofolosa genia - dei gesuiti e gesuitanti -
Marciammo quindi su Varese, con tutta la brigata, per lasciar riposare la gente - che molto abbisognavano di riposo -
Era questo, il primo combattimento per i nostri cacciatori delle Alpi - ed essi vi avevano spiegato un valore al dissopra d'ogni aspettazione - Militi giovani e nuovi alla pugna per la maggior parte - avevano combattutto con truppe regolari - ed educate a disprezzar gl'italiani - e le avevan fugate in ogni incontro - Io augurai bene da questa prima vittoria -
Le nostre perdite erano state comparativamente insignificanti, - per ci che riguarda il numero - ma importanti, sensibili...! considerando la classe d'individui, che si perdevano - poich la maggior parte degli uomini che mi ubbidivano - erano - non solo giovani di famiglie distinte ed educati - ci era il meno - poich gli educati ed i distinti - come i proletari - devono pagare il loro tributo alla patria - ma vi si trovavano nelle fila - come semplici militi, delle celebrit artistiche distintissime -
Bella e cara giovent speranza dell'Italia - e che dovea nella ventura epopea del suo risorgimento - dar gli uomini che compirono Calatafimi - Monterotondo, e Dijon -
Tra i feriti non s'udiva un lamento - e se qualche grida si udivano - tra gli operati dal ferro chirurgico - quello era il grido di: "Viva l'Italia!" E quando un popolo giunge a questo punto: le tiare - le prepotenze dello straniero - e la tirannide domestica ponno far fagotto -
Tra i morti v'era pure un figlio - il suo primo perduto - di quella donna - per cui la posterit, confonder questo periodo di miserie - coi giorni pi gloriosi di Sparta e di Roma! - Un figlio dell'incomparabile madre dei Cairoli - la matrona Pavese -
Il pi giovane dei tre ch'essa aveva mandato - Ernesto - cadeva - combattendo, rotto il petto da piombo Austriaco - sul cadavere d'un tamburino nemico ch'egli aveva ucciso di bajonetta!
Mi pass per la mente tutta l'afflizione di quella madre, s buona! si affetuosa per i suoi figli - e per chi aveva la fortuna di avvicinarla! Io m'incontrai lo stesso giorno, collo sguardo del maggior fratello... Benedetto - valoroso e modesto ufficiale!... caro, come tutta quella cara famiglia - I suoi occhi si fissaron nei miei - ma... una sola parola non usci da ambedue - solo io lessi in quel malinconico sguardo - "mia madre!...." e pensai io pure a tutta la somma di dolori che si preparavano a quella generosa!
E quanti altri di cui non conoscevo le madri - giacevano su quel campo di strage - o mutilati e morenti, col desiderio di veder ancor una volta la desolata genitrice!
Poveri giovani! O piutosto felici giovani! il di cui sangue riscattava l'Italia da lungo servaggio - e per sempre!
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Le generose donne di Varese - supplivano all'assenza dei parenti! Donne Italiane!... io scrivo commosso vedete: e lo credereste: ho pianto nel narrarvi della Cairoli - sar debolezza - prendetela come volete - eppure ne ho gi veduto dei campi di battaglia e feriti, e morenti, e cadaveri - e mi sento ancora, permettetene la presunzione, non pi forte come lo ero a vent'anni - ma fervido d'anima, come lo ero allora - ove si tratti di tempestare per questa sacra terra! Dio mi conceda di chiuder gli occhi pronunciando l'ultimo accento: "Essa  libera tutta!"
S! le donne di Varese, supplivano alle madri dei nostri feriti - e bisogna confessarlo - anche i feriti nemici, dividevano le cure di quelle sante donne -
Io sono in dubbio: se fu il 25, o il 26 Maggio - il giorno del combattimento di Varese - pare certo per: che il 27 si marci su Como -
Io sapevo quanto vale: attaccare un nemico sconquassato da una prima batosta - per forte ch'egli sia - e non ne volevo perder l'occasione -
Marciammo dunque per Como da Varese, nella mattina del 27 Maggio, per la strada di Cavallasca - e giunsimo in cotesto paese dopo mezzogiorno - La gente avea marciato molto ed era stanca - Ma l'ora era propizia: all'avvicinar della notte si pu attacare anche una forza superiore, con meno pericolo - massime in posizioni montane, come quelle che dovevan servir di teatro alle nostre imprese - ed ove la cavalleria, ed artiglieria, possedute dal nemico avevan poca eficacia.
Lasciai dunque riposare la gente - e cominciai a prendere tutte le informazioni possibili, sulle posizioni occupate dal nemico, la sua forza, ecc. - ed avendo notizie ch'egli occupava in numero, la forte posizione di S. Fermo, ch'io stimai subito esser la chiave di tutte le altre - destinai alcune compagnie agli ordini del bravo capitano Cenni - per girare tale posizione sulla sua destra - Il secondo reggimento attaccherebbe di fronte - subito che le compagnie fiancheggiatrici, avessero avuto tempo di portarsi sul fianco nemico -
Passato il tempo determinato - il collonnello Medici fece attaccare colla solita bravura la fronte della posizione - mentre Cenni colle compagnie suddette l'attaccava di fianco -
Il nemico sostenne intrepidamente il nostro attacco - e  si batt con ostinatezza e valore - La posizione era forte - dominante, e con fortissimo recinto - ed il combattimento dur accanito per circa un'ora - Finalmente, avvolti da tutte le parti, gli Austriaci cominciarono a cedere, fuggire ed una parte arrendersi -
Questo primo sollecito successo - ci rese padroni di tutte le posizioni dominanti - e ben valse - perch gli Austriaci si avanzavano grossi dalla Camerlatta e da Como - in soccorso dei loro distaccamenti nelle alte posizioni -
Medici alla destra, Cosenz alla sinistra - apogiati da alcune compagnie del terzo reggimento guidate dai prodi maggiori Bixio e Quintini - respinsero il nemico su tutti i punti -
Il fuoco dei bravi carabinieri Genovesi - colle loro armi di precisione - contribuirono molto al successo della giornata -
I nemici eran molti - ed i nostri valorosi cacciatori, non ebbero che la superiorit del terreno, guadagnato col loro primitivo slancio - Eran respinti gli Austriaci - per con un terreno montano come quello su cui si combatteva - essi trovavan sempre una posizione da tenersi fermi - e qualche volta da respingere i nostri militi, che da troppo vicino li incalzavano.
La stessa configurazione del terreno, impediva di poter scorgere uno spazio grande del teatro della pugna - e spesso si aveva notizia d'un impegno parziale dalle fucilate che si udivano -
Dall'alto si vedevan le forti riserve del nemico, schierate in buon ordine, nel piano sottostante - e le sue artiglierie - 12 pezzi - che a nulla li servirono -
Dopo i combattimenti narrati, e venendo la notte, io procurai di riunire le nostre forze, molto sparse e divise dalle ineguaglianze del terreno - e dalla moltiplicit delle pugne -
Riunita la brigata, si marci immediatamente per lo stradale che scende a Como in zig-zag - ed nemico retrocedeva - mentre noi avanzavamo - Nel borgo S. Vito si fece alto per prendervi notizie - ma era difficile trovare abitanti - scomparsi dal timore d'esser maltratatti - E finalmente fu deciso l'ingresso nella citt -
La popolazione impaurita - da principio - e non sapendo che truppa fosse l'invadente - giacch oscura era la notte - si manteneva, porte e finestre chiuse - e non si vedeva una sola persona - Ma quando conobbero - all'accento della favella: esser noi! Gl'Italiani! I fratelli! Allora successe una scena - impossibile a descriversi - e che meritava esser illuminata dal sole - Fu lo scopiare di una mina - In un lampo la citt fu illuminata - le finestre ghermite di popolo - e le strade ingombre - Le campane tutte tempestarono a stormo - e non contribuirono poco, io credo, a spaventare i fuggenti nemici -
Chi pu descrivere la scena commovente di Como in quella notte - e chi pu ricordarla senza esserne commosso?
La popolazione era frenetica! Uomini, donne, bambini, s'erano impadroniti dei miei militi - Abbracciamenti, pianti, grida, pazzie! erano all'ordine della notte! I pochi a cavallo che con me marciavano alla testa della collonna - duravan fatica, per non esser rovesciati - e tirati gi per le gambe - massime dalle ragazze la di cui bellezza, sembrava autorizzarle a padroneggiare i concittadini liberatori!
De' nemici, non si sapevan notizie certe - Chi diceva: ch'erano in tale, od in tal'altro quartiere - Chi diceva: fossero marciando verso la Camerlata - Il fatto che mentre noi entravamo da una parte - loro uscivano dall'altra - e che non trovandosi sicuri alla Camerlata, proseguirono in confusione verso Milano - lasciando dietro loro, nei depositi della Camerlatta molte vettovaglie ed armi -
I poveri, valorosi Cacciatori delle Alpi - bivacarono per le vie, e piazze della citt di Como - ed avevan ragione d'esser stanchi - Partiti la mattina da Varese - avevan marciato tutto il giorno - e poi combattutto, e marciato ancora la met della notte - Ed era un prodigio per giovani non fatti alla fatica delle marcie -
L'amor sacro di patria, poteva solo sostenere in piedi quella magnifica giovent Italiana -
Io la feci da veterano: dopo d'aver combinato la formazione d'alcune barricate - allo sbocco di strada verso la Camerlatta - e d'aver contemplato commosso d'affetto, i miei stanchi compagni - sdrajati nelle strade e sulle piazze, io accettai per un momento un'asilo offertomi, credo: in casa Rovelli -
Il nemico aveva ricevuto un forte colpo - Dalla natura del terreno, dai vari combattimenti, e dalla sovrastante notte - v'era da suporre ch'egli aveva molti dispersi - e quindi fosse demoralizzato - Cos succedette veramente -
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Per, persuaso ch'egli contava circa 9000 uomini - 12 pezzi d'Artiglieria, e un bel po di cavalleria - e noi meno di 3000, con poche guide a cavallo - senza un sol cannone - e pensando: che la posizione di Como, in un fosso dominato da tutte le parti da formidabili alture - tuttoci mi teneva all'erta su quanto poteva succedere il giorno seguente - se avessimo avuto da fare con un nemico intraprendente - Tutti codesti pensieri turbarono il brevissimo mio riposo - e l'alba mi trov a cavallo, marciando verso la Camerlata, per prender notizie del nemico - Egli aveva evacuato quel punto importante... fu il sommario delle notizie raccolte - e ne fui ben contento - I miei bravi militi erano spossati, al punto, da non augurar loro un combattimento per quella giornata - Si prese possesso della Camerlatta - e si occup militarmente - I cacciatori riposarono - tutto il giorno - a loro grandissima soddisfazione -
La vittoria era stata compra con alcune perdite ben sensibili! Non eran molti, i morti e feriti nostri ma di vaglia - Il prode Capitano Decristoforis, avea pagato colla vita, l'intrepidezza e lo slancio generoso - con cui avea portato la sua compagnia all'attacco di fronte della posizione di S. Fermo - ed era sensibilissima perdita questa -
Giovane, bello, modesto com'una fanciulla - egli aveva tutte le doti che fanno gli eroi - ed i gran Capitani - Decristoforis era della terra degli Anzani, dei Daverio, e dei Manara - era come loro nato in terra serva - ma avea provato come loro: che un popolo generatore d'uomini di quella tempra - deve servir a nessuno!
Come loro: eran poca cosa la bravura, il valor personale, accanto alle brillanti qualit dell'anima, che lo adornavano - e la patria dei Scipioni, e dei Gracchi - la nazione che conta i Vespri e Legnano - ponno esser deviate compresse per un momento - per un momento calpestate dalla prepotenza straniera - o prostratte dal contagio corrutore degli impostori - ma non esauste giammai, di figli tali, da far stupire il mondo -
Pedotti! non della statura di Decristoforis, ch'era piccolo - ma della stessa bravura - aveva pur pagato il suo tributo alla patria - giacendo cadavere tra i valorosi che avevano assalito di fronte -
Pedotti, apparteneva pure alla schiera eletta dei giovani Lombardi delle prime famiglie - che vennero al principio dell'armamento dei volontari - ad ingrossarne le fila - Egli avea largito il suo oro per la compra d'armi - e dava la vita al suo paese! Cartellieri prode come i primi della stessa schiera - s'era trovato anche lui dal 48 avanti - ovunque si pugnava per l'Italia.
Giovani coraggiosi! le vostre ossa serviranno di fondamento eterno all'edifizio di questa patria - che voi avete idolatrata - e le donne delle venture generazioni Italiane, insegneranno ai loro bimbi le vostre gesta gloriose - ed a benedire i santi vostri nomi! Io non ricordo i nomi dei tanti miei fratelli d'armi - in quella veramente grandiosa fazione - caduti - ove pochi ed inesperti giovani - sbaragliavano, collo slancio del patriotismo - le falangi pi numerose assai del feroce Urban - che sino a Monza fuggiva, senza girarsi indietro per vedere chi l'avea sconfitto -
Il possesso di Como, ingigantiva la situazione nostra di mezzi d'ogni specie, di credito, e di riforzi d'uomini e d'armi - I piroscafi, grazie alla buona volont dell'amministrazione - e de' loro comandanti, erano nostri - e quindi noi padroni del Verbano - Tutt'i paesi del lago - la Valtellina, Lecce, ecc. - s'eran pronunciati a favore nostro - Dovunque si chiedevano armi, per contribuire all'impresa patria - Si difettava d'armi per - e massime di munizioni - gi consumate nelle pugne antecedenti - E non solamente lontani dalla nostra base il Piemonte ma quasi intieramente interrote le comunicazioni - Il patriotismo d'alcuni individui - suppliva alcune volte alle comunicazioni - col Piemonte riguardo alle notizie - ma armi e munizioni era difficile od impossibile d'averne -
Ci mi fece nascere l'idea di riavicinarmi al lago Maggiore - e tentare nello stesso tempo un colpo di mano su Laveno - Ecco dunque nuovamente i cacciatori delle Alpi sulla strada da Como a Varese.
Il maggiore Bixio, distinto e risoluto ufficiale - uno di quelli come Cosenz e Medici - a cui si pu affidare la direzione di qualunque impresa - ove certamente faranno il loro dovere - Bixio, dunque lo destinai ad avanzarsi, per osservare Laveno - Ma a lui non tocc l'assalto meditato - perch nell'avvicinarmi a quel punto - mi venne suggerito: l'operazione potersi coadjuvare dal lago - e Bixio era il migliore che poteva incaricarsi d'un'impresa acquatica - perch alla dote d'esser un bravo militare riunisce quella d'esser un esperto Capitano di mare.
Si stette poco in Varese, e si marci a Gavirate - scaglionando poi la brigata da Gavirate a Laveno - Avrei potuto tentare un'assalto serio di notte su Laveno con tutta la brigata - per da notizie ricevute sapevo Urban in traccia nostra, molto ingrossato - e non mettevo dubbio quindi - a non impegnarmi con tutte le forze - avendo un formidabile nemico alle spalle - non lontano -
Mi limitai dunque ad un colpo di mano parziale - e ne incaricai due compagnie del primo reggimento - I capitani Bronzetti, e Landi - Il maggiore Marrocchetti doveva sostenerli col resto del battaglione - ed il collonnello Cosenz col resto del reggimento -
Fratanto mi erano arrivati due piccoli obici di montagna - e due cannoncini con alcune munizioni - condotti dal prode Capitano Griziotti -
L'operazione su Laveno non riusc: il capitano Landi che assalt per il primo - entr nel forte verso la una della mattina, con una ventina di uomini - e non seguito dal resto della compagnia fu obligato di evacuarlo, essendo lui stesso gravemente ferito -
Il Capitano Bronzetti fu traviato dalle guide, e non giunse a tempo per cooperare all'assalto - dimodocch, respinti, i nostri furono obligati di prender posizioni scoperte; ed ai nemici da dietro a' ripari dei parapeti riesc facile il ferirne alcuni -
Se col Capitano Landi, fosse entrato il resto della compagnia - e fosse stato seguito dall'altra compagnia di Bronzetti - il forte occupato da un'ottantina di nemici - sarebbe certamente rimasto in nostro potere - Preso quel forte, dominante tutte le altre posizioni, ed i vapori - io avrei potuto facilmente occupare Laveno - e tenermi cos - aperte le comunicazioni col Piemonte -
Manc l'assalto del forte, e manc quello del lago sui vapori - non avendo potuto il maggiore Bixio indurre le barche di finanza della riva Piemontese ad accompagnarlo - Bisogn quindi pensare alla ritirata - Quando il nemico s'accorse - all'alba - che il nostro assalto era stato mancato - cominci un fuoco tremendo, contro le compagnie che si ritiravano e le riserve - I forti ed i vapori canoneggiavano disperatamente, come s'avessero voluto vendicarsi della paura ricevuta nella notte - Essi tiravano dei razzi - trastullo favorito degli Austriaci - in quantit strabocchevole - Vero trastullo: giacch  mai ho veduto un'uomo od animale ferito da quella specie di spauracchi -
Volendo l'Austria - colla spavento massime - dominare in Italia - essa si  servita con molta compiacenza dei descritti razzi - che intimorivano senza ferire - e degli incendi che impaurivano e ferivano - Se ne ricordino bene i nostri concittadini! Io spero: le popolazioni che per loro sventura, l'hanno ancora sul collo, se ne sbarazzeranno presto - e pi non vedremo i suoi razzi ed i suoi incendi - Ma se a caso - andasse diversamente la cosa - ricordiamoci dei razzi, degli incendi, e degli assassin!
A mezzogiorno di Laveno, vi  un'altura coronata da boschi - dalla quale si domina perfettamente tutte le posizioni di Laveno ed il porto - Io avevo inviato la nostra piccola artiglieria su quella posizione - Essa serv ad allontanare alquanto i vapori - e la ritirata si fece in assai buon'ordine -
Il Capitano Landi si condusse da prode - avendo condotto sino dentro la fortezza la testa della sua compagnia - Forse l'oscurit della notte fu causa del traviamento del resto - Egli vi fu gravemente ferito - Se tanta fortuna avesse avuto il Bronzetti - anche valorosissimo - la riuscita dell'impresa era sicura - I tenenti Spegazzini, e Sparvieri, vi furono pure feriti combattendo egregiamente -
La sera dello stesso giorno, io ebbi avviso: che Urban era entrato in Varese - Ci mi contrariava alquanto - io ero tagliato da Como - e non c'era tempo da perdere -
Ci gettammo in Val Curia colla brigata - ed attraversammo Val Gana - per questa valle scesimo alla vista di Varese - e giunsi colla vanguardia sino sotto Bium superiore -
Cominciava la notte - si poteva attaccare il nemico con poco rischio - colla ritirata sicura in caso avverso, nelle forti posizioni di Val Gana -
Dalle alture che dominano Varese dal settentrione, io avevo perfettamente osservato tutte le posizioni occupate dal nemico - e dal numero che ne scorgevo mi sembrava numeroso - abbench non tanto quanto lo dicevano gli abitanti - Niente meno per di 12 a 15 milla - L'artiglieria la vidi - e vidi pure occupate le posizioni dominanti - com'era naturale -
Era grande la mia voglia di attaccare Urban e liberare Varese - Ma sapevo: il generale Austriaco: voler vendicare  sui poveri abitanti le sue sconfitte - e sapevo pure: quanto era capace di farlo -
Contuttoci io non attaccai - e mi decisi di ricondurre la brigata a Como -
A Malnate v'era pure un corpo Austriaco - e non si poteva per seguire lo stradale - che da Varese conduce a Como - Fui obligato quindi, di seguire pi alpestri vie - che grazie alle buone guide datemi dal podest di Arcisate - noi potemmo percorrere, ad onta d'un diluvio di pioggia - che continu senza interuzzione d'un solo minuto - per tutta la strada -
Fu questa una nuova prova di costanza, e di coraggio per i miei giovani compagni - Noi passammo a poca distanza da Malnate - ma era tanto il temporale - che non v'era pericolo di trovarvi esploratori Austriaci - La collonna s'era fatta lunghissima - ed una volta, io tentai di fermarne la testa, ma impossibile - solo marciando si poteva tener contro il temporale - ed il freddo - che colpiva i poveri militi - Fu quella, una marcia lunga e disagiata - Alcuni fiumicelli, e torrenti ingrossati ci diedero molta fatica a passarli - massime la coda della collonna ed i carri.
Giunsimo a Como, e quella buona popolazione, accolse i nostri cacciatori colla solita amorevolezza - presto, furono dimenticati i pericoli e le fatiche passate - Era ben tempo per, di giungere a Como - alquanto sconforto s'era manifestato nel paese - per la nostra lontananza - Gli Austriaci, ed i preti amici loro - maestri di menzogne - ne avevano inventato d'ogni genere - ed avevano massime: un talento singolare, per fare aparire masse, e corpi nemici in ogni punto e direzione -
Le autorit s'eran ritirate sul lago - ed alcune compagnie ch'io avevo lasciato pria di partire per Laveno - s'eran pure ritirate - I feriti - cosa inconveniente - furon pure trasportati a Menaggio.
Tutto ci aveva sgomentato la popolazione - e se qualunque forse nemica fosse comparsa su Como, in quel poco tempo della nostra assenza - tutto sarebbe ritornato agli Austriaci -
Chi mi aveva poi informato di tutto questo fu una coraggiosa ed avvenente fanciulla - che mi comparse - in un legno, sulla strada da Rubarolo a Varese - come una visione - mentre io marciavo colla brigata su quella citt per attaccarvi Urban - Quella bella fanciulla, si era partita da Como, per annunciarmi lo stato deplorabile in cui si trovava, e sollecitare il mio ritorno.
A Como si pens a qualche opera di difesa - su tutti i punti dominanti ed importanti dei dintorni - La popolazione si prest alacremente a tali opere - La battaglia di Magenta per succeduta in quei giorni cambi la faccia delle cose - Quella battaglia, com'era ben naturale, elettrizz lo spirito publico - e fece pi facile la condizione nostra - mentre quella del nostro avversario Urban a Varese - era divenuta ben critica - e non sarebbe stato difficile di farli metter gi le armi, se avessimo avuto alcune migliaja d'uomini di pi - Considerando per: esser la mia brigata in quei giorni di circa due milla uomini - capaci di combattere - io non potevo certamente rischiarmi ad esser schiacciato, gettandomi attraverso la strada che doveva seguire il nemico tanto superiore in numero -
Io cos stesso - avevo deciso una mattina di spingermi a cavaliere, sulle strade che Urban doveva percorrere per Monza - e ne fui distolto da varie ragioni - massime da quella che Urban sapendoci sulla strada di Monza - avrebbe preso quella di Como - per noi pi importante e pi sicura - sotto tutti gli aspetti -
Padroni del lago di Como coi vapori - non v'era pi un solo punto sul lago - che non avesse abbassato le abborrite insegne dell'Austria - ed innalzato il tricolore - La importante citt di Lecco - ci apriva pure la gran strada della Valtellina - e quella dell'Oriente, che va a Bergamo e Brescia - con cui era gi in relazioni strette il nostro prode Gabriele Camozzi -
Gabriele Camozzi -  uno di bei caratteri - di cui fu ricca l'Italia nell'epoca del suo risorgimento - caratteri ch' sempre una fortuna trovare, e che vi appariscono proprio nelle ore solenni d'un modo interessante - Io l'avevo veduto per la prima volta a Bergamo - ed avevo amato quella fisionomia simpatica - modesta e risoluta - La simpatia suscitatami era corrisposta - poich all'atto del bisogno - io trovai le dieci milla lire del Camozzi - pronti a migliorare la mia condizione -
Verso l'epoca della battaglia di Novara - noi troviamo Camozzi - riunendo verso Bergamo, tre o quattro cento compagni - tra loro molti de' propri contadini - e marciando al soccorso di Brescia - la citt eroca - i di cui cittadini pugnavan col coltello, contro i numerosi ed aguerriti soldati dell'Austria - e si sostenevano per vari giorni - esempio sublime! Che seguito da tutte le citt Italiane - insegnerebbe ai tracotanti vicini - che questa terra non  pi vileggiatura per loro - e che non v' potenza sulla terra che potrebbe dominare l'Italia con tali figli!
S! Il Camozzi marciava unico coi suoi compagni, in sostegno del valoroso popolo di Brescia - e fu bello quell'atto di coraggio e di slancio - per animare, per proteggere i combattenti, e pericolanti fratelli - o almeno per dividerne la sorte infelice!
Io ero lontano quando seppi tanto del Camozzi - e ne fui commosso d'ammirazione e di rispetto!
Oggi (1872) l'Italia non deve pi temere: invasioni straniere - Una nazione che pu armare pi di due millioni di cittadini - chi diavolo potr domarla! Ma perci si dovr seguire l'esempio de' prodi Bergamaschi - Gabriele Camozzi - come gi dissi: era in corrispondenza con Bergamo, e co' paesi circonvicini -  superfluo il dire, quanto valevole mi era la cooperazione di quell'egregio compagno -
Ho gi accennato, pi sopra, i motivi che m'impedivano di gettarmi sulla linea di ritirata di Urban - Non abbracciando tale determinazione - e non volendo rimanere ozioso - divisai di operare sulla linea di Lecco, Bergamo e Brescia - linea pi consentanea al genere nostro di operazioni - ed alle esigue forze a cui era ridotta la brigata -
Si continuava a suscitare l'insurrezione di coteste citt e paesi importanti - conservando sempre la nostra libert d'azione - Deciso dunque a quest'ultimo partito - cominciai ad imbarcare sui vapori parte della brigata per Lecco -
In quel tempo ricevetti una comunicazione del generale Fanti - ove mi diceva: se mi sembrava possibile, di operare in combinazione colle forze da lui comandate, contro Urban - Io non so da chi fu rimessa tale comunicazione - ma siccome non vidi il messo - ne fui richiesto da lui di risposta - io continuai la mia mossa verso Bergamo - lasciando agli alleati, la cura di perseguire Urban - allora in ritirata su Monza e l'Adda -
Da Lecco seguimmo la marcia su Bergamo - ove si trovavano gli Austriaci - si fece prigioniero un ufficiale  nemico - che girava nei dintorni - imponendo una contribuzione di dodici milla svanziche - sotto minaccia in caso di rifiuto - della distruzione del paese - soliti complimenti di quei gentili padroni - consueti a metter subito in opera le loro minaccie - Questa volta - essi furon pagati con moneta simile a quella con cui Camillo pag in Roma i Galli - cio: con ferro.
Nell'avvicinarsi a Bergamo di mattina a buon'ora - seppimo dagli abitanti - che i nemici evacuavano la citt - e per celere che fosse la nostra marcia, non fu possibile ragiungerli -
Noi occupammo Bergamo - ove trovammo cannoni e molte munizioni - ad onta d'aver il nemico procurato di distruggere ogni cosa -
Successe in Bergamo un fatto curioso - Al principio della nostra occupazione - dalla stazione della strada ferrata ci venne la notizia - che un corpo di mille uomini - partiva da Milano in soccorso del presidio di cotesta citt -
Io radunai la brigata in detta stazione - occultandola nei fossi e nei caseggiati - e nei punti dei dintorni vantaggiosi ad occuparsi - Veramente il treno colla truppa Austriaca avvicinava; ma un cantoniere di codesta nazione che si trovava a Seriate - alla distanza di due miglia circa - avvert il nemico della nostra presenza in Bergamo - Il nemico avvertito non prosegu il suo cammino, e si ferm a Seriate - indeciso probabilmente sul da farsi -
Il capitano Bronzetti, colla sua compagnia - inviato a quella direzione, in riconoscenza, caric risolutamente il nemico, dieci volte pi numeroso, e lo pose in fuga.
Quando io giunsi con alcuna forza per sostener Bronzetti il nemico era gi scomparso - Ci serva d'esempio ai nostri concittadini: Che tali padroni non meritavano, certo, d'averci per servi - e ci prova a qual punto di demoralizzazione eran giunti i fucilatori di Ugo Bassi e Ciceroacchio -
Ebbimo alcuni feriti in quell'incontro veramente straordinario - ed il valoroso tenente Gualdo - fu malamente ferito in una gamba - che le venne amputata - Poco stettimo in Bergamo, sapendo: che il nemico metteva a contribuzione i paesi della Bassa - Marciammo in gi colla brigata - e si riparmiarono molte depredazioni ai poveri abitatori delle campagne -
Ci avviamo dopo verso Palazzolo - ove avevo fatto precedere il Cosenz col suo reggimento - Giunti a Palazzolo e sapendo il nemico sulla strada di Brescia - divisai di accelerare la marcia verso l'egregia citt - che gi era stata evacuata - ma che temeva una ricomparsa de' vicini nemici - alcuni messi della stessa eran venuti a raguagliarmi d'ogni cosa - e sollecitarmi a nome dei Bresciani.
I miei poveri cacciatori eran giunti a Palazzolo spossati da forzate marcie - ma contavo sullo slancio della prode giovent che mi accompagnava - e non m'ingannai! Feci sondare dai comandanti di corpi: se non si sentirebbero capaci di proseguire nella stessa notte sino a Brescia: ed una sola voce si alz tra quei valorosi campioni dell'Italia! A Brescia! A Brescia! e verso le 11 della sera, eccoli ancora avviati per quella citt - colla stessa alegria e disinvoltura - dimentichi come sempre - di disagi e stanchezza.
Cacciatori delle Alpi! Miei giovani e coraggiosi compagni! Nel momento in cui scrivo di voi - unico pegno ch'io possa consacrarvi dell'affetto mio - in questo momento voi siete perseguiti, dalla pedanteria e dall'invidia - di chi fece nulla, o poco per l'Italia - mentre voi opraste quanto un patriota pu per il suo paese!
In questo momento, i vostri prodi ufficiali, sono supplantati dai Tersiti dell'Illiade Italiana - che gozzovigliano lautamente - e la maggior parte dei nostri - i migliori - respinti, come se fossero nemici - vagando, elemosinando, per le stesse contrade - ove con voi debellarono i depredatori delle nostre terre - Ebbene, Cacciatori delle Alpi - poveri e generosi miei fratelli d'armi! il nostro paese non potr rifiutarvi un plauso - per le tante gloriose fatiche sopportate - ed egli spera, che nell'ora del pericolo, bench repulsi - maltrati dai malvagi - voi, tornerete ancora, collo stesso slancio, e la stessa ilarit - a combattere i suoi nemici -
Coloro, che tanto si mostrano interessati ad abbassarvi - e far sparire l'assisa gloriosa - che li abbarbaglia - e che poveramente vi adornava a Varese, a Como, a Seriate, non potranno negarvi un senso d'ammirazione per le vostre gesta - e sopratutto per la vostra costanza a supportare i disagi, e le fatiche delle marcie straordinarie da Varese a Como - da Palazzuolo a Brescia!
A mezza strada da Palazzuolo a Brescia - in un punto che non ricordo - si trovava il nemico - non si doveva attaccare, ma evitarlo - giacch l'impresa ne sarebbe stata ritardata - e poca v'era - probabilit di successo nell'attacare un nemico superiore - Si prese quindi una strada a sinistra - assai buona e non molto pi lunga -
I Bresciani avvisati mandarono ad incontrarci una quantit di vetture, per gli stanchi - e nella mattina seguente, si giunse a Brescia, ove si trov quella popolazione, riunita tutta ad accoglierci - come avevan fatto a Bergamo - ma qualche cosa pi d'entusiasmo - che si potrebbe chiamare Bresciano - cio unico!
Palermo - Genova - Milano - Brescia - Messina - Bologna - Casale! Quando le citt Italiane, saran tutte decise, di trattare i nemici del nostro paese - come voi avete fatto - Oh! Non pi terra di padroni e di servi - sar questa nostra - ma di libera gente e da tutti rispettatta -
Nella rocca di Brescia, come in quella di Bergamo si trovarono molti cannoni, e munizioni - Si pass in quella citt alcuni giorni, per lasciar riposare la gente - quindi si marci verso Rezzate ed il Chiese - ove si credeva: il nemico passasse in ritirata -
Egli, per, trovavasi ancora in forze a Castenedolo - e ci indicavano le pattuglie, che numerose, si avvicinavano alla strada principale - che da Brescia mette a ponte S. Marco - da noi percorsa.
Essendo a Rezzate, io ricevetti - dal quartiere generale del re - l'ordine di occupare Lonato - e che mi si manderebbe, per cooperare a tale operazione, due reggimenti di cavalleria, ed una batteria d'artiglieria - agli ordini del generale Sambuy -
Coi nemici in forza a Castenedolo - io non potevo certamente passare il Chiese a ponte S. Marco - e cercai informazioni per poter passare pi sopra - dalle notizie raccolte, mi decisi: di rifare il ponte del Bettolletto, distruto dagli Austriaci alcuni giorni prima -
L'ordine del re, quantunque accolto con gioja, da principio - mi poneva in imbarazzo - per i reggimenti di cavalleria, e l'artiglieria che doveva ragiungerci e cooperare -
Marciare con tutta la brigata - al Chiese - io lasciavo lo stradale scoperto - ove artiglieria e cavalleria - senza il nostro sostegno avrebbero corso un rischio sicuro -
Mi decisi dunque di lasciare il primo, e secondo reggimento, scaglionati sullo stradale - facendo fronte al nemico di Castenedolo, ed osservandolo - ed io con parte del terzo, la compagnia dei bersaglieri Genovesi, i quattro pezzi e le guide - mi portai sul Chiese per la costruzione del ponte a Bettolletto.
Era quasi terminato il ponte - quando mi venne la notizia: il nemico aver attaccatto i due reggimenti nostri lasciati sullo stradale - Abbandonai i lavori del ponte, ed a galoppo mi recai sul luogo della pugna -
Il primo reggimento ch'era stato attaccatto - condotto da' prodi collonnelli Cosenz e Trr, aveva respinto il nemico con molta bravura, sino sul grosso delle sue forze a Castenedolo - ma soprafatto dal numero - era stato obligato di battere in ritirata - e fu in tale stato, un po disordinato, ch'io lo trovai quando giunsi sul campo di battaglia -
Il collonnello Trr che si trovava alla sinistra, ov'io giungevo, era stato ferito - e portato fuori del campo - Io, ed i miei bravi ajutanti - Cenni, Trecchi, Meryweather riordinammo alquanto, i valorosi nostri cacciatori che nuovamente fecero testa - ma che furono obligati di ripiegare ancora, davanti all'imponenza delle forze nemiche, assai superiori - e che, non solamente incalzavano di fronte - ma cercavano di girare i nostri, ed avviluparli -
La ritirata - comunque - ebbe luogo in buon ordine protetta dal secondo reggimento - avvertito dal maggiore Carrano mio capo di stato maggiore -
Tra i prodi Ufficiali caduti nella pugna - noi ebbimo a deplorare la perdita del maggiore Bronzetti, che s'era meritato il titolo di prode dei prodi - in tutti i nostri scontri - Egli fu trasportato dal campo con tre ferite di palla - e mor pochi giorni dopo - Gradenigo discendente dai famosi patrizi Veneti - ufficiale pieno di bravura - e d'un sangue freddo ammirabile - era morto alla testa dei suoi militi caricando il nemico -
Aporti - antico mio compagno di Roma - e di Lombardia - tanto valoroso nella pugna, come caro e gentile, nell'ordinario consorzio della vita - era caduto tra i nemici - e nella ritirata non potendo moversi per avere una coscia rotta - fu lasciato ed amputato poco dopo -
Io non so: se potr palesare col tempo, i nomi dei tanti miei fratelli d'armi - martiri dell'Italia - che non ricordo - e che s brillantemente pugnarono e cadettero sul campo di battaglia, in quel giorno ben memorabile per i cacciatori delle Alpi - Codesta giornata detta dei Treponti - fu la pi contrastata e la pi micidiale, in cui si trovassero i nostri del primo reggimento - ch'ebbero l'onore della giornata - Il secondo sostenne la gloria acquistata nei combattimenti anteriori - E le compagnie del terzo comandate dal bravo maggiore Croce - mostrarono ch'eran degne di combattere accanto ai valorosi loro compagni -
Il tenente Specchi fu ferito in un braccio - da quel valoroso che fu sempre - sostenendo la ritirata - Un distaccamento della compagnia Genovese - ch'io avevo condotto dal Chiese - giunse a tempo per sostenere i nostri - e segnalare la bravura di quella gente scelta - Stallo, Burlando, Canzio, Mosto, Rosaguti, Lipari - si distinsero come sempre -
Gli Austriaci cessarono di avanzare - ed i corpi de' cacciatori delle Alpi - che avean preso parte al combattimento - si riconcentravano sullo stradale presso i Treponti - raccogliendo i feriti - e ben stanchi dalla marcia, e pugna sostenuta -
Questo combattimento ebbe luogo sotto condizioni s sfavorevoli - per aver avuto l'onore di trovarci agli ordini immediati del quartier generale principale - e quindi esser stato obligato di divider la brigata, lasciandone due terzi in protezione di quelle cavallerie ed artiglierie, che dovevano avanzare - e che mai si videro -
Per la prima volta - nella campagna - che mi trovavo a contatto del quartier generale del re - non avevo certamente motivo di lodarmene -
Si sapeva, o no: esser, il quartier generale dell'imperatore d'Austria a Lonato - centro di un'esercito di dugento milla uomini? - E se si sapeva, perch mandarmi a Lonato con mille e otto cento uomini? Che non si sapesse - sarebbe aver un concetto poco favorevole allo stato maggiore del re di Sardegna - che d'altro poteva esser colpevole - non di mancar di spie -
E perch promettere d'inviarmi due reggimenti di cavalleria, e una batteria d'artiglieria - per la salvezza delle quali, la mia piccola brigata fu sul punto d'essere intieramente distrutta - mentre non solo - nulla si mandava - ma nulla ho mai pi saputo di tale batteria e tale cavalleria?
Fu dunque un tranello in cui si voleva avvolgermi - e perdere un pugno di valorosi - che davan sui nervi a certi grandi mastri da guerra!
Mi andai finalmente persuadendo: aver voluto burlare con noi - il quartier generale del re - e burlare un p tragicamente - e ci mi fece capire: non esser seria l'idea di voler occupar Lonato - e dovermi occupare dei fatti nostri - senza aspettare gli oracoli superiori - Tanto pi: che partecipando - la sera - al Generale Cialdini - gli avvenimenti della giornata - egli mi fece la seguente risposta: "Mi stato fresco se vi fidate a tale gente" Io, quindi dovevo contare su me stesso, e sui miei compagni per ulteriori disposizioni - e procurare di non cader nelle ugne dell'esercito nemico - ancora intiero e poco distante da me - come lo provarono i fatti che seguirono da vicino -
Durante il combattimento gi descritto - avendo osservato, che il nemico guadagnava terreno sulla sua destra - io pensai con fondamento, ch'egli tentasse di tagliar fuori la forza nostra - che si trovava sul Chiese - Per tal motivo, io mandai ordine al collonnello Arduino, che abbandonasse il ponte gi costrutto - e che si ritirasse verso i monti poco distanti di Nuvolento -
Quel collonnello dando una interpretazione troppo spinta all'ordine mio - non solamente si ritir su Novolento - ma avendo diretto l'artiglieria per Gavardo su Brescia - prese lui stesso, colla fanteria, i sentieri della montagna, e si ritirava alla stessa direzione -
Avendo dato le disposizioni di concentramento in punti determinati ai Collonnelli Cosenz e Medici - io galopai verso Arduino - per metterlo a contatto degli altri corpi alle falde dei monti - posizioni adeguate per poter sostenersi contro forze superiori - Privo d'ajutanti perch Cenni col cavallo morto, e gli altri con cavalli stanchi - od in missione - io avanzavo solo - chiedendo notizie a chi incontrava - ed eran pochissimi gli abitanti che non fossero fuggiti o nascosti - per salvarsi dalle angherie o depredazioni, a cui li assoggettavano i soldati - amici o nemici - Poi, le gloriose battaglie - hanno naturalmente poco interesse per gli indifferenti - E la gente della campagna - sin'ora almeno -  sempre stata indifferente alle pugne Italiane - quando non  stata nemica nostra -
Ogni notizia raccolta da me - facea lontana, la gente ch'io cercavo - dimodocch alla bont della mia cavalla - che  avea galopato tutto il giorno - io dovetti di poterla raggiungere - Senza essa - io avrei dovuto nell'altro giorno, cercare quella frazione della brigata, nelle montagne verso Brescia - od in cotesta citt stessa - con non poca mortificazione - La brigata rimase scaglionata - nella sera - da Rezzate a Nuvolera, Nuvolenta ecc. - Intanto l'esercito del re s'avanzava per la strada di Brescia - Il generale Cialdini - a cui ero vincolato d'amicizia - all'annunzio del nostro impegno dei Tre ponti - aveva fatto il possibile, per spingersi avanti - facendo lui la vanguardia dell'esercito reggio - ed alcuni de' corpi suoi leggieri - diceva: averli mandati in sostegno nostro comunque essi non giunsero - perch spossati dalle lunghe marcie - o giunsero a pugna terminata -
Rimanemmo alcuni giorni scaglionati nelle posizioni suddette - La presenza nostra - ed il progresso del nostro esercito - tenevano le popolazioni di Gavardo, Sal ecc. - in eccellenti disposizioni - e di pi: quei di Gavardo - avendo ristabilito il ponte sul Chiese - ch'era pure stato distrutto dagli Austriaci - io divisai di spingermi sino a Sal - passando su detto ponte -
Si riun quindi tutta la brigata a Gavardo - e nella notte passammo il Chiese dirigendoci su Sal - Il maggiore Bixio ebbe ordine di occupare cotesta citt sul lago di Garda - nella notte col suo battaglione - e la brigata rimase sulle alture, dominanti lo stradale che va al nord per quella notte - facendo il nostro ingresso a Sal, nella mattina del giorno seguente -
Contemporaneamente al progetto, di marciare sul lago di Garda, io avevo commissionato alcune barche dei laghi di Como ed Iseo - che arrivarono con noi a Sal -
Io avevo procurato delle barche, pensando naturalmente: che il nemico abbandonando la sponda occidentale del lago - avrebbe ritirato, o distrutto le barche - Esse per non furono ritirate n distrutte -
Occupammo Sal per alcuni giorni - e l'episodio il pi importante della nostra presenza in quella citt - fu la distruzione d'un vapore nemico -
Essendo noi in Sal - un vapore Austriaco veniva ogni giorno a spiarci - e perci entrava sino nel fondo del porto - sciando a poppa avanti e presentando sempre la prora alla bocca del porto per esser pronto alla ritirata in caso di bisogno.
Avendo osservato tale giornaliera manovra - io chiesi - al comandante d'un forte distaccamento dell'esercito, che si trovava a Gavardo, una mezza batteria di campagna, tra cui due obici -
Giunta la mezza batteria, la feci collocare all'entrata del porto, alla destra entrando, in una posizione - che costrutta a proposito, non poteva riuscire pi idonea -
Erano i pezzi perfettamente collocati alla sponda del lago - e coperti da piante, che li nascondevano intieramente guardando di fuori - ma che li lasciavano liberi di far fuoco sul lago in qualunque direzione.
Sulla sinistra, entrando nel porto, avevo mandato i bersaglieri Genovesi, col Capitano Paggi, ad imboscarsi tra piante situate da quella parte -
Il vapore giunse nel porto, al solito - vogando indietro - e venne a portata da bersaglieri, che cominciarono a fucilarlo colle loro carabine di precisione -
Il fuoco dei bersaglieri fece s, che il vapore si allontanasse da loro, e si avvicinasse alla parte opposta, ove si trovava la mezza batteria imboscata - Ai pochi tiri di cotesti bravi artiglieri - si manifest il fuoco a bordo del vapore - che non fu pi possibile di estinguersi - Esso tent di guadagnare - a tutta velocit, - la sponda opposta del lago - ma non vi riusc - e si sommerse a poca distanza da quella - Duolmi non ricordare il nome, del bravo ufficiale d'artiglieria, che diresse quei pezzi.
E qui mi  caro: inviare una parola d'encomio alla nostra artiglieria Italiana - certo non seconda a nessuna nel mondo!
Il generale Cialdini - ai di cui ordini - ero stato posto dal re - mi ordin di marciare in Valtellina colla brigata - Io anticipai il collonnello Medici a quella volta - che riun tutti i distaccamenti nostri, che si trovavano a portata di quella valle - e spinse gli Austriaci verso lo Stelvio -
Seguitai colla brigata in Valtellina - traversando il lago di Como - da Lecco a Colico coi vapori - Occupammo la valle sino a Bormio - da dove Medici, spingendosi verso lo Stelvio, oblig i nemici a sgombrare il territorio Lombardo -
I nostri giovani cacciatori delle Alpi - condotti da Medici,  Bixio, Sacchi ecc. - diedero nuove prove di valore e di costanza in tale nuovo genere di guerra, tra le gole, e ruppi delle Alpi - coperte da neve eterna - ed ove i nemici avevan la pratica dei luoghi - ed erano acclimati - essendo quasi tutti Tirolesi.
Erimo dunque padroni della Valtellina - ed il generale Cialdini, occupava colla quarta divisione dell'esercito - la Val Camonica, Val Trompia - sino al lago di Garda.
Il colonnello Brignone della stessa divisione occupava Val Camonica -
Non credo fuori di proposito - dire, qui, una parola sul destino di questa quarta divisione - senza dubbio, una delle migliori dell'esercito Italiano - comandata da ufficiali distintissimi.
Fu essa, staccata dal nostro esercito - perch realmente si temeva la comparsa d'un grande corpo Austriaco da quella parte del Tirolo? O fu per diminuire il nostro esercito - e farle fare una men bella figura - nella battaglia decisiva che indispensabilmente doveva darsi sul Mincio? O fu per custodire il corpo cacciatori delle Alpi, che ingrossava spaventosamente in quei giorni - e toglierli quell'Indipendenza - che sembrava non dispiacere del re - ma che non piaceva a certa gente alto locata?
A quel volpone di Bonaparte, credo non fosse estranea la prima ipotesi - e fu un mero pretesto lo allontanare la divisione suddetta dall'esercito - e privarlo cos d'un capo valoroso - e d'una eccellente divisione.
Poi, i cacciatori delle Alpi - che da mille otto cento uomini, a cui eran stati ridotti dopo l'affare dei Treponti - s'eran aumentati - quasi per incanto - in poco pi d'un mese a circa dodici milla - e crescevano ogni giorno - non mancavano di dar ombra alla gente a coda di paglia - che, nonostante aver predicato: a nulla servire i volontari - questi avevan la debolezza di incutere spavento a tale gente -
Quella gente stracarica di colpe -  paura di noi - e ne ha ben donde - Ci chiama rivoluzionari - e ci onora - non rinunciando noi, all'onorevole titolo - finch vi sia canaglia sulla terra - che per gozzovigliare nelle lussurie - mantengono la parte migliore delle nazioni nel servaggio, e nella miseria - Cotesto stolto modo di procedere - poteva aver origini dallo spirito tortuoso del terzo Napoleone - e riflettersi nell'anima del re - e de' piccini suoi cortiggiani - Il fatto sta: che la battaglia di S. Martino ebbe luogo - e l'esercito Italiano composto di cinque divisioni in tutto - manc della quarta - che poteva: dar un brillante colpo di mano ai nostri - ed agevolare l'ardua battaglia ch'essi ebbero a sostenere -
La paura di corpi Austriaci, scendendo dal Tirolo - finta, o reale - mi fu manifesta, sino dal mio arrivo a Lecco - ov'io trovai un distaccamento del genio Francese, con un'ufficiale superiore, occupati a minare la strada maestra che da Lecco conduce in Valtellina -
 vero: che tale ufficiale aveva ordine d'intendersi con me sul da farsi - ed io nessuna notizia avendo di corpi nemici avanzandosi da quella parte - lo pregai di desistere nell'opera sua di distruzione.
Io credo: il generale Cialdini, aveva ordini, emanati - senza dubbio - dalla stessa sorgente - di distruggere nelle valli superiori, strade e ponti - e tali ordini furono trasmessi al Collonnello Brignone, che occupava Val Camonica ed a me in Valtellina.
Il collonnello, a malincuore, fece distruggere qualche cosa - ed io feci studiare da alcuni ingegneri i punti pi idonei ad esser distrutti in caso di bisogno - ma nulla feci distruggere - sembrandomi un'atto di timore intempestivo: rovinare ponti e strade di una necessit assoluta ai miseri valiggiani - senza che vi fossero notizie di nemici - almeno in gran numero.
Intanto accadevano le grandi battaglie di Solferino, e S. Martino - e poco dopo la pace di Villafranca - che molti tennero qual calamit, ed io come una fortuna.
All'armistizio, e poi pace di Villafranca - i Cacciatori delle Alpi, passavano i dodici milla uomini, in cinque reggimenti - ed occupavano le quattro vallate: Valtellina - Camonica - Sabbia - e Trompia - sino alla frontiera del Tirolo - Il generale Cialdini s'era ritirato colla sua divisione su a Brescia -
Di pi dei cinque reggimenti - Cacciatori delle Alpi - era giunto finalmente il reggimento: Cacciatori degli Apennini - che Cavour ad onta degli ordini del re - ricevuti sin dal principio della campagna - non volle mandarci - sotto differenti pretesti - e che ci mand poi a guerra finita -
Coll'arrivo dei Cacciatori degli Apennini - giunse pure il Collonnello Malenchini - quello stesso, che al principio dell'emigrazione della giovent Italiana, nelle fila dell'esercito in Piemonte - se ne venne dalla Toscana con nove cento giovani - Il Malenchini fu per me un'acquisto - sia per l'affetto ch'egli aveva dai suoi militi - quanto per l'amicizia, veramente gentile a me prodigata.
Poco dopo, venne pure Montanelli - uomo, per cui avevo conservato affetto, dal momento che lo avevo conosciuto a Firenze nel 48 - e che meritava la stima di tutti per la sua abnegazione veramente esemplare! Egli era semplice milite nel corpo Cacciatori degli Apennini - quest'uomo, con Filopanti e Massimo d'Azeglio - m'hanno sempre ispirato un vero rispetto - Uomini sommi! per coraggio e superiore intelligenza. Io venero in loro l'ideale del gran cittadino! Due di loro, hanno potuto esser dottrinari per un momento - ma pagarono della persona nel giorno del pericolo.
A Curtatone ed a Vicenza furon feriti quei due illustri capi di governo - pugnando da semplici militi a fronte dei patrioti Italiani! Filopanti il grande Astronomo - l'intemerato deputato alla Costituente Romana - l'ho veduto io, col suo moschetto, combattendo alla difesa di Roma - Italia, pu ben andar superba d'aver generato tali grandi! Montanelli frammezzo alla giovent Toscana a Curtatone - e Massimo nei ranghi de' combattenti a Vicenza - sono figure che giganteggiano - e l'onorevoli cicatrici segnate sui campi di battaglia - adornano con aureola di gloria eterna - gli autori della Costituente Italiana - e del Nicol dei Lapi.
Quando Malenchini marci in Piemonte colla giovent Toscana - egli avea lasciato il posto di ministro della guerra a Firenze - che l'opinione publica, onnipotente in quei tempi, aveale giustamente assegnato - Avvicinandosi l'ora delle pugne in Lombardia - egli piant il ministero - e corse ove si trattava di combattere.
Tale abnegazione  sovente portata troppo oltre dai modesti patrioti di merito - poich, i posti superiori da loro generosamente abbandonati - sono generalmente coperti da intriganti, che contribuiscono al male del paese.
L'armistizio di Villafranca, che tutti capirono esser preliminare di pace - lasciava i Cacciatori delle Alpi in uno stato inadeguato alla loro natura. Giovani generosi - avendo abandonato arti, e comodi della vita per giungere ove si pugnava per l'Italia - non erano certamente idonei alla pacatezza delle guarnigioni, del quartiere, e sopratutto alle esuberanti discipline della monarchia in tempo di pace -
Sin dal principio dell'armistizio, quindi, si cap: i Cacciatori delle Alpi, diventerebbero pianta esottica - in mezzo dell'esercito permanente - e sotto la perenne ed antipatica amministrazione del ministero Lamarmora -
Le notizie dell'Italia centrale all'incontro presentavano alcunch di bellicoso - Si diceva: il Duca di Modena, pronto ad invadere il ducato - e gli Svizzeri del Papa - dopo l'eccidio di Perugia - esser avidi di gittarsi sulle Romagne.
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CAPITOLO 12.
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1859. Nell'Italia Centrale.
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Un desiderio naturale - manifestavasi nell'Italia del centro - allora in piena ostilit contro i suoi padroni - di avere i Cacciatori delle Alpi -
Cotesto corpo godeva meritamente la stima del paese - d'indole indipendente - com'erano gli elementi che lo componevano - si poteva pensare con probabilit di non ingannarsi - ch'esso non fosse vincolato indefinitamente agli ordini monarchici - Non abbisognava quindi, stimolarlo molto - per spingerlo contro tirannelli e preti.
Montanelli e Malenchini me ne parlarono - anzi ambedue fecero un giro nel centro, e tornarono, sollecitandomi - ed esternandomi il desiderio dei governi di Firenze, Modena, e Bologna - cio: ch'io mi recassi nell'Italia centrale - ove mi sarebbe stato dato il comando di coteste truppe.
Quando io risposi a Montanelli, che marcerei senza indugio - chiedendo la mia demissione - egli m'abbracci commosso - Malenchini poi giunse con una lettera di Ricasoli - che mi chiamava nell'Italia centrale per comandarne l'esercito - o parte di esso. In questa espressione io cominciai a capire che v'era qualche diffidenza - ma siccome, mai ho servito la causa dei popoli con condizioni - e massime quella del mio paese - io non feci parola. Il buon Malenchini per, mi diceva: che Farini con cui aveva parlato a Modena - e Pepoli che aveva veduto a Torino - lo assicurarono: che mi darebbero il comando di tutte le truppe col esistenti.
Chiesi la mia demissione, e m'incamminai per la via di Genova a Firenze - Nella capitale della Toscana principiai a realizzare il mio dubbio - e capire che avevo da fare colla stessa gente, con cui mi era toccato di trattare dal mio primo arrivo in Italia - Lasciato in Montevideo il comando in capo d'un esercito che si batteva erocamente da sei anni - e giunto in Italia, coi miei poveri e valorosi settanta tre compagni - dopo vari mesi di girovagare da Nizza a Torino, da Torino a Milano - di l a Roverbella - e poi ancora a Torino, ero pervenuto ad ottenere il comando, d'alcuni resti di quartieri - poco prima della capitolazione di Milano - col grado di Collonnello - E tale comando lo ottenni quando le cose della guerra gi andavano a rompicollo - e perch a rompicollo andavano.
Io ero venuto dall'America per servire il mio paese - anche da semplice milite - e del resto poco m'importava - M'importava per assai: veder l'Italia decorosamente servita - e non lasciata in preda a certe masnade che non ci valgono - A Roma un Ministro Campello, tenendomi co' miei lontani della capitale - con sospetti meschini, m'imponeva di non superare il numero di cinquecento militi -
In Piemonte al principio del 1859 - mi tenevano come una bandiera per chiamare i volontari - i volontari accorrevano - ma da 18 a 26 anni eran destinati ai corpi di linea - I troppo giovani i troppo vecchi - ed i difettosi, erano destinati a me - a cui s'imponeva di non comparire in publico - per non spaventare la diplomazia (si diceva:).
Una volta poi sui campi di battaglia, ove avrei potuto fare qualche cosa - mi si negavano quei volontari - ch'erano accorsi alla mia chiamata -
A Firenze non mi fu difficile capire: che avevo da fare cogli stessi uomini - e si cominci a parlarmi della possibilit dell'accettazione del generale Fanti al comando supremo, con cui avean creduto di lusingarmi - Poverissimi furbi!
Avrei dovuto forse accettar nulla - e tornarmene alla vita privata - ma, come dissi prima: il paese era minacciato - E poi? Avevo io per costume di chiedere alcuna cosa trattandosi d'una causa s bella! Accettai dunque il comando della divisione Toscana. Il buon popolo di Firenze, mi acclam, mentre io entravo in palazzo vecchio - ed i governanti, com'era naturale, gradivano poco tali acclamazioni - e mi chiesero di calmare il popolo - e partire al pi presto per Modena - ove si trovava il quartier generale della divisione.
A Modena vidi Farini - egli m'accolse assai bene - e mise ai miei ordini le forze organizzate di Modena e Parma -
Farini, uomo d'intelligenza superiore - assai scaltro - Egli, come tutti i governanti dell'Italia centrale, era molto ben seduto sul seggio dittattoriale di quelle belle provincie - ed un'uomo popolare accanto a lui, non lo garbava molto - Ricasoli da principio sembrommi pi franco di Farini - non cos astuto - ma sventuratamente collo stesso senso repulsivo verso di me - che si copriva colla mia troppa temerit ecc.
Cipriani poi, governatore di Bologna - era un Napoleonico sfegatato - e come tale, poca lega con me poteva fare.
Con quest'ultimo quindi, una franca antipatia reciproca fu manifestata, sino dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale - e non v'era pericolo ch'egli trattasse di pormi al comando delle truppe delle Romagne ch'egli governava - La mia chiamata da parte di quei signori - era stato dunque stimolata da quella poca popolarit di cui godevo - e di cui essi volevan servirsi per popolarizzare essi stessi - Non altro, e presto ne vedremo le prove -
Farini..... cos per celia - era espressione sua - un giorno scrivendo a Fanti, le aveva proposto il comando delle truppe dell'Italia centrale - Fanti con quella sua propria pacatezza - non aveva accettatto risolutamente - ma faceva sperare: che accetterebbe, una volta regolata la sua posizione col governo Sardo.
Il fatto sta: che la mia presenza nel centro - era accettattissima dalle popolazioni e dall'esercito - e quanto pi tale sentimento era manifesto - tanto pi diventava insopportabile ai governanti - quindi questi animosi a sollecitare l'arrivo del generale Fanti - che collocato militarmente come mio superiore - poteva solo frenare l'ardore mio di far bene - e tranquillare i nuovi regnanti - come gli antichi gelosissimi dell'aure popolari.
Abbench nato rivoluzionario - perch non quieto, non stabile, pu rimanersi chi soffre. E chi non soffre vedendo la sua patria serva e depredata? Cio nonostante, io non ho mancato, quando necessario, di sottopormi a quella disciplina necessaria - indispensabile alla buona riuscita di qualunque impresa - e sino dal tempo ch'io m'ero convinto: dover l'Italia marciare con Vittorio Emanuele - per liberarsi dal dominio straniero - io ho creduto un dovere sottomettermi agli ordini suoi a qualunque costo - anche facendo tacere la coscienza mia Republicana.
Ho creduto di pi: qualunque sia la capacit sua - che l'Italia doveva concederli la Dittattura, sinch il suo territorio fosse complettamente sgombro dallo straniero - Tale fu il mio convincimento nel 1859 - oggi modificato, perch le colpe della monarchia sono molte - perch poteva farsi un mondo da noi soli - e si  sempre preferito inginocchiarsi or a' piedi dell'uno - ed ora dell'altro, implorando miseramente, e vergognosamente il nostro -
Ci premesso - Nell'Italia centrale - agli ultimi mesi del 59 - cento milla giovani si sarebbero serrati intorno a me - e con loro - si volgeva certo, favorevole la diplomazia Europea - oppure coi soli trenta milla allora riuniti nei ducati, e nelle Romagne potevasi decidere in quindici giorni la sorte dell'Italia meridionale - Fare infine, ciocch si fece coi Mille un'anno dopo.
I governanti sarebbero rimasti ai loro posti - frattanto - avrebbero amministrato le loro provincie - ed avrebbero fatto una figura secondaria -  vero - ma gloriosa - coadjuvando le nostre operazioni - Essi cos non stimarono - quindi si collegarono ad abbassarmi, ed annientare l'azione mia - due di loro per meschine considerazioni - il Cipriani in ubbidienza, probabilmente, agli ordini di colui - che - potrei ingannarmi - vuole tutt'altro - che l'Unione dell'Italia (1859).
Intanto io trascinai una ben deplorabile esistenza per alcuni mesi - facendo poco o nulla - in un paese ove si poteva, e si doveva far tanto!
Organizzare della truppa - tediosissima occupazione per me - con un'antipatia nata per il mestiere di soldato! Per me, fatto milite qualche volta, perch nato in paese  schiavo - ma sempre con repugnanza - convinto: sia un delitto doversi maccellare reciprocamente per intendersi!
Obligato di limitarmi alla divisione Toscana - io m'occupai a migliorarne la condizione -
Venne Fanti - vi furono alcune panzane, verso il tempo del suo arrivo - per esempio: Farini mi assicurava, dover Fanti assumere il Ministero della guerra - ed io terrei il comando delle truppe.
Giunse Valerio, mandato dal ministero Piemontese, e mi disse: "guarda che se tu non sei contento, Fanti non vuol accettare" ed io risposi a Valerio: "non sono contento" e cos stesso Fanti accett.
Infine, l'interessante per quei signori - era di sbarazzarsi del mio individuo - senza eliminare intieramente il mio nome - di cui abbisognavano per farsene belli colle plebi - A loro sembr di aver trovato un'espediente a tante miserie - nominandomi: secondo capo delle truppe della lega - Questa lega - poi, erano tre provincie della penisola - i di cui forti governi - per non dispiacere a certi padroni - non ardivano di chiamarsi Italia! Ecco in che modo si va costituendo - questo umile, e vergognato nostro paese!
Qui, cominciarono i bassi intrighi per disgustarmi - Fanti ricusava di accettare i miei prodi ufficiali dei Cacciatori delle Alpi - chiamati da me col consenso del governo di Modena - ed accoglieva qualunque altra classe di ufficiali - I miei poveri Cacciatori venuti in folla - sin dal principio, che mi seppero nell'Italia centrale - ad accrescere i corpi esistenti e formarne dei nuovi - erano maltrattatti - Giungevano per esempio: dalle pi remote parti della Lombardia - scalzi, colla loro giacchettina di tela - stanchi, affranti dal viaggio - e per qualunque piccola mancanza di et, di costituzione fisica, di statura, ecc. erano repulsi - E credete: si domandasse loro, se avevan mangiato - e se avevan mezzi per mangiare, e tornare alle loro case? Nemmen per sogno!
Il governatore Cipriani, d'intelligenza con Fanti mi manda a Rimini per armare due legni mercantili con cannoni - e mi fa scortare da un suo fratello, portatore della cifra d'intelligenza - con cui corrispondeva col primo senza ch'io nulla sapessi.
Ero a Rimini - e qualunque ordine, parole ecc. si davano al generale Mezzacapo - che trovavasi esser mio subordinato.
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Io apprezzavo tutta la difficolt della mia posizione - e mi toccava ad inghiottir veleno - colla speranza di poter giovare a questa sventurata mia terra - Per fortuna, ero alquanto compensato dei soprusi d'una codarda consorteria - dall'affetto delle popolazioni e dei miei militi -
Un tempo - io mi lusingai di modificare l'ingrata situazione - e poter fare qualche cosa d'utile - cercando di guadagnare Fanti con amicizia - e feci ogni sforzo per acquistarla - ma si vedr ben presto come m'ingannavo - e come si giuoc la mia buona fede -
Ancona, le Marche, l'Umbria - erano insofferenti del giogo papale - e prima del mio arrivo - erano d'intelligenza con Cipriani per sollevarsi - L'armamento dei due bastimenti a Rimini, era stato motivato da quella circostanza - ed io avevo avuto istruzioni, per coadjuvare un movimento in quei paesi -
La mia presenza a Rimini, esaltava quelle buone popolazioni - Ma francamente: massime per parte di Cipriani - si voleva aver l'apparenza di fare - e non solamente, si voleva non fare - ma inceppare l'azione e farla retrocedere - Con me, intanto, si usavano astuzie: un'idea non so se di Cipriani o di Fanti - era suggerita: di far giurare i volontari per 18 mesi. I volontari, sin dal principio degli avvenimenti, che ci avean portati al nuovo stato di cose - erano colla ferma: di sei mesi dopo la guerra - Tutta quella brava giovent serviva volenterosa, e non avrebbe fiatatto, anche se avesse dovuto servire per 10 anni - guerra durante - I diciotto mesi per di ferma fissa, non piacevano - io lo sapevo - e l'osservai prima a Cipriani, poi al generale in capo. Le mie osservazioni non valsero - e poco manc: non perdessimo l'intiera divisione Mezzacapo, per tale intempestiva misura -
Essendo a Bologna, io fui chiamato dall'Intendente Mayer di Forl, e dal Collonnello Malenchini - Spaventati dalla diserzione, e dai congedi richiesti, nei corpi stanziati sulla linea della Cattolica. Io corsi, e pervenni a fermare in parte la dissoluzione di quei corpi - ma mentre faticavo in tale lavoro, Mezzacapo impiegava ogni sforzo per ottenere il contrario - cio: far giurare per 18 mesi, con ordine forse di Fanti - e lo faceva colla compiacenza di contrariarmi - e forse anche di farmi scomparire, dagli occhi di chi non mi conosceva.
Invano, io avevo chiesto di sospendere temporariamente il giuramento.
Intanto le popolazioni delle Marche, e dell'Umbria, continuavano ad agitarsi - Il vecchio, e prode brigadiere Pichi - veterano della libert Italiana - nativo d'Ancona, mantenevasi in costante corrispondenza colle oppresse popolazioni - Pratiche erano aperte pure col regno di Napoli - e con la Sicilia -
Con meno opposizione per parte dei governanti, e dei loro generali - che se fossero stati pagati dai nostri nemici, per far male, non potevano far peggio - noi potevamo tentare ogni cosa - e seguire una marcia trionfale, verso il mezzogiorno dell'Italia - pi facilmente, e pi complettamente, che non si esegu un anno dopo.
Io avevo bens delle istruzioni dal generale Fanti, espresse circa nei termini seguenti:
"Essendo attacatto dalle truppe pontificie, respingerle - ed invadere il loro territorio - oppure, in caso d'insurrezione d'una citt come Ancona - o d'un intiera comarca - invadere in ajuto dell'insurrezione" La prima ipotesi, era impossibile, perch certamente i pontifici non pensavano ad attacarci -
La seconda, era diventata difficilissima pure - essendo gli avversari nostri molto vigilanti - ed avendo aumentato i presid d'Ancona, Pesaro, ecc.
Nonostante s'introducevano armi in Ancona, nelle Marche, e si tenevano di buon animo quelle popolazioni - I giovani militi che componevano i corpi di vanguardia avrebbero risposto ad un ordine di marciare avanti con grida frenetiche di gioja - tale era l'entusiasmo generale, per correre a liberare i fratelli.
Ma pesava sulla nostra povera patria quella fatalit, che da tanti secoli, la tiene incatenata indietro - sotto una forma, o sotto un'altra - essa trova sempre in se stessa quel germe maledetto - che ne contraria il progresso.
Sempre - sono sono le sue discordie - che la martoriano - oggi poi, vi si agiunge tale stormo di dottrinari - che impossessati del timore della cosa publica - e sostenuti da chi non vuole l'Italia grande (1859) ne addormentano gli slanci generosi -
Mentre io preparavo tutto per agire - di dietro si mandavano ordini ai miei subordinati, di non ubbidirmi -
Il generale Mezzacapo per esempio: aveva un dispaccio, in cui il generale Fanti diceva: "Nessuno si mova, senza mio ordine - e questo trasmettetelo al generale Roselli".
Non solo i miei subordinati generali Mezzacapo e Roselli, avevano ordine di non ubbidirmi - ma lo stesso mio stato maggiore, aveva ordine, di andare a mettersi, a disposizione del collonnello Stefanelli preposto al comando della divisione Toscana -
Tale era la mia condizione nell'Italia centrale quando giunse a Rimini il generale Sanfront inviato dal re - Egli mi trov molto perplesso, e sdegnato contro la condotta sleale de' miei avversari, e senza il suo arrivo non so: a quel disperato partito, io mi sarei deciso -
Accompagnai il generale Sanfront a Torino, ed ebbi una conferenza con Vittorio Emanuele - la conseguenza della quale fu: ch'egli consiglierebbe al generale Fanti d'accettare la demissione offertali dai governi di Firenze e Bologna - che la presenza di Cipriani nelle Romagne, era divenuta nociva - e che io alla testa delle forze del centro, avrei operato per il bene della causa comune, come avrei trovato a proposito - non dandomi per il suo consentimento - per l'invasione del territorio pontificio.
Solite reticenze molto naturali nella sua posizione al cospetto d'un rivoluzionario: come non consent un'anno dopo alla spedizione di Sicilia - al passaggio dello stretto di Messina - e finalmente alla marcia su Roma che fin ad Aspromonte. Io partivo da Torino - contento - e non perdevo tempo certamente nel recarmi a Modena - ove trovai Farini e Fanti, a cui spiegai francamente il risultato della mia missione -
I miei oppositori, per, non dormivano: un telegrafo del Ministero della guerra, diceva a Fanti: di non accettare la demissione - e fratanto si lavorava presso Vittorio Emanuele, per cambiare le sue disposizioni a mio riguardo.
La prima misura da prendersi nell'Italia centrale: era quella di far discendere Cipriani, dal governo di Bologna - Egli doveva scendere colle buone, o colle cattive: io lo significai a quei Signori - In caso, avessimo dovuto operare nello stato pontificio, non si poteva lasciare, dietro di noi un governatore contrario - che ad altro non tendeva - che ad inceppare l'armamento nazionale.
La misura Cipriani, fu accolta favorevolmente da tutti -
Tutti erano interessati all'allontanamento di quell'uomo - Farini e Fanti sopratutti -
Fanti prevenuto da me sulla risoluzione del re, non era uomo da resistervi - ma Napoleone, Cavour, Farini, Minghetti, ecc. - erano troppo interessati a sostenerlo.
Rattazzi - forse l'unico, fra i mestatori politici, che avrebbe dovuto apogiarmi - era debole, irresoluto - e forse anche lui alquanto Napoleonizzato -
Ecco dunque Vittorio Emanuele - contrastato (se tuttoci non era un tranello) nelle sue buone intenzioni - e piegando ancora davanti alle prepotenze Cavouriane, come l'aveva fatto al principio della guerra, quando aveva dato l'ordine d'acrescere la mia forza col reggimento dei Cacciatori degli Appennini - che mi furono mandati poi a guerra finita.
Farini - volpe vecchia - barcheggiava - Io, all'interpellanza di Minghetti: Chi succederebbe a Cipriani? risposi: Farini. E veramente con ci, si ottenevano due vantaggi - Il primo: era quello dell'unione delle Romagne ai ducati di Parma e Modena - con un governo solo - Il secondo: con Farini, uomo d'intelligenza superiore e di cuore Italiano - si otteneva: ciocch non s'era mai potuto ottenere coll'altro - cio spingere all'armamento ed all'unificazione -
Sin dal principio del mio arrivo nell'Italia centrale, io avevo capito Farini - e s'egli non m'ispirava diffidenza come Italiano - non molta fiducia m'avea ispirato come amico personale - ed all'ultimo poi, m'ero accorto: ch'egli non agiva meco di buona fede. L'ultime mie parole a Farini, nel palazzo di Bologna furono le seguenti: "voi non foste schietto con me" e siccome lui mi rispondeva alquanto alterato - io aggiunsi ancora: "S! voi avete la principale colpa di questo pasticcio!"
Devo confessare per, che a Modena, Farini avea fatto molto bene durante la sua dittattura - e che a Bologna - egli continu a fare lo stesso - A Modena, lui e Frapolli fecero ci, che nessuno ha potuto uguagliare nelle altre parti d'Italia - in misure energiche, armamenti, organizzazione ecc.
Tutto questo per, non deviava il dittattore, dalla sua condotta poco schietta con me - e mentre egli rimaneva d'accordo sul da farsi a Bologna - lui al governo amministrativo ed io alle armi - scorgevo nel contegno della sua pallida faccia - ch'egli riceveva impressioni avverse dal di fuori - e ch'era disposto ad agire secondo l'aura che soffierebbe dal Piemonte - E l'aura aveva cessato di  soffiare favorevolmente per me da Torino - I miei avversari avevano avuto il dissopra sullo spirito del re, influenzato senza dubbio, anche da Parigi - ove la discesa di Cipriani dal seggio di Bologna, e la mia comparsa al comando delle truppe del centro - non piacevano certamente - Io in luogo de' miei avversari - avrei detto: "Garibaldi ritirati!" ma cotesta gente, non era capace di tanta franchezza e cercava invece di allontanarmi - con ogni specie di contrariet - e miserabili stratagemmi.
Il prestigio mio nei militi, e nelle popolazioni - (sembravami almeno) mi poneva nel caso: di poter operare, anche a dispetto de' miei avversari - Io, non temevo certamente di lanciarmi una volta ancora nel vortice rivoluzionario - ove non mancava d'esservi probabilit di riuscita - ma era una rivoluzione ch'io dovevo iniziare - dovevo sciogliere nella milizia, e nel popolo ogni vincolo di disciplina - Vi era davanti e dietro a me l'intervento Francese: a Roma, a Piacenza, ecc. - Infine la sacra causa del mio paese, ch'io potevo compromettere mi trattennero dal fare. Io aspettavo dal re, qualche cosa - come fummo d'accordo - che doveva: se non autorizzare il mio operato - almeno implicitamente condiscendere - lasciandomene tutta la responsabilit - e pronto a reprimermi - anche se fosse occorso - A tutto io mi sottomettevo - ed a qualunque evento ero disposto - Ma nulla giunse!
Io mandai finalmente il maggiore Corte da Vittorio Emanuele - e fui chiamato a Torino - Giunto nella capitale - mi presentai al re - e m'accorsi subito del cambiamento in lui operatosi dalla mia ultima conferenza - Egli mi ricevette colla solita bont - ma mi fece capire in poche parole: che le esigenze del di fuori lo obligavano allo Statu quo - e che credeva meglio: tenermi da parte per qualche tempo.
Il re desiderava ch'io accettassi un grado nell'esercito - non accettai ringraziandolo - ma accettai un bel fucile da caccia, ch'egli volle regalarmi - e che m'invi per il Capitano Trecchi - del mio stato maggiore, mentre io era gi in un vagone del treno per Genova - Giunsi a Genova, da Genova a Nizza - ove passai tre giorni coi miei figli - e tornai a Genova per trovarmi pronto al vapore che partiva per la Maddalena - il 28 Novembre 1859 -
Ero pronto alla partenza - avevo il mio bagaglio a bordo - quando trovandomi in casa del mio amico Coltelletti - mi giunse una deputazione di distinti Genovesi - col sindaco della citt il Sig.r Moro - Quei signori, mi significarono: che il mio allontanamento sarebbe stato un male in quelle circostanze: io mi conformai a rimanere - ed accettai l'ospitalit offertami dal mio amico Signor Leonardo Gastaldi - in una sua villa di Sestri - ove passai pochi giorni - In quel tempo parlavasi di guardie nazionali mobili - ed il Collonnello Turr - mi disse che il re desiderava di vedermi per combinare qualche cosa a tale proposito.
Giunto a Torino vidi il re - con me sempre buono - vidi Ratazzi ministro, ed assicuro che m'ispir poca fiducia. Con ambi, rimasi d'accordo, ch'io sarei incaricato dell'organizzazione, della guardia Nazionale mobile della Lombardia - ed io mi contentai di tale disposizione per due motivi - Il primo era quello di poter preparare un buon contingente per l'esercito nella guerra indispensabile, in cui l'Italia dovrebbe necessariamente tuffarsi ancora - Il secondo, di poter collocare in quelle guardie mobili - tanti, de' miei poveri fratelli d'armi, raminghi e senza pane - una gran parte -
Mentre a Torino, io aspettavo la nomina che dovea prepormi alla suddetta organizzazione - e fui visitato dagli egregi patrioti Brofferio, Sineo, Asproni - ed altri deputati liberali - che mi manifestarono voler profitare del mio soggiorno nella capitale per conciliare le diverse frazioni del partito avanzato - scisse da qualche tempo, e che si facevano una guerra indecorosa e nociva alla causa Italiana - solite magagne del nostro povero paese!
Da principio dubitando di poter riuscire all'intento propostomi - ed avversando un po', qualunque associazione, che non sia quella della nazione intiera - io ricusai di accettare - e sarebbe stato meglio: avessi perseverato in tale risoluzione - Ma sollecitato ancora, e facendomi capire: che si poteva fare gran bene, riuscendo, io accettai finalmente - e si combin d'istituire una Societ, che sotto il nome di nazione armata - accoglierebbe tutte le altre.
Non so quando si attuer cotesto sogno della mia vita che con meno i preti, farebbe dell'Italia una potenza di prim'ordine.
Sin l - tutto andava perfettamente - e tutti gl'individui appartenenti alle differenti societ - che si presentavano a me - aderivano all'idea della fusione, e se ne mostravano contenti.
Una riunione della Societ: Libera Unione - doveva sancire l'atto conciliativo - ma all'opposto quelli stessi che con me s'eran mostrati soddisfatti dell'avvicinamento proposto - propugnarono idee affatto contrarie, e con un pretesto o coll'altro - dissero: essere la conciliazione impossibile -
Era idea mia antica - e me ne persuasi sempre pi: che per metter d'accordo noi Italiani - vi voglion le stangate - e niente meno.
Fu tutta fatica perduta - e peggio poi: gli ambasciatori stranieri, forti della debolezza governativa - e come si disse: eccitatti da Cavour e da Bonaparte allora onnipotente - chiesero delle spiegazioni - e per corollario, il ministero in massa - meno Ratazzi, chiese la demissione.
Il pretesto fu la nazione armata - la mobilizzazione della guardia nazionale - e se mi  permesso tanta presunzione: il mio povero individuo, implicato in tutto ci.
La Nazione armata - fu cotesto un fulmine per quella miserabile diplomazia che vuole l'Italia debole. Diplomazia chauvine, Bonapartesca, e che ha per continuatore il piccolo monarca della Republica Francese.
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Ci serva ai miei concittadini: e sappiano dunque, che per passare dallo stato di conigli, come siamo stati sin'ora a quello di leoni da spaventare i prepotenti nostri vicini, vi vuole la nazione armata - cio due millioni di militi - ed i preti, onestamente occupati alle bonifiche delle paludi Pontine.
Il re mi fece chiamare, e mi disse: che bisognava desistere da qualunque delle idee progettatte.
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P. S. Per dimenticanza io non ho forse menzionato il collonnello Peard - chiamato volgarmente: "L'Inglese di Garibaldi".
Questo valoroso figlio della Britannia, compar nel 59 tra i nostri volontari, armato di tutto punto, con una preziosa carabina - e facendo l'ammirazione di tutti per la precisione dei suoi tiri, e per lo straordinario sangue freddo - ove maggiore era il pericolo.
Il collonnello Peard - modesto e senza pretese - giacch egli non voleva soldo - compariva ogni volta che i nostri volontari entravano in campo -
Si distinse molto nel 59 - e nel 60 egli contribu molto alla venuta di quel bellissimo contingente Inglese - che quantunque giunto tardi - fece eccellente prova - negli ultimi fatti d'armi combattutti nelle pianure di Capua.
Se Bonaparte, e la monarchia Sarda - non ci avessero vietato di marciar su Roma, dopo la battaglia del Volturno - il contingente Inglese - che si aumentava ogni giorno - ci avrebbero giovato sommamente all'acquisto dell'immortale capitale d'Italia.
Il maggiore d'artiglieria Dawling - ed il capitano Forbes - ambi Inglesi - pugnarono da valorosi nelle fila dei volontari - Come loro, io vorrei poter segnalare alla gratitudine della mia patria tutti quei prodi e valorosi che la servirono colla vita.
Deflotte - che dobbiamo considerare martire nostro - e Bordone - oggi generale - meritarono pure tutta la riconoscenza nostra.
NOTA: Thiers, Bonaparte, Chauvinisme. tutti titoli che riassumano le ridicole pretenzioni della Francia clericale e dominatrice sull'Italia, e che senza dubbio sar un perenne motivo di rancori fra due nazioni che potrebbero convenientemente ad ambi,vivere amiche. Non voglio passare questo secondo periodo delle mie memorie senza palesare due fatti che mi concernono e che provano la malizia dell'uomo del 2 Decembre, de' suoi complici e l'ingerenza che lo stesso, aveva sulle cose nostre. A Gavardo, ov'io passai, il Chiese per recarmi a Sal nella campagna descritta. Mi giunse un conosciuto N. A. inviato dal quartier generale dell'imperatore colla missione seguente: "Io sono incaricato" mi disse: "di offrirvi quanto abbisognate per voi, e per la vostra gente: denaro, oggetti di qualunque specie, saranno messi a vostra disposizione. Chiedete pure, l'imperatore conosce i molti vostri bisogni, dei vostri militi e vuol rimediarli. Egli non pu tolerare l'abbandono, e lo stato miserabile in cui siete lasciato". Io risposi: "Di nulla abbisogno". Era un mercato bell'e buono: Si stava trattando di vendere Nizza, anzi era gi venduta, e si voleva un complice di pi: un Nizzardo! A 52 anni, corpo di Dio! e quando si ha veduto un p di mondo, non  poi tanto facile d'esser canzonato. Tanto per, era il cinismo corrutore dell'uomo dei Versanti e tanti erano stati i codardi che sperano prostrati davanti a quel simulacro di putredine! Il secondo fatto  il seguente: Dopo i fatti dell'Italia centrale narrati antecedentemente, io avevo chiesto la demissione dal comando di coteste truppe, e se Bonaparte aveva la mano in tutti quei maneggi, lo dice la seguente sua lettera al papa. Lettera di Napoleone al papa: "I miei conati non riuscirono che ad impedire il propagarsi dell'insurrezione e la demissione di Garibaldi, ha preservato le Marche d'Ancona - da una sicura invasione". FINE NOTA.

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TERZO PERIODO.
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CAPITOLO 1.
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Campagna di Sicilia. Maggio 1860.
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Sicilia! Un filiale, e ben meritato affetto mi fa consacrarti queste prime parole d'un periodo glorioso - terra di prodigi e d'uomini prodigiosi!
Tu genitrice degli Archimedi - porti nella luminosa tua storia - due impronte - che si cercano invano nella storia dei pi grandi popoli della terra - Due impronte del valore e del genio - che provano: la prima, che non v' tirannide per fortemente costituita essa sia - che non possa esser rovesciata nella polve, nel nulla - dallo slancio, dall'eroismo d'un popolo - come il tuo insofferente d'oltraggi -
Questa prima: sono i sublimi - gl'immortali tuoi Vespri!
La seconda appartiene al genio di due fanciulli - che fanno probabili le scoperte della mente umana nelle sterminate regioni dell'Infinito.
Due fanciulli Siciliani, negli ultimi tempi dell'et non superiore ai quattordici anni, estraevano una radice algebrica del grado 32 a mente, ed in pochi minuti. operazione veramente portentosa.
Anche una volta - Sicilia! Ti toccava di svegliare i sonnolenti! Di strappare dal letargo, gli addormentati dalla diplomazia, e dalla dottrina. Coloro, che non del proprio ferro armati - confidano ad altri, la salvezza della patria, e cos la mantengono nella dipendenza, e nell'umiliazione.
L'Austria  potente - i suoi eserciti sono numerosi; alcuni formidabili vicini - sono contrari per miserabili mire dinastiche al risorgimento d'Italia - il Borbone ha cento milla soldati! E che monta! Il cuore di 25 millioni, palpita, freme d'amor di patria! La Sicilia che lo riassume tutto - insoffrente di servaggio, ha gettatto il guanto alla tirannide.
Essa la sfida dovunque: la combatte tra le mura del monastero - e sulle cime de' suoi estinti volcani. Ma son pochi! Le falangi del tiranno sono numerosissime - ed i patrioti sono schiacciati, rigettatti dalla capitale - ed obligati di ricoverarsi nei monti. E non sono i monti, l'albergo, il santuario della libert dei popoli? Gli Americani, gli Svizzeri, i Greci tennero i monti, quando soverchiati dalle ordinate coorte dei dominatori.
"Libert non fallisce ai volenti".
E ben lo provarono cotesti fieri isolani - cacciati dalle citt, e mantenendo il fuoco sacro nelle montagne! Fatiche, disagi, privazioni - che importa! quando si pugna per la causa santa del proprio paese, e dell'umanit!
O Mille!..... In questi tempi di vergognose miserie, giova ricordarvi - l'anima rivolta a voi - si sente sollevata dal mefte di quest'atmosfera da ladri, e da prostituti - pensando: che non tutti - perch la maggior parte di voi, ha seminato l'ossa su tutti i campi di battaglia della libert - non tutti ma bastanti ancora per rappresentare la gloriosa schiera - restate, avanzo superbo ed invidiato - pronti sempre a provare ai boriosi vostri detrattori - che tutti non son traditori e codardi - non tutti spudorati sacerdoti del ventre - in questa terra dominatrice e serva!
"Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libert Italiana, l bisogna accorrere" voi diceste: ed accorreste, senza chiedere s'eran molti i nemici da combattere - se sufficiente il numero de' volenterosi - se bastanti i mezzi per l'ardua impresa. Voi, accorreste sfidando gli elementi, i disagi, i pericoli - con cui vi attraversaron la via, nemici, e sedicenti amici. Invano il Borbone col numeroso naviglio, incrociava, stringendo in un cerchio di ferro la Trinacria, insofferente di giogo - e solcava in tutti i sensi  il Tirreno - per profondarvi ne' suoi abissi. Invano! Vogate! vogate pure, Argonauti della libert! L, sull'estremo orizzonte dell'Ostro, splende un'astro che non vi lascer smarrire la via - che vi condurr al compimento della grande impresa - l'astro che scorgeva il grandissimo cantore di Beatrice - e che scorgevano i grandi che lo successero, nel pi cupo della tempesta - la stella d'Italia! Ove sono i piroscafi, che vi presero a Villa Spinola, e vi condussero attraverso il Tirreno, nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse essi, nuovi Argo - gelosamente conservati - e segnati all'ammirazione dello straniero, e dei posteri - simulacro della pi grande e pi onorevole delle imprese Italiane? Tutt'altro - essi sono scomparsi! L'invidia, e la dapoccagine di chi regge l'Italia, hanno voluto distruggere quei testimoni delle loro vergogne!
Chi dice: essi furono distrutti in premeditati naufragi. Chi: li suppone a marcire nel pi recondito d'un arsenale. E chi: venduti agli ebrei - come veste sdruscite.
Vogate per! Vogate impavidi: Piemonte e Lombardo nobili veicoli d'una nobilissima schiera - la storia rammenter i vostri nomi illustri, a dispetto della calunnia. E quando l'avanzo dei Mille, che la falce del tempo avr risparmiato per gli ultimi, seduti al focolare domestico, racconteranno ai nipoti, la quasi favolosa impresa - a cui ebber l'onore di partecipare. Oh! essi ben ricorderanno, alla giovent attonita, i nomi gloriosi che componevano l'intrepidissimo naviglio.
Vogate! Vogate! Voi portate i Mille - a cui s'agregher il millione - il giorno in cui queste masse ingannate capiranno: esser un prete un'impostore, e le tirannidi un mostruoso anacronismo.
Com'eran belli, i tuoi Mille, Italia! Pugnando contro i piumati indorati sgherri - spingendoli davanti a loro, come se fosse gregge. Belli! Belli! e variovestiti - come si trovavano nelle loro officine - quando chiamati dalla tromba del dovere. Belli! Belli erano coll'abito ed il capello dello studente - colla veste pi modesta del muratore, del carpentiere, del fabbro.
E di cuore avrei voluto agiungere: e del contadino ma non voglio alterare il vero. Cotesta classe robusta, e laboriosa, appartiene ai preti che se la mantengono nell'ignoranza. E non v' esempio d'averne veduto uno tra i volontari. Essi servono nell'esercito, ma per forza, e sono i pi eficaci istromenti del despotismo e del clero.
Io ero in Caprera quando mi giunsero le prime notizie d'un movimento in Palermo - Notizie incerte - or di propagante insurrezione, ora annientata alle prime manifestazioni - Le voci continuavano per a mormorare d'un moto - e questo soffocato o no, - aveva avuto luogo.
Ebbi avviso dell'accaduto dagli amici del continente - Mi si chiedevano le armi ed i mezzi del millione di fucili - Titolo che s'era dato ad una sottoscrizione per l'acquisto d'armi.
Rosolino Pilo, con Corrao, si disponevano a partire per la Sicilia - Io conoscendo lo spirito di chi reggeva le sorti dell'Italia settentrionale - e non ancora desto dal scetticismo in cui m'avevano precipitato i fatti recenti degli ultimi mesi del 59 - sconsigliavo dal fare, se non si avevano nuove pi positive dell'insurrezione - Gettavo il mio ghiaccio di mezzo secolo nella fervida, potente risoluzione di 25 anni - Ma era scritto sul libro del destino! Il ghiaccio, la dottrina, il pedantismo - seminavano in vano di ostacoli la marcia incalzante delle sorti Italiane!
Io consigliavo di non fare - ma per Dio! Si faceva - ed un barlume di notizie, anunciava che l'insurrezione della Sicilia, non era spenta. Io consigliavo di non fare? Ma l'Italiano, non dev'essere, ove l'Italiano combatte per la causa nazionale contro la tirannide?
Lasciai la Caprera per Genova - e nelle case de' miei amici Augier e Coltelletti - si cominci a ciarlare della Sicilia e delle cose nostre - A Villa Spinola poi, in casa dell'amico Augusto Vecchi - si principi a fare dei preparativi per una spedizione -
Bixio  certamente il principale attore della spedizione sorprendente - Il suo coraggio, la sua attivit - la pratica sua nelle cose di mare - e massime di Genova suo paese natio - valsero immensamente ad agevolare ogni cosa.
Crispi, Lamasa, Orsini, Calvino, Castiglia, gli Orlandi, Carini, ecc. tra i Siciliani, furono fervidissimi per l'impresa - cos Stocco, Plutino, ecc. Calabresi.
Si era tra tutti, stabilito, che comunque fosse: battendosi i Siciliani bisognava andare - probabile, o no - la riuscita.
Alcuni voci di sconforto - mancarono per di poco, a distruggere la bella spedizione - Un telegramma da Malta, mandato da un amico degno di fede - anunciava tutto perduto - e ricoverati in quell'isola, i reduci della rivoluzione Siciliana.
Si desist quasi intieramente dall'impresa - Bisogna per confessare: che nei Siciliani suddetti - mai venne meno la fede - e che guidati dal bravo Bixio, essi erano ancora decisi di tentare la sorte - almeno per verificare la cosa sul terreno stesso della Sicilia.
Intanto il governo di Cavour - cominciava a gettare quella rete d'insidie, e di miserabili contrariet, che perseguirono la nostra spedizione sino all'ultimo.
Gli uomini di Cavour non potevano dire: "non vogliamo una spedizione in Sicilia" l'opinione generale dei nostri popoli, li avrebbe dichiarati reprobi - e quella popolarit fittizia - guadagnata col denaro della nazione - comprando uomini e giornali sarebbe stata scossa probabilmente.
Io potevo dunque, preparare qualche cosa - per i fratelli militanti della Sicilia - temendo poco d'esser arrestato da cotesti Signori - e sorretto dal generoso sentimento delle popolazioni - commosse fortemente dalla maschia risoluzione dei coraggiosi Isolani.
La disperazione, ed il forte proposito degli uomini del Vespro potevano soli spingere avanti tale insurrezione - Lafarina delegato da Cavour per sorvegliarci - mostrava non aver fede nell'impresa - e valevasi per dissuadermi della sua conoscenza del popolo Siciliano - essendo lui stesso nativo di quell'isola - e mi alegava: che avendo perduto Palermo - gl'insorgenti comunque essi fossero, erano perduti. Una notizia governativa per, data da lui stesso contribu a corroborarci nella risoluzione d'agire.
A Milano esistevano una quindicina di milla fucili buoni - e di pi, mezzi pecuniari di cui si poteva disporre - A capo della direzione: Millione di fucili - stavano Besana e Finzi - su cui si poteva contare pure.
Besana giunto a Genova, da me chiamato, con fondi - ed avendo lasciato l'ordine alla sua partenza da Milano: che ci fossero inviati fucili, munizioni, ed agli altri oggetti militari che vi si trovavano. Nello stesso tempo Bixio, trattava con Fauch dell'amministrazione dei vapori Rubattino - per poterci recare in Sicilia - La cosa non marciava male - e grazie all'attivit di Fauch e Bixio - e lo slancio generoso della giovent Italiana, che accorreva da ogni parte - noi ci trovavamo in pochi giorni atti a prendere il mare - quando un'incidente inaspettato, nonch ritardarci, quasi impossibile rendeva la nostra impresa.
I mandati, per ricevere i fucili a Milano, trovarono alla porta del deposito, carabinieri reali, che intimarono di non pigliare un solo fucile! Cavour aveva dato tal ordine - Cotesto ostacolo non manc di contrariarci ed indispettirci - non per di farci desistere dal nostro proposito - e siccome non potendo avere le armi nostre, noi tentavamo d'acquistarne altrove - e ne avressimo trovato certamente - allora Lafarina offr mille fucili, ed otto milla lire - ch'io accettai senza rancore - Liberalit pelosa delle volpi alto-locate - E realmente: noi fummo privi dei buoni fucili nostri che restarono in Milano, e fummo obligati di servirci dei cattivissimi fucili Lafarina.
I miei compagni di Catalafimi, racconteranno con che armi pessime, essi ebbero a combattere - contro le buone carabine Borboniche - in quella pugna gloriosa.
Tutto ci ritard la nostra partenza - e fummo quindi in dovere di rimandare a casa molti volontari - il cui numero diventava superfluo - per l'insufficienza dei trasporti - e per non insospettire inutilmente le polizie - non eccetuate la Francese e la Sarda.
La ferma volont di fare, per, e di non abbandonare i nostri fratelli della Sicilia, vinse ogni ostacolo -
Si richiamarono i volontari ch'eran stati destinati alla spedizione - che accorsero immediatamente, massime dalla Lombardia - I Genovesi erano rimasti pronti - Le armi, le munizioni, i viveri, i pochi bagagli - s'imbarcarono a bordo di piccole barche.
Due vapori: il Lombardo ed il Piemonte - comandati il primo da Bixio ed il secondo da Castiglia - furono fissati - e nella notte del 5 al 6 maggio - uscirono dal porto di Genova - per imbarcare la gente che aspettava, divisa tra la Foce e Villa Spinola.
Alcune difficolt inevitabili, in tale genere d'imprese, non mancarono di contrariarci - Giungere a bordo di due vapori nel porto di Genova, ormeggiati sotto la darsena - impadronirsi degli equipaggi, e costringerli ad ajutare i predoni - Accendere i fuochi - prendere il Lombardo a rimorchio del Piemonte - che si trov pronto - mentre non lo era l'altro - e tutto ci con uno splendido chiaro di luna; son tutti fatti pi facili a descriversi, che ad eseguire - e vi fa mestieri molto sangue freddo, capacit, e fortuna.
I due Siciliani Orlando, e Campo, della spedizione - ed ambi macchinisti ci valsero sommamente in tale circostanza.
All'alba tutto era a bordo - L'ilarit del pericolo, delle venture - e della coscienza di servire la causa santa della patria - era impronta sulla fronte dei Mille - Erano Mille, quasi tutti Cacciatori delle Alpi - quelli stessi che Cavour abbandonava alcuni mesi prima nel fondo della Lombardia alle spalle degli Austriaci - e che rifiutava di mandar loro il rinforzo ordinato dal re - quelli stessi cacciatori delle Alpi, che si ricevevano nel ministero di Torino - quando disgraziatamente ne abbisognavano - come se fossero apestati - e come tali si cacciavano - gli stessi mille, che si presentavano due volte in Genova per correre un pericolo certo - e che si presenteranno sempre, ove si tratta di dar la vita all'Italia - non aspettando altro guiderdone che quello della loro coscienza.
Belli! eran quei miei giovani veterani della Libert Italiana - ed io superbo della loro fiducia mi sentivo capace di tentare ogni cosa.
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CAPITOLO 2.
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Il cinque Maggio.
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O notte del 5 Maggio - rischiarata dal fuoco di mille luminari, con cui l'Onnipotente adorn lo spazio! L'Infinito!
Bella, tranquilla solenne - di quella sollennit che fa palpitare le anime generose, che si lanciano all'emancipazione degli schiavi!
Tali, erano i mille - adunati e silenziosi, sulle spiaggie dell'orientale Liguria - raccolti in gruppi, cupi - penetrati dalla grande impresa - ma fieri d'esservi caduti in sorte - succedan pure i disagi o il martirio!
Bella, la notte del gran concetto! Tu romoreggiavi nelle fibra di quei superbi - con quell'armonia indefinita, sublime, con cui gli eletti sono beati contemplando, nello spazio sterminato, l'Infinito! Io l'ho sentita quell'armonia, in tutte le notti che si somigliano alla notte di Quarto - di Reggio, di Palermo, del Volturno - E chi dubita della vittoria quando portato sulle ali del dovere e della coscienza - tu sei sospinto ad affrontare i perigli, la morte - siccome il bacio delizio della tua donna?
I Mille battono il piede sulla roccia - come il corsiero generoso impaziente della battaglia - E dove vanno essi a battagliare in pochi - contro numerose ed aguerrite soldatesche? Han forse ricevuto l'ordine d'un sovrano - per invadere, conquistare una povera infelice popolazione - che rovinata dalle imposte di delapidatori ha rifiutato di pagarle? No! essi corrono verso la Trinacria - ove i Picciotti, insofferenti del giogo d'un tiranno - si son sollevati - ed han giurato di morire - piutosto che rimanere schiavi.
E chi sono i Picciotti? Con quel modestissimo titolo, essi altro non sono: che i discendenti del grandissimo popolo dei Vespri - che in un'ora sola trucid un'intiero esercito di sgherri - senza lasciarne vestigio!
I due piroscafi giunsero sulla rada di Quarto - e l'imbarco dei Mille fu eseguito celeremente - essendo stati preventivamente preparati tutti i gozzi  necessari all'uopo.
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CAPITOLO 3.
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Da Quarto a Marsala.
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Tutti imbarcati, e pronti a proseguire verso Sicilia nuovo incidente, fece rabbrividire i pi risoluti - e poco manc non giungesse ad annientare l'impresa.
Due barche appartenenti a certi contrabandieri, eran state caricate colle munizioni, capsule, ed armi minute - Quelle barche dovevano trovarsi sulla direzione del monte di Portofino e la lanterna di Genova - Si cercarono per pi ore in quella direzione e fu impossibile di trovarle.
Importantissima mancanza: munizioni da guerra con capellozzi - E chi ardisce avventurarsi ad un'impresa ove bisogna combattere - senza munizioni? Eppure dopo d'aver cercato tutta la mattina - in ogni direzione - e dopo d'aver preso olio e sego a Camugli, per la macchina - i due piroscafi si dirigevano a Scirocco - fidando nella fortuna d'Italia - Per aver munizioni conveniva toccare un porto della Toscana - e si scelse Talamone.
Io devo encomiare le autorit tutte di Talamone, e di Orbitello, per la cordiale e generosa accoglienza - ma particolarmente il tenente collonnello Giorgini comandante militare principale - senza il di cui concorso, non avressimo certamente potuto provvederci del necessario.
Non solamente trovammo munizioni a Talamone, ed Orbitello, ma carbon fossile e cannoni - ciocch facilit molto e confort la spedizione nostra.
Dovendo agire in Sicilia, non era male apparire - anche con una diversione nello stato pontificio - minacciando cotesto stato e quello del Borbone verso tramontana - con cui si otteneva almeno: di ocupare l'attenzione del nemico - o dei nemici - per alcuni giorni - verso quella parte - ed ingannarli sul vero obbiettivo dell'impresa.
Lo proposi a Zambianchi, ed accett risolutamente.
Egli avrebbe fatto certamente di pi - s'io avessi potuto lasciarli pi uomini e mezzi - e s'accinse all'opera difficoltosa con una sessantina d'uomini - Infine da S. Stefano, ove si caric un po di carbon fossile, noi salpammo direttamente per la Sicilia - con prora al Marettimo - nelle ore pomeridiane del 9 Maggio.
La navigazione fu felice - ebbimo per due incidenti dispiacevoli prodotti dallo stesso individuo - che aveva la mania di volersi annegare - ma che per due volte, ci diede molto disturbo, senza poter ottenere l'intento -
Egli s'era gettatto in mare dal Piemonte - e lo salvammo malgrado tutta la velocit del vapore - con uno di quei colpi di mano che tanto onorano l'uomo di mare.
Fermare il piroscafo - metter un canoto in acqua - e precipitarsi nello stesso con tutta la velocit, di cui  capace il marino - senza misurare il pericolo - e vogare verso il pericolante, alla direzione indicata da quei di bordo - fu tanto presto fatto quanto si descrive - Il marino Italiano, non  secondo a nessuno, in quei momenti, che molto abbisognano di sveltezza e coraggio.
Eppure tale individuo che sembrava cos deciso a morire, cambiava divisamento colla freschezza dell'acqua - e colla prossimit della morte - giacch una volta in mare, egli nuotava com'un pesce - e faceva ogni sforzo per ragiungere i suoi salvatori -
Lo stesso successe al Lombardo, e questa volta, quasi diveniva fatale alla spedizione, la pazzia del preteso suicida -
Quell'individuo aveva fatto la prima prova col Piemonte a Talamone - In quel porto, ove sbarcammo la gente in terra - per meglio adagiarsi che a bordo ove necessariamente era ristretta - egli s'imbarc sul Lombardo, di contrabbando; poich tenuto per pazzo - s'era sbarcato dal primo - e s'era raccomandato al comandante di Talamone - Non si sa come per - egli s'era trovato nuovamente sul Piemonte - e col canoto che lo salv s'era rimesso al Lombardo. Da questo fece l'ultima prova d'annegamento nella sera del giorno 10 - vigilia del nostro aprodo in Sicilia -
In quella sera del 10, lusingandomi di poter scoprire il Marettimo - io avevo fatto fare grande sforzo di macchina al Piemonte, di marcia superiore - E quindi per tale motivo - e per la caduta in mare dell'individuo suddetto dal Lombardo - questo nostro compagno era rimasto indietro fuori di vista -
Non avendo potuto scoprire il Marettimo - io pensai subito al compagno - che avevo rilevato al tramonto e che compariva una nuvoletta sull'orizzonte -
Mi nacque subito un senso di pentimento - di timore, aumentato dalla caduta della notte - Staccarci dal Lombardo, e per colpa mia - era spiacevolissima cosa - ed un contratempo alla gi ben ardua impresa.
Feci perci, diriger subito la prora alla direzione del compagno - Aumentandosi l'oscurit della notte cresceva il mio timore - ogni minuto sembravami un'ora - l'incidente poi dell'uomo in mare - non saputo e ch'era causa del ritardo - io stetti per un momento in dubbio di smarrire il Lombardo -  indicibile, ciocch io soffersi in quel breve tempo - e qual rimprovero facevo a me stesso - per la folle impazienza di spingermi alla scoperta del Marettimo -
Finalmente comparve il Lombardo - ed era naturale il non perderlo, navigando l'uno sull'altro - eppure io avevo avuto una paura maledetta!
Ora, per compimento ne accadde una pi bella -: Nella posizione, ove noi avevamo fatto notte col Piemonte v'erano vari bastimenti sconosciuti, in vista - Bixio li avea veduti - e non avea potuto riconoscerli, per la gran distanza - Dimodocch scorgendo noi - che in luogo di aspettarlo - com'era successo avanti - vogavimo con tutta velocit alla sua direzione - ci prese per un gran piroscafo nemico, e cerc di allontanarsi da noi, dirigendosi a tutta forza verso Libeccio.
Vera disperazione! Io m'accorsi dell'errore - e feci fare ogni segnale - convenuto - e non convenuto - giacch si adoperarono fanali, ch'eravamo convenuti di non usare - per non suscitar sospetti - ma non valendo questi, corsimo dietro il compagno, prima di perderlo di vista nell'oscurit.
Lo ragiungemmo felicemente - e ad onta del romore delle ruote, la mia voce fu conosciuta, e tutto fu riparato - Navigammo vicini il resto della notte - e nella mattina scoprimmo il Marettimo, e ci dirigemmo a mezzogiorno di quell'isola -
Durante il viaggio s'erano formate otto compagnie di tutta la gente, con a capo d'ogni compagnia, gli ufficiali i pi distinti della spedizione - Sirtori era nominato capo di Stato Maggiore - Acerbi Intendente - Trr ajutante di campo - S'erano distribuite le armi, e le poche vestimenta, che si poterono raccogliere prima della partenza -
Il primo progetto di sbarco, fu per Sciacca - ma il giorno essendo avanzato - e temendo d'incontrare incrociatori nemici - si prese la determinazione di sbarcare nel porto pi vicino di Marsala - 11 Maggio 1860 -
Avvicinando la costa occidentale della Sicilia - si cominci a scoprire legni a vela, e vapori - Sulla rada di Marsala, erano alla fonda due legni da guerra, che si scoprirono esser Inglesi.
Deciso lo sbarco a Marsala ci dirigemmo verso quel porto - ove approdammo verso il meriggio - Entrando nel porto vi trovammo legni mercantili di diverse nazioni.
La fortuna aveva veramente favorito e guidato la spedizione nostra - e non si poteva giungere pi felicemente.
Gli incrociatori borbonici da guerra - avevano lasciato il porto di Marsala nella mattina - s'eran diretti a levante - mentre noi giungevamo da Ponente e si trovavano alla vista verso capo S. Marco - quando noi entrammo.
Dimodocch quando essi giunsero a tiro di cannone, noi avevamo gi sbarcato tutta la gente dal Piemonte - e si principiava lo sbarco del Lombardo -
La presenza dei due legni da guerra Inglesi, influ alquanto sulla determinazione dei comandanti de' legni nemici - naturalmente impazienti di fulminarci - e ci diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro - La nobile bandiera di Albione, contribu anche questa volta - a risparmiare lo spargimento di sangue umano - ed io, beniamino di cotesti Signori degli Oceani - fui per la centesima volta il loro protetto.
Fu per inesatta la notizia data da nemici nostri: che gl'Inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente, e coi loro mezzi - I rispettatti, ed imponenti colori della Gran Brettagna - sventolando su due legni di guerra della potentissima marina - e sullo stabilimento Ingham - imposero titubanza, ai mercenari del Borbone - e dir anche vergogna - dovendo essi far fuoco, con imponenti batterie, contro un pugno d'uomini armati di quei tali fucili - con cui la Monarchia suole far combattere i volontari Italiani.
Ci nonostante i tre quarti dei volontari, trovavansi ancora sul molo, quando i Borbonici cominciarono la loro pioggia di ferro - sparando con granate e mitraglie - che felicemente nessuno ferirono.
Il Piemonte abbandonato da noi fu portato via dai nemici - Lasciarono il Lombardo perch arenato -
La popolazione di Marsala, attonita dall'inaspettato evento non ci accolse male - Il popolo ci festeggi - I magnati fecero le smorfie - Io trovai tutto ci molto naturale - Chi si assuefa a calcolare ogni cosa al tanto per cento - non  certo tranquillo alla vista di pochi disperati - che vogliono sradicare il cancro del privilegio e della menzogna da una societ corrotta per migliorarla - Massime poi, quando cotesti disperati - in pochi - senza cannoni da trecento e senza corazzate - si avventano contro una potenza creduta gigante - come quella del Borbone.
I magnatti, ossia gli uomini del privilegio - pria di avventurarsi in un'impresa - vogliono assicurarsi da che parte soffia il vento della fortuna - e dei grossi battaglioni - ed allora i trionfatori ponno esser certi di trovarli docili - senza smorfie - ed esaltati se occorre - Non  questa la storia dell'egosmo umano in tutti i paesi?
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Il povero popolo all'incontro ci accolse plaudente - e con segni manifesti d'affetto - Egli ad altro non pens che alla santit del sacrificio - all'ardua e generosa impresa, a cui s'accingeva quel pugno di prodi giovani venuti da lontano in soccorso dei fratelli -
Passammo il resto dell'11, e la notte a Marsala - qui, cominciai a valermi di Crispi - Siciliano onesto - e di molta capacit - e che mi giov sommamente negli affari governativi - e nelle indispensabili relazioni col paese, ch'io non conoscevo -
Si cominci a parlare di Dittattura, ch'io accettai senza replica - poich l'ho sempre creduta la tavola di salvezza, nei casi d'urgenza - e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli.
La mattina del 12, partirono i Mille per Salemi - ma essendo la distanza troppa per una tappa - ci fermammo allo stabilimento agricolo di Mistretta, ove passammo la notte - Non vi trovammo il principale dello stabilimento - ma un giovinetto fratello di quello, fece gli onori dell'ospitalit - con modo gentile e generoso - A Mistretta si form una nuova compagnia con Griziotti. -
Il 13 marciammo a Salemi - ove fummo bene accolti dalla popolazione - ed ove cominciarono a riunirsi a noi le squadre dei S. Anna d'Alcamo, ed alcuni altri volontari dell'isola.
Il 14 occupammo Vita o S. Vito - ed il 15 cominciammo a vedere il nemico, che occupando Calatafimi, e sapendo del nostro approssimarsi a quella volta - aveva spiegato la maggior parte delle sue forze sulle alture, chiamate: "il pianto dei Romani".
Si conta infatti che vi furono distrutti i Romani dagli indigeni, in una grande battaglia, nei primi tempi dell'occupazione dell'isola.
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CAPITOLO 4.
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Calatafimi. 15 Maggio 1860.
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L'alba del 15 Maggio - ci trov in buon ordine sulle alture di Vita - e dopo poco, il nemico ch'io sapevo in Calatafimi - usciva in collonna dalla citt alla direzione nostra.
I colli di Vita, sono fronteggiati, dalle alture suddette "del pianto dei Romani" ove il nemico spieg le sue collonne. Dalla parte di Calatafimi, coteste alture hanno un dolce declivio - Il nemico le ascese facilmente, e ne coron tutti i vertici - che dalla parte di Vita sono formidabilmente scoscesi.
Occupando noi le alture opposte ad ostro - io avevo potuto scoprire esattamente tutte le posizioni tenute dai Borbonici - mentre questi, appena potevano vedere la catena di tiratori formata dai carabinieri Genovesi alli ordini di Mosto - e che coprivano la fronte nostra - essendo tutte le compagnie indietro coperte, e formate in scaglioni. La nostra povera artiglieria era collocata alla sinistra nostra, sullo stradale, agli ordini di Orsini - che fece alcuni buoni tiri - comunque. Dimodocch tanto noi, che i nemici occupavamo fortissime posizioni, di fronte le une delle altre - e divise da uno spazioso terreno, con pianure ondulate e poche cascine di campagna. Era quindi vantaggioso: aspettare il nemico nelle posizioni proprie.
I borbonici, in numero di circa due milla uomini con alcuni pezzi d'artiglieria - scoprendo poca gente dei nostri, non uniformati, e frammisti a dei villici - avanzarono baldanzosi alcune catene di bersaglieri, con sostegni, e due pezzi d'artiglieria.
Giunti a tiro - essi cominciarono il fuoco: di carabine e cannoni - continuando ad avanzare su di noi.
L'ordine tra i Mille, era di non sparare, e di aspettare il nemico vicino. Comunque - gi i prodi Liguri, avendo un morto, e vari feriti - uno squillo di tromba, suonando una sveglia Americana - ferm il nemico - come per incanto. Esso cap: che non aveva da fare colle sole squadre dei Picciotti - e le sue catene coi pezzi - accennarono ad un movimento retrogrado. Fu questa la prima paura che sentirono i soldati del despotismo al cospetto dei Flibustieri, titolo con cui ci onoravano i nostri nemici.
I Mille toccarono allora la carica: i Carabinieri Genovesi in testa - e con loro un'eletta schiera di giovani, impazienti di venir alle mani -
L'intenzione della carica: era di fugare la vanguardia  nemica e d'impossessarsi dei due pezzi - ciocch fu eseguito con un impeto degno dei campioni della libert Italiana - non per di attacar di fronte, le formidabili posizioni occupate dai borbonici - con molte forze - Per, chi fermava pi, quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul nemico? Invano le trombe toccarono "alto" - i nostri non le udirono - o fecero come Nelson alla battaglia di Copenhaguen. A la battaglia di Copenhaguen Parker, ammiraglio supremo Inglese, fece il segnale di ritirata a Nelson impegnato nel combattimento. Il vincitore del Nilo, avvisato dall'Ufficiale ai segnali, mise il canochiale all'occhio orbato e disse: non lo vedo! La battaglia continu e fu vittorioso. (Nelson aveva un occhio solo).
I nostri fecero i sordi al tocco d'alto delle trombe - e portarono a bajonettatte la vanguardia nemica, sino a mischiarla col grosso delle sue forze -
Non v'era tempo da perdere - o perduto sarebbe stato quel pugno di prodi - Subito dunque, si tocc a carica generale - e l'intiero corpo dei Mille - accompagnato da alcuni coraggiosi Siciliani e Calabresi - mosse a passo celere alla riscossa.
Il nemico avea abandonato il piano - ma ripiegato sulle alture, ove trovavansi le sue riserve - tenne fermo - e difese le sue posizioni, con una tenacit ed un valore degni d'una causa migliore.
La parte pi pericolosa dello spazio che si doveva percorrere, era nella vallata piana, che ci divideva dal nemico - Ivi piovevano projetti d'artiglieria e di moschetteria, che ci ferirono un bel po' di gente - Giunti poi al piede del monte Romano - si era quasi al coperto delle offese - ed in quel punto, i Mille - alquanto diminuiti di numero, si aggruparono alla loro vanguardia.
La situazione era suprema: bisognava vincere - e con tale risoluzione, si cominci ad ascendere la prima banchina del monte - sotto una grandine di fucilate.
Non ricordo il numero - ma certo eran varie le banchine da superare prima di giungere al vertice delle alture - ed ogni volta che si saliva da una banchina all'altra - ciocch si doveva fare allo scoperto - era sempre sotto un fuoco tremendo. L'ordine di far pochi tiri fra i nostri - era consentaneo al genere di catenacci - con cui ci avea regalati il governo sardo - quasi tutti ci mancavano fuoco - Qui pure, fu grande il servizio reso dai prodi figli di Genova - che armati delle loro buone carabine, ed esercitati al tiro, sostenevano l'onore delle armi - E ci serva di stimolo alla giovent Italiana per esercitarsi - e si persuada che non basta il valore sui campi odierni di battaglia - bisogna esser destri nel maneggio delle armi - e molto.
Calatafimi! Avanzo di cento pugne - io, se all'ultimo mio respiro - io miei amici mi vedranno sorridere, per l'ultima volta, d'orgoglio - sar ricordandoti - Poich, io non rammento una pugna pi gloriosa! I Mille, vestiti in borghese - degni rappresentanti del popolo - assaltavano con eroco sangue freddo, di posizione in posizione, tutte formidabili, i soldati della tirannide - brillanti di pistagne, di galloni, di spalline, e li fugavano!
Come potr io scordare: quel gruppo di giovani che tementi di vedermi ferito, mi attorniavano, serrandosi, e facendomi del loro prezioso corpo, un baluardo impenetrabile?
Se io scrivo commosso a tante memorie - ne ho ben donde! E non  forse dover mio rammentare all'Italia, almeno i nomi di quei suoi valorosi caduti? Montanari, Schiaffino, Sertorio, Nullo, Vigo, Tuckeri, Tadei - e tanti ch'io sono ben dolente di non ricordare?
Come ho gi detto: il pendio meridionale, che noi dovevamo salire - del monte Romano - era formato di quelle banchine usate dagli agricoltori nei paesi montani - Si giungeva celeremente sotto la ripa d'una banchina cacciando avanti il nemico e posavamo per prender fiatto - e preparsi all'assalto - coperti dalla ripa stessa.
Cos procedendo, si guadagnava una banchina dopo l'altra, sino all'alta cima, ove i borbonici fecero un'ultimo sforzo, e la difesero con molta intrepidezza - al punto che molti cacciatori nemici - avendo terminato le munizioni - ci scaraventavano delle pietre.
Si diede finalmente l'ultima carica. I pi prodi dei Mille serrati in massa sotto l'ultimo riparo - dopo d'aver preso fiatto - misurando coll'occhio lo spazio da percorrere ancora - per incrociare i ferri col nemico - si avventarono come leoni - colla coscienza della vittoria, e della santissima causa per cui pugnavano.
I borbonici non sostennero la terribile spinta dei maschi campioni della libert - fuggirono, e non si fermarono che nella citt di Calatafimi - distante alcune miglia dal campo di battaglia.
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Noi cessammo di perseguirli, a poca distanza dell'entrata della citt, situata in posizione fortissima - Combattendo, bisogna vincere - quest'assioma  verissimo in tutte le circostanze - ma massime, quando s'inizia una campagna.
La vittoria di Calatafimi, bench di poca importanza per ci che riguarda gli acquisti - avendo noi conquistato un cannone, pochi fucili, e pochi prigionieri fu d'un risultato immenso per l'effetto morale, incoraggiando le popolazioni, e demoralizzando l'esercito nemico.
I pochi flibustieri, senza galloni o spalline, e di cui si parlava con solenne disprezzo - avevano sbaragliato pi migliaja delle migliori truppe del Borbone, con artiglieria ecc. - e comandate da un generale di quelli - che come Lucullo - mangiano il prodotto d'una provincia in una cena -
Un corpo di borghesi - ancorch flibustieri - animati da amor di patria - ponno dunque vincere anch'essi - senza bisogno di tante dorature -
Il primo risultato importante, fu la ritirata del nemico da Calatafimi, che noi occupammo nella mattina seguente - 16 Maggio 1860 -
Il secondo risultato, molto valevole, fu l'assalto dato delle popolazioni di Partinico, Borgetto, Montelepre ed altre, sul nemico che si ritirava -
In ogni parte poi, si formarono squadre, si riunirono a noi - e l'entusiasmo in tutti i paesi circonvicini giunse veramente al colmo.
Il nemico sbandato, non si ferm sino a Palermo - ove port lo sgomento nei borbonici - e la fiducia nei patriotti.
I nostri feriti e del nemico furono raccolti in Vita e Calatafimi - Noi contammo tra i nostri delle perdite ben preziose:
Montanari, compagno mio di Roma e di Lombardia, ferito gravemente, mor dopo pochi giorni - Egli era uno di quelli, che i dottrinari chiamano demagoghi, perch insofferenti di servaggio - amano la patria - e non vogliono piegare il ginocchio alle adulazioni, ed ai capricci dei grandi. Montanari era di Modena - Schiaffino giovine Ligure, di Camogli - anch'egli dei Cacciatori delle Alpi, e delle guide - mor sul campo tra i primi - vedovando l'Italia d'uno dei migliori e pi valorosi militi - Egli lavor molto, nella notte della partenza da Genova ed ajut Bixio in quella delicata impresa.
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De Amici - anch'egli dei cacciatori delle Alpi e delle guide - da valoroso mor tra i primi sul campo di battaglia.
Non pochi dell'eletta schiera dei Mille, caddero a Calatafimi, come cadevano i nostri padri di Roma - incalzando i nemici a ferro freddo - e colpiti per davanti - senza un lamento - senza un grido, che non fosse quello di viva l'Italia!
Ho gi veduto alcune pugne, forse pi accanite, e pi disperate - ma in nessuna, ho veduto militi pi brillanti, dei miei borghesi flibustieri di Calatafimi.
La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la brillante campagna del 60 - Era un vero bisogno: iniziare la spedizione con uno strepitoso fatto d'armi - Esso demoralizz gli avversari - che colla loro fervida immaginazione meridionale, raccontavan portenti sul valore dei Mille - V'erano tra loro quei che avean veduto le palle delle loro carabine, - dai petti dei militi della libert - repulse - come se avessero colpito una lastra di bronzo - e rinfranc i prodi Siciliani - anteriormente scossi dall'imponenza degli armamenti borbonici, e dal gran numero delle loro truppe - Palermo, Melazzo il Volturno, videro molti pi feriti e cadaveri - Secondo me, per, la pugna decisiva fu Calatafimi - Dopo un combattimento come cotesto, i nostri sapevano che dovevano vincere - E quando s'inizia una pugna con quel prestigio, con quel vaticinio - si vince!
Novara, Custoza, Lissa, e forse anche Mentana - ad onta di tanta disparit di mezzi e di forze - sono una sventura per l'Italia - non tanto per le perdite nostre d'uomini e di mezzi - come per la boria de' nostri nemici, che certamente non valgono pi degli Italiani - ma che dovendo combatterci, verranno a noi, come su preda facile - su gente... che si spinge avanti col calcio del fucile. Alle prime, e solenni prove dell'Italia, vi vorr un Fabio, che sappia temporeggiare occorendo - ed il nostro paese  tale, da poter guerreggiare come si vuole - accettare o no una battaglia - E quando le posizioni, e circostanze sieno convenienti - lanciare gl'italiani che saranno divenuti impazienti di pugna - e che per natura sono suscettibili di slancio - Verr poi Zama - ove un Scipione, senza chiedere il numero dei nemici - li cercher, e li porr in fuga.
Anche in questo - io devo esser tormentato dall'idea del prete - che vuol fare degl'Itali tanti sagristani - E se l'Italia non vi rimedia  un affare serio - I gesuiti, altro non ponno fare: che ipocriti mentitori e codardi! Vi pensi chi deve - e sopratutto: che per marciare e dar delle splendide bajonetatte - vi vogliono uomini forti.
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FINE Parte 2.